L’eredità delle suffragette

L’impronta protestante e la lotta per i diritti civili delle donne

Londra, 1840. In città si tiene la prima conferenza mondiale antischiavista e due attiviste americane, nonostante il loro impegno per la liberazione dei neri, non possono intervenire pubblicamente al convegno. Si chiamano Elizabeth Cady Stanton e Lucretia Mott. Dato che non hanno il permesso di parlare, decidono di uscire ed è proprio in quel momento che capiscono che qualcosa le accomuna agli schiavi che vogliono difendere: una differenza inscritta nel corpo che discrimina neri e donne. Da questa consapevolezza nascerà la Dichiarazione dei Sentimenti di Seneca Falls (New York) del 1848, secondo testo fondativo della lotta delle donne per i diritti di cittadinanza, modellato sulla Dichiarazione di Indipendenza statunitense del 1776 (la stessa cosa aveva fatto Olympe de Gouges nel 1791 con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina rispetto alla Dichiarazione del 1789). Un documento, quello stilato a Seneca Falls, che segna l’inizio di un cambiamento radicale nel modo di pensare le donne e che è permeato della cultura protestante da cui provengono Cady Stanton, Mott (che era quacchera) e le loro compagne: non a caso proprio Cady Stanton, cinquant’anni dopo, scriverà la Woman’s Bible, dove rileggerà il testo biblico in chiave non oppressiva per le donne, sostenendo che «il Vangelo correttamente inteso punta a un’unità nell’eguaglianza, non nella subordinazione».

Come è protestante il richiamo alla responsabilità: secondo Cady Stanton, la donna cui verrà riconosciuto il diritto di voto e di gestione dei suoi beni agirà per il meglio perché sentirà il dovere di non pensare soltanto a sé. Così la donna userà delle conquiste sociali per agire nel mondo: la sua felicità, quindi, viene sin da subito legata all’impegno nella vita pubblica a favore dei più svantaggiati.

Londra, 1913. Una donna viene travolta dal cavallo di re Giorgio V durante un derby di galoppo: in mano ha la bandiera viola, bianca e verde del Women’s Social and Political Union, l’Unione Sociale e Politica delle Donne, il movimento per il suffragio femminile guidato da Emmeline Pankhurst. Si chiama Emily Davison e la sua morte ha una risonanza mondiale, contribuendo alla diffusione della causa del suffragismo. Quest’ultimo episodio è presente anche nel film di Sarah Gavron Suffragette, al cinema proprio in questi giorni: il racconto della vita di un gruppo di donne nell’Inghilterra di inizio novecento, fra lavoro senza tutele, diritti negati e desiderio di riscatto.

Come già si vedeva nel film per la televisione diretto da Katja von Garnier nel 2004, Angeli d’acciaio, che riprendeva invece la battaglia delle suffragette negli Stati Uniti, il cammino che portò al diritto di voto per le donne non fu una tranquilla passeggiata ma una lotta durissima in cui le attiviste furono costrette spesso a sacrificare la salute, i figli, a volte la loro stessa vita. Furono licenziate, allontanate dalla famiglia, incarcerate e torturate, costrette all’alimentazione forzata quando, con lo sciopero della fame, cercavano di non fare passare sotto silenzio il motivo per cui si battevano ed erano in prigione. Alla violenza repressiva dello Stato risposero pacificamente con picchettaggi, manifestazioni e resistenza passiva ma anche con sabotaggi e attentati incendiari, sempre e comunque in prima linea: non a caso la parola d’ordine della Union era «fatti, non parole».

C’era un rifiuto del ruolo passivo a cui erano sempre state relegate e un’incitazione a reagire: «Deploriamo l’apatia e l’indifferenza della donna in rapporto ai suoi diritti», si leggeva d’altronde già nella Dichiarazione di Seneca Falls. All’accettazione si contrapponeva la determinazione a non fermarsi di fronte alle ingiustizie subite, una sorta di ottimismo della volontà che spazzava via ogni forma di vittimismo e le faceva inarrestabili e convinte che avrebbero raggiunto l’obiettivo.

Si trattò di un movimento trasversale e interclassista, che coinvolse borghesi e donne di estrazione popolare, strette in un’alleanza – un destino inscritto nel corpo, avrebbe detto Cady Stanton – che riconosceva nell’uguaglianza dei diritti la base imprescindibile per la costruzione di una società giusta e di una vita degna di essere vissuta.

È bello che Suffragette sia uscito in Italia proprio ora che si festeggiano i 70 anni del voto alle donne nel nostro Paese, ottenuto il 10 aprile del ‘46 per le prime elezioni amministrative del dopoguerra, perché ci ricorda che quello che oggi è dato per scontato – e a volte persino disprezzato – è stato la ragione di vita per molte, che non hanno pensato tanto a sé quanto alle donne e alle ragazze che sarebbero venute dopo di loro. Bellissimo sarebbe se questo film si potesse vedere nelle scuole e che maschi e femmine insieme potessero discuterne, consapevoli che nessuna battaglia civile è priva di ostacoli e che ogni generazione ha, di nuovo e sempre, le sue da combattere.

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