Vaccinazioni: come farsi carico del prossimo?

Il relativismo e la superficialità con cui sono affrontati alcuni temi sensibili, instillano nelle persone un'idea di paura. Un'opinione dopo l'ultimo dibattito sui vaccini.

La settimana scorsa una trasmissione della Rai ha innescato nuove polemiche sul delicato tema dei vaccini. A livello mediatico è spiccata l'opinione dello showman Red Ronnie, che ha sostenuto che vaccinare i bambini sia una pratica demenziale, e quella del professore di virologia Roberto Burioni, che ha però espresso le proprie tesi in un momento successivo, sui social network. Il centro della questione, al di la del merito sull'obbligatorietà dei vaccini (l'Emilia Romagna sta studiando una legge per rendere obbligatoria la vaccinazione per i bambini che vanno all'asilo nido), è sulle modalità di comunicazione di un tema come questo attraverso le “opinioni”.

 

 

Con Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, abbiamo cercato di capire quale sia il giusto peso da dare alle opinioni e quale invece ai dati, soprattutto su un tema che riguarda la salute di tutti.

Come legge il dibattito di questi giorni?

«In Italia sta prendendo piede la moda di interpellare persone non competenti su questioni molto serie. Con i vaccini è accaduto ancora una volta questo: Red Ronnie ha espresso un suo parere, legittimo, ma non è stato dato il tempo all'ospite [medico, ndr] in studio di dire la sua, e di conseguenza si è scatenato un putiferio che poteva essere evitato. Ma la stessa cosa avviene per altri argomenti: sul tema dei migranti, per esempio, spesso ci troviamo a dover sentire il parere di showgirl e presentatori, quando dovrebbero essere esperti e persone che vivono il fenomeno sul campo a dare il proprio parere. Noi diciamo questo: se si ritiene che un tema delicato di questo tipo vada derubricato con una parola come “demenziale”, noi che nel mondo abbiamo salvato l'80% dei bambini, che abbiamo ridotto la mortalità infantile grazie alle vaccinazioni da 20 milioni a 6 milioni, allora ci riteniamo tutti dementi».

Quale rischio se si parla in questo modo di questi temi?

«Il rischio è andare avanti con relativismo e superficialità che porta ad affrontare i temi senza conoscerli e di conseguenza ad istillare all'interno delle persone e delle coscienze un'idea di paura. Quella che costringe le persone ad avere una reazione di pancia, non lucida, di fronte a delle questioni molto serie che le riguardano. La paura, oltre ad essere alla base dell'intolleranza, è causa anche del ritorno di alcune malattie, come il morbillo, come conseguenza della mancata vaccinazione dei bambini».

Ha senso lasciare spazio a opinioni diverse sul tema, soprattutto dove alcune malattie non sono un rischio imminente?

«La vaccinazione non dipende dal paese dove si vive. È chiaro che in un paese molto povero salvare la vita di un bambino da malattie conosciute è più importante rispetto a ciò che avviene qui. Ma il fatto che ci sia il ritorno di malattie che abbiamo già debellato, se non facciamo prevenzione, né vacciniamo i nostri figli, è un rischio enorme. Dobbiamo abituarci a pensare che non vaccinando nostro figlio facciamo un danno alla società e avviamo una catena che poi non riusciamo ad afferrare. Non è un problema della nostra famiglia, ma di tutti insieme, poiché siamo in un mondo dove è impossibile non entrare in contatto: è una questione di civiltà, che prevede di farsi carico del prossimo e del rispetto dell'altro».

Esistono margini di scelta?

«Si, esistono ancora: ci sono delle vaccinazioni obbligatorie e altre che non lo sono, ma il punto è che se noi non riusciamo culturalmente a spiegare il fenomeno, abbiamo un problema. I numeri confermano questa teoria: dopo le dichiarazioni di Red Ronnie e dopo il post dell'Unicef, ci sono stati 5 milioni di persone sia sul profilo del professor Burioni, sia sul nostro, che hanno detto grazie. Grazie per aver spiegato, fatto capire, fatto cambiare idea. Ecco dov'è il margine: nella comunicazione, nell'avere il tempo e la possibilità di spiegare ai cittadini che anche quello che non è un'obbligo, lo deve essere in termini sociali e culturali».

Rispetto ad altre volte il discorso sembrava più sbilanciato a favore delle vaccinazioni. Che ne pensa?

«Penso che sia un'osservazione corretta: assistiamo a un'inversione di tendenza, anche rispetto a ottobre, mese in cui dilagò la stessa polemica e ci furono dei cori dei contrari alle vaccinazioni che sembravano prendere il sopravvento. Oggi la spiegazione scientifica, ma soprattutto quella fatta in maniera educata e corretta, è stata molto più imponente. Mi è anche spiaciuto vedere Red Ronnie completamente basito di fronte a questo dibattito, è stato assalito di fronte a un pensiero che probabilmente nasceva dalla pancia: anche lui è stato messo messo all'interno in un circolo mediatico che ha prestato il fianco a una spettacolarizzazione di certe dichiarazioni».

Come Unicef immagino siate un po' di parte, perché?

«La vaccinazione fa parte delle nostre campagne globali contro la mortalità infantile. 16 mila bambini al giorno muoiono per cause prevedibili o curabili per i quali basterebbe un vaccino per cambiarne le sorti. Continueremo con questa campagna soprattuto nel sudest asiatico e in Africa , mentre in Italia ed Europa continuare a informare i cittadini».

Foto: tpsdave via Pixabay

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