Se l'Europa apprezza il Migration Compact di Renzi

Schiavone, Asgi: «c'è il rischio che si finanzino dei governi di non spiccata democrazia per fare un lavoro sporco, che si svolgerà lontano dai nostri occhi».

Il piano Migration Compact, proposta italiana di gestione dei flussi migratori dall'Africa, sarà preso in esame in Commissione Europea il 7 giugno. I quotidiani hanno sottolineato con favore la reazione positiva di alcuni stati europei alla proposta di Renzi, parlando di 60 miliardi di euro per alcuni stati africani per fermare il flusso di persone. La Commissione presenterà una Comunicazione all'inizio di giugno, ma la proposta dovrebbe essere discussa durante il Consiglio europeo alla fine dello stesso mese. Su come reperire i fondi la discussione è in corso, ma su molti altri punti non c'è ancora chiarezza. Il progetto viene paragonato al patto tra Ue e Turchia per bloccare la rotta balcanica, che di giorno in giorno evidenzia i propri limiti: «la valutazione dipenderà dal contenuto – dice Gianfranco Schiavone, avvocato e vicepresidente di Asgi, associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione –. Mi stupiscono i commenti positivi su cose di cui non si conoscono ancora i contenuti. Mi preoccupa l'evidente rischio che si faccia passare una cosa per un'altra e l'accostamento con il programma Ue-Turchia. Mi auguro che trattandosi di accordi internazionali aventi un contenuto politico, vengano sottoposti all'approvazione del Parlamento, come richiede l'articolo 80 della Costituzione».

Cosa può dire per ora sul Migration Compact?

«Devo dire che sono perplesso, perché per il momento la proposta è estremamente vaga e ambigua. Non si comprende quale sia la finalità di questi fondi: se si tratta di finanziamenti per la cooperazione internazionale, per l'accoglienza dei migranti in paesi terzi, sono sicuramente benvenuti. Se sono fondi per fermare i migranti, si pongono una serie di problematiche giuridiche ed etiche molto gravi: fermare chi e dove e soprattutto cosa, sono le domande principali, o chi pagare per che tipo di lavoro. C'è il rischio che si finanzino dei governi di non spiccata democrazia per fare un lavoro sporco, che si svolgerà lontano dai nostri occhi. La questione è di un'estrema delicatezza e trovo irritante la vaghezza con cui il testo viene posto e mi sembra che dietro vi sia una sorta di occultamento di possibili realtà sgradevoli. Non è possibile spendere soldi del contribuente italiano ed europeo per realizzare forme di violazione dei diritti umani in altri paesi. È già successo, anche molto di frequente nella storia recente dell'Europa. Questo è uno dei grandi temi politici che però va affrontato in maniera completamente diversa da come si sta facendo».

La vaghezza non ci permette neanche il confronto con il piano Ue – Turchia?

«Il paragone indica un aspetto negativo: quell'accordo noi l'abbiamo giudicato illegale e credo che anche la recente decisione dei giudici greci stia confermando la nostra valutazione. Sono fermamente convinto che quell'accordo non solo non sia un buon esempio, ma è uno dei peggiori pasticci che l'Europa abbia fatto. Non ha nulla a che fare con la cooperazione internazionale, ma è un modo per dare fondi alla Turchia e bloccare gli ingressi. Se quello è l'esempio, si confermano tutti i rischi di cui stiamo parlando».

Uno dei pochi elementi che abbiamo è quello dello stanziamento dei fondi alle infrastrutture nei paesi africani: come possono rallentare i flussi e sopratutto aiutare le persone?

«È indubbio che i paesi africani che sono investiti da un transito di migranti o di una presenza di rifugiati che vi rimangono per periodi più o meno lunghi, abbiano bisogno di un aiuto anche infrastrutturale per la gestione dell'accoglienza. Ma il punto è capire se i fondi saranno destinati a questo o per altro, e se in queste strutture sarà possibile attuare un altro dei grandi temi che vedo scomparire dall'agenda politica europea, cioè i piani di reinsediamento. Non una parola viene spesa per capire se questi luoghi, che verrebbero finanziati con fondi dell'Unione Europea, saranno utilizzati per le procedure di reinsediamento e quindi per realizzare quell'obiettivo di trasporto sicuro verso l'Europa con un principio di distribuzione generale. Temo che non sia casuale che un tema così importante non venga neppure citato».

Sul reinsediamento l'Europa è in ritardo, però. E la gestione politica sembra confusa.

«Estremamente confusa. La Commissione Europea, nel maggio dell'anno scorso, all'interno dell'agenda delle migrazioni, aveva messo al centro della sua proposta il tema dei reinsediamenti, addirittura annunciando un piano e dicendo espressamente che si trattava di un primo avvio di qualcosa di più consistente. La Commissione preannunciava una proposta per introdurre il reinsediamento per quote come misura a regime, obbligatoria e vincolante per gli Stati. La Commissione annunciava una svolta, per un tema fino ad allora marginale: di quell'annuncio si sono perse le tracce».

Parlando di arrivi dall'Africa, c'è una grande omissione: la Libia. Che ne pensa?

«In effetti non si comprende se la Libia sarà destinataria di interventi o meno, e di che tipo di interventi. Nella storia recente del nostro paese abbiamo commesso grandi errori, anche in tema di politiche migratorie: abbiamo cercato di realizzare accordi per fermare i migranti, abbiamo realizzato dei respingimenti in alto mare, chiaramente illegali secondo la Corte Europea dei diritti dell'uomo. L'Italia ha molti scheletri nell'armadio. Ora sembra aver voltato pagina con l'operazione Mare Nostrum o con le politiche recenti, ma c'è da capire se siamo alla vigilia di una nuova involuzione, si pensi all'annuncio degli hotspot galleggianti. Sembra addensarsi un clima in cui molte proposte pericolosissime sembrano di nuovo fattibili».

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