La “rotta balcanica” non è veramente chiusa

A differenza di quanto dichiarato dai vertici europei nei mesi scorsi, la “rotta balcanica” delle migrazioni non è realmente chiusa. Silvia Maraone (Acli) l’ha attraversata ad agosto per raccontare le storie di chi non può andare avanti e nemmeno tornare indietro

L’estate del 2016 verrà probabilmente ricordata come quella in cui le rotte migratorie rivolte verso l’Europa hanno ripreso a passare principalmente attraverso il Mediterraneo con partenza dalla Libia, spostandosi quindi decisamente più a ovest rispetto a 12 mesi fa. In particolare, la seconda metà di agosto e l’inizio di settembre hanno visto lo sbarco e il salvataggio in mare di un numero crescente di persone, spingendo politici e commentatori a puntare il dito verso la chiusura ufficiale della cosiddetta “rotta balcanica”, attraverso cui lo scorso anno erano transitati circa un milione di migranti, in seguito al contestato accordo tra i Paesi dell’Unione europea e la Turchia.

Tuttavia, il 26 agosto il Primo ministro dell'Ungheria, il conservatore Viktor Orbán, ha annunciato la volontà del suo esecutivo di costruire una seconda barriera per bloccare i flussi di persone in fuga dai conflitti e che tentano di raggiungere la Germania e il nord Europa attraverso i Balcani. In effetti, secondo Silvia Maraone, di Ipsia, l’Istituto pace sviluppo e innovazione di Acli, che ha attraversato tutta la “rotta balcanica” nel mese di agosto, la realtà è diversa da quanto dichiarato dai vertici europei.

Possiamo dire che la rotta balcanica sia chiusa?

«Ufficialmente sì, dal 18 marzo, quando era stato messo in atto l’accordo tra Unione europea e Turchia. Secondo l’intesa, la Turchia tiene i profughi all’interno del proprio territorio in cambio di contributi economici e della liberalizzazione dei visti e su questo secondo punto siamo già di fronte a un imminente rischio di fragilità, perché a ottobre l’Unione europea dovrà deliberare se effettivamente liberalizzare o meno i visti per la Turchia. C’è quindi la possibilità che la rotta balcanica si riapra anche ufficialmente».

Perché “ufficialmente”?

«Perché la verità è che da marzo a oggi abbiamo una situazione di sbarchi che continuano ad avvenire dalla Turchia alle isole greche. 57.000 persone si trovano in Grecia, bloccate dal 19 marzo, e si trovano all’interno dei campi profughi allestiti senza una prospettiva futura. Inoltre è in corso un continuo transito di persone dalla Macedonia alla Serbia per cercare di raggiungere i confini dell’Ungheria, che nel frattempo ha minacciato la costruzione di un secondo muro laddove l’accordo non dovesse tenere.

È vero, non stiamo parlando dei numeri dello scorso anno, quando quasi un milione di persone transitarono lungo la rotta, ma comunque 24.000 individui che passano dalla Grecia fino all’Ungheria per arrivare in Austria vuol dire che questa rotta effettivamente non è proprio chiusa. Evidentemente, diciamo così, nelle recinzioni c’è ancora qualche buco».

Anche perché il modello è quello non tanto di prevenire le partenze dalla Turchia, anche perché è molto complicato, la Turchia ha coste molto ampie e molto frastagliate, quanto più o meno la promessa di rimandare indietro in modo sistematico le persone. Quindi è un meccanismo per nulla premiante per chi decide di non partire ma è soltanto una logica punitiva. Nelle ultime settimane lei ha avuto occasione di ripercorrere tutta la “rotta balcanica”. In un’estate in cui questa rotta sembra essere scomparsa quali sono i punti più caldi?

«Le isole greche continuano a essere un punto critico, nel senso che al di là degli sbarchi quotidiani, che nell’ultimo periodo si sono attestati intorno ai 200 arrivi al giorno, ci sono comunque migliaia di persone sulle isole che sono bloccate da marzo, il che sta cominciando a mettere alla prova anche la pazienza delle persone che vivono sulle isole greche e che invece finora si sono sempre dimostrate molto accoglienti nei confronti di coloro che sbarcavano.

Diciamo però che ci sono tante grandi e piccole criticità in ognuno dei territori che abbiamo visitato: le 57.000 persone in Grecia vivono all’interno dei campi profughi, che sono delle tendopoli sotto il sole oppure all’interno di capannoni industriali senza servizi igienici adeguati e con la prospettiva di rimanere bloccati per fare la domanda di asilo e la richiesta di ricollocamento, ovvero per essere riaccolti in altri paesi dell’Unione europea, e questo genera gravi problemi sia a livello fisico sia psicologico».

Risalendo verso nord la situazione migliora?

«Non proprio. La Macedonia vive una situazione paradossale, perché ufficialmente ci sono soltanto 150 persone nel campo di Gevgelija, che è appunto all’entrata della Macedonia dalla Grecia, subito a nord di Idomeni. Anche qui le persone bloccate non hanno prospettiva, nel senso che la Macedonia è stata dimenticata nella storia della rotta balcanica, ma in realtà dovrebbe avere un ruolo di controllo e transito. Risalendo ancora, la Serbia sta vivendo un momento molto delicato, sia politicamente sia economicamente. I migranti sono praticamente bloccati all’interno del centro di Belgrado dove si ritrovano nel parco davanti alla stazione degli autobus: stiamo parlando di un numero di persone compreso tra le 500 e le 1.000 che ogni giorno si ritrovano nelle piazze di Belgrado per capire poi che strade prendere, e questo non sta aiutando la politica».

Risalendo ancora si incontra l’Ungheria, che ha una politica durissima di respingimenti.

«Esatto. Qui le persone che cercano di passare da lì illegalmente vengono prese e respinte, e per quanto riguarda quelle che stanno entrando legalmente, circa 30 al giorno, non si sa bene a quale destino vadano incontro. Ufficialmente andranno a vivere in Ungheria, ma di fatto si sa davvero poco cose sulle persone che in questo momento stanno andando ufficialmente in Ungheria. Insomma, ogni Paese della rotta balcanica vive una difficoltà nel gestire la situazione. Oltretutto ci sono Paesi come Macedonia e Serbia che fanno parte dell’Unione europea e che sono tagliati fuori da quel poco di politica di sostegno e aiuto da parte di Bruxelles per la gestione di questa crisi, dimenticando che è una crisi di tutti, non solo dei Paesi che vengono attraversati ma di tutti noi cittadini europei».

Lei ha parlato più volte di crisi, ed è inevitabile, si parla molto spesso di emergenza, ma nelle vostre parole chiave, quelle che costituiscono la sigla Ipsia, c’è la parola “sviluppo”. Ecco, quali sono le prospettive per chi rimane bloccato nella rotta balcanica? C’è modo per voi e per tutte le realtà che ci lavorano, di costruire degli spazi di normalità?

«Quella è il vero problema, perché anche gli operatori, come noi o gli altri partner dei progetti nei quali siamo stati, vivono la difficoltà di gestire progetti a lunga durata che vadano oltre l’emergenza, che si limita alla distribuzione di aiuti, cibo, vestiti e materiale igienico. Credo che quantomeno in Grecia si possano e si debbano attuare dei progetti rivolti al sostegno di tipo psico-sociale, soprattutto per i bambini e le donne, ma anche per i maschi, che in un certo senso sono sempre un po’ dimenticati da queste storie. È vero, le storie delle categorie più deboli sono più “commoventi”, e mi scuso per la scelta di questo termine, ma anche i maschi che non vengono calcolati all’interno delle storie soffrono, perché è stato tolto loro il ruolo di capofamiglia. Sono persone che dovrebbero e che soprattutto vorrebbero lavorare, e che non hanno più nessun potere all’interno di una società che è andata distrutta. Le organizzazioni che operano sul territorio dovrebbero riuscire ad aiutare i bambini ad accedere all’istruzione, perché rimarranno bloccati lì per lungo tempo, e fare in modo di costruire tessuti e relazioni che vadano ad aiutare queste persone a cercare di vivere una normalità, che è quella che manca e mancherà per lungo tempo, e anche cercare di attivare progetti che possano aiutare a far capire a queste persone quello che li aspetta dopo, nella speranza che questo “dopo” sia a breve termine. Bisogna raccontare un po’ di più delle nostre modalità, delle nostre tradizioni, delle nostre usanze, quindi introdurre i migranti in un clima europeo che permetta loro di accorciare i tempi di integrazione nel momento in cui effettivamente arriveranno all’interno dei Paesi di destinazione».

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