Sabato 3 settembre, durante la riunione del G20 a Hangzhou, in Cina, il presidente statunitense Obama e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno ratificato ufficialmente l’accordo di Parigi sul clima, frutto della conferenza Cop21 che si era svolta nella capitale francese a fine 2015. Mentre per Obama la firma rappresenta la più importante eredità della propria amministrazione, dal punto di vista della Cina la battaglia sul clima è anche un modo per rilanciare l’immagine del Paese come leader globale non solo in termini di produzione industriale.

Al di là delle motivazioni, comunque, la ratifica dell’accordo segna un passo in avanti significativo verso l’entrata in vigore del trattato entro la fine dell’anno: Washington e Pechino sono infatti i due più grandi produttori mondiali di gas serra e insieme rappresentano poco meno del 40% delle emissioni globali. Tuttavia, non si possono ignorare le pesanti assenze, come quella della Russia o dell’India, ma anche dell’Europa, che “pesa” per un 12% circa, in difficoltà a causa della mancanza di volontà politica e rallentata da un iter che prevede la ratifica dell’accordo da parte di tutti i singoli Paesi membri.

Secondo Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, si tratta comunque di «un segnale forte, ma che va considerato solo come un punto di partenza».

Che cosa differenzia queste firme da quelle apposte a dicembre alla Conferenza sul clima di Parigi?

«L’accordo era stato firmato da pressoché tutti i Paesi del mondo a dicembre dell’anno scorso alla Cop21 a Parigi, ma i trattati richiedono almeno due firme: quella dell’adesione e quella della ratifica. In questo secondo caso, ogni Paese ha una propria procedura per fare in modo che la firma del proprio rappresentante presso le Nazioni Unite venga confermata dai vari organismi politici. Nello scorso fine settimana Cina e Stati Uniti hanno presentato a Ban Ki-moon la ratifica».

Quanto è forte questo segnale? Quanto sposta gli equilibri nell’applicazione reale di questo accordo?

«È un atto importante perché per entrare in vigore l’accordo dev’essere ratificato da un numero di Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali di gas che causando l’effetto serra alterano il clima, e Cina e Stati Uniti insieme pesano per quasi il 40%. Se a questi aggiungessimo la ratifica da parte dell’Unione europea saremmo quasi all’entrata in vigore formale, che ovviamente potrebbe accelerare tutti i meccanismi previsti dal trattato. Siccome l’obiettivo del trattato è quello di tenere l’aumento di temperatura del pianeta al di sotto dei due gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale, ma possibilmente anche al di sotto del grado e mezzo, e siccome tutti gli impegni volontari presentati sinora dai Paesi non sono abbastanza per quell’obiettivo, è chiaro che si mette in moto un meccanismo che porterà più rapidamente del previsto alla revisione di questi obiettivi e quindi speriamo all’assunzione di impegni più seri».

Con l’entrata in vigore diventano vincolanti sia gli obiettivi sia i singoli impegni?

«È necessario fare una precisazione sulla formula giuridica utilizzata per l’accordo di Parigi, che è particolare: l’obiettivo è vincolante, ma gli impegni non lo sono, sono volontari. Tutto il meccanismo è stato studiato per evitare che la ratifica statunitense dovesse passare attraverso il Congresso, perché com’è noto al Senato americano quasi sicuramente non sarebbe stata approvata. Da questo punto di vista c’è una tradizione molto negativa, perché pochissimi trattati sul clima sono stati ratificati dalle istituzioni di Washington.

Si è scelto quindi di aderire all’interpretazione secondo cui questo trattato è un’estensione dell’accordo di Rio de Janeiro del 1992, che aveva avviato tutto il dibattito sul clima, e che quindi, essendo quello un trattato ratificato a suo tempo dagli Stati Uniti, in qualche modo questa ne sia la semplice e lineare prosecuzione».

Visto che gli impegni sono volontari come si potrà avere la certezza che vengano rispettati?

«Quello che è importante a mio avviso non è tanto il fatto che verrà o meno rispettato, perché in questo genere di accordi internazionali non c’è una polizia che interviene. In sede europea, invece, essendo l’Unione europea un’istituzione che ha regole interne e meccanismi di tipo punitivo, il controllo è più facile, ma a livello globale non è così».

L’entrata in vigore di questo trattato potrà servire davvero?

«Per rispondere bisogna guardare a quello che è avvenuto e che sta avvenendo: l’impegno cinese è estremamente serio, nel senso che gli investimenti nelle fonti alternative stanno continuando a crescere. Dobbiamo tenere conto che a livello globale gli investimenti che la Cina fa nell’energia solare e nell’energia eolica e nelle altre fonti rinnovabili equivalgono a quelli che fanno Stati Uniti ed Europa insieme, quindi il livello di impegno della Cina è notevole: per il terzo anno si registra un calo nei consumi di carbone e il piano di sviluppo dei prossimi cinque anni prevede che la Cina aumenti la produzione di energia da fonti rinnovabili quanto l’intera produzione della Gran Bretagna».

Abbiamo possibilità di successo?

«Se si guarda alle tecnologie e al mercato dell’energia si vede che le alternative ormai sono decollate grazie agli impegni che negli anni passati sono stati assunti anche dall’Europa e dall’Italia: nonostante tutte le polemiche sugli incentivi la verità è che in pochi anni, grazie soprattutto all’Europa, che oggi è un po’ in ritardo nella ratifica perché il meccanismo europeo è più complicato degli altri, tecnologie che erano molto costose e fuori mercato, oggi in molte aree del mondo sono competitive. Mi piace citare una notizia recente, ma ce ne sono tante di questo tipo: l’asta per la costruzione di un impianto di 120 Megawatt in Cile è stata vinta da un imprenditore che ha proposto una centrale solare, e l’ha proposta con un meccanismo di prezzo che è la metà di quello del carbone. Questo ci dice che la competitività delle fonti rinnovabili va crescendo. È vero, ci sono alcune tecnologie che sono ancora fuori mercato, però già vediamo nel dibattito inglese sul nucleare che per esempio l’eolico a mare ormai costa meno dei piani di sviluppo delle nuove centrali nucleari che poi non si riescono a realizzare».

Le possibilità di riuscire a mettere in pratica gli obiettivi si spiegano solo attraverso il mercato?

«No. C’è un cambiamento nel mondo, e il problema è la rapidità di questo cambiamento. Bisogna pensare che sia in corso una gara tra noi e il cambiamento del clima: dobbiamo riuscire a trasformare il sistema energetico globale in tempo, quindi abbastanza rapidamente per evitare che l’aumento delle temperature arrivi a un punto che gli scienziati ritengono estremamente pericoloso, dobbiamo evitare le conseguenze più catastrofiche di un cambiamento climatico che è già in atto, come l’innalzamento eccessivo dei mari, la perdita eccessiva di biodiversità e il fatto che il cambiamento del clima rende sempre meno abitabili aree sempre più vaste del nostro pianeta incidendo negativamente sui conflitti già esistenti e rischiando di innescarne degli altri. Le condizioni climatiche negative significano in certe aree del pianeta siccità maggiori, quindi maggiori carestie e mancanza d’acqua, e questo interviene su risorse che sono già scarse. Da questo punto di vista l’enciclica di Papa Francesco e la presa di posizione delle maggiori chiese e religioni ci ricordano che esiste un tema etico, e cioè che a pagare di più le conseguenze del cambiamento climatico sono quelli che hanno meno inquinato, ovvero i Paesi più poveri e i poveri nelle varie nazioni che sono esposte maggiormente alle conseguenze negative del cambiamento climatico. Negli anni abbiamo contratto un debito ecologico».

Immagine: via flickr.com

 

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