Martedì 13 settembre presso la Sala della stampa estera a Roma è stato presentato il progetto Esodi. Rotte migratorie dei paesi subsahariani verso l’Europa, realizzato da Medici per i Diritti Umani per cercare di disegnare le rotte affrontate dai migranti dall’Africa subsahariana all’Italia. L’idea è quella di raccontare attraverso una mappa interattiva non solo l’esperienza del viaggio, fatta di sofferenze, violenze e tragedie, ma anche le speranze che spingono queste persone a lasciare la propria terra e la propria vita per cercare di costruirne una nuova. Sono oltre mille le persone che hanno raccontato a Medici per i Diritti Umani la propria storia in tre anni di lavoro portato avanti da operatori e volontari in numerosi luoghi d’Italia e in Egitto.

Esodi racconta anche con dati aggiornati le conseguenze del viaggio sulla salute fisica e mentale di un’intera generazione di giovani africani, che in molti punti della loro migrazione raccontano di quanto spesso succeda di «non essere più considerati esseri umani».

Oltre il 90% dei migranti intervistati ha raccontato di essere stato vittima di violenza intenzionale, di tortura e di trattamenti inumani e degradanti nel paese di origine oppure lungo la rotta migratoria, in particolare nei molti luoghi di detenzione e sequestro in Libia, e praticamente tutti hanno raccontato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato senza motivo.

Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani, spiega che Esodi «è il frutto di quasi tre anni di testimonianze, ma in realtà la nostra idea è che sia un lavoro costantemente in sviluppo, per raccogliere sempre nuove esperienze e storie e cercare di descrivere cosa succede davvero in questi esodi».

L’estate del 2016 è stata segnata, come quella precedente, dalle migrazioni di persone che hanno cercato di attraversare il Mediterraneo per fuggire da conflitti e dittature oppure in cerca di una vita migliore, eppure la percezione è stata quella di un’emergenza più lontana. Perché, secondo lei?

«Come si diceva anche quest’anno gli sbarchi sono stati numerosissimi e ad oggi il numero di persone arrivate in Italia partendo dalle coste nordAfricane è uguale o leggermente superiore a quello dell’anno scorso, quindi forse c’è una sorta di assuefazione alle notizie che arrivano».

Anche Esodi ha avuto un’accoglienza distratta?

«No, per fortuna l’evento che abbiamo organizzato martedì ha raccolto molto interesse: era presente un pubblico folto, giornalisti nazionali e soprattutto internazionali, persone interessate e altre associazioni. È stato accolto con interesse perché credo che Esodi sia la prima mappa interattiva, liberamente accessibile, raccontata direttamente dai migranti».

In che modo è avvenuta la raccolta delle informazioni?

«L’abbiamo costruita sulla base della testimonianza di mille migranti: mille persone, uomini, donne, ragazzi, che abbiamo incontrato negli ultimi anni nei nostri progetti, nei centri di accoglienza in Sicilia, o nelle situazioni di precarietà a Roma, come per esempio in Via Cupa, dove si trova l’ex centro Baobab, ma anche a Ventimiglia, dove i nostri volontari hanno lavorato quest’estate, e ci sono diverse testimonianze raccolte direttamente in Africa, in particolare in Egitto, al Cairo, dove un nostro progetto porta assistenza ai rifugiati sia nella città del Cairo sia a quei migranti che sono detenuti nelle carceri egiziane».

L’esperienza della migrazione, in particolari dai paesi dell’Africa subsahariana, è molto spesso segnata da speranze frustrate, ma il fatto che abbiate scelto il termine “Esodi” per raccontarla, quindi anche con un riferimento a uno dei momenti più gloriosi dell’Antico Testamento, è un modo per ribadire che questa speranza va comunque coltivata?

«Sì, questa mappa racconta dalla viva voce dei protagonisti la tragedia ma anche la speranza dell’evento umano che più sta segnando il nostro tempo, cioè quello delle migrazioni. Nella nostra mappa abbiamo ricostruito cinque rotte principali che partono dall’Africa occidentale e dal Corno d’Africa, attraversano il deserto del Sahara e raggiungono i Paesi del Nord Africa, la Libia in particolare. Questa esperienza è un inferno fatto di violenze, sequestri, detenzioni, situazioni terribili e poi l’attraversamento del Mediterraneo, ma è comunque caratterizzato dalla speranza».

Sulla mappa di Esodi ci sono alcuni punti particolarmente evidenti. Uno di questi è Agadez, in Niger, città relativamente piccola ma che rappresenta un nodo decisivo nelle migrazioni. Nelle vostre testimonianze quanto ritorna questo nome?

«Purtroppo molto spesso: Agadez, al bordo del deserto del Tenerè, è il punto di partenza di quella che i migranti chiamano “la via dell’inferno”, cioè l’attraversamento del deserto fino alla Libia, fino a Sabha. È un tratto di terra difficilissimo da attraversare, gestito dai trafficanti, e purtroppo molte persone non ce la fanno. C’è una testimonianza particolarmente dura di un ragazzo che ce l’ha fatta e ci ha raccontato di questo deserto come di un cimitero per via del grande numero di cadaveri che ha visto. I punti più difficili per l’attraversamento sono appunto il deserto e ovviamente il Mediterraneo, ma mentre dei morti in mare sappiamo qualcosa di più per via della maggiore vicinanza, di coloro che perdono la vita nel deserto, che vengono abbandonati e muoiono di sete e di stenti, si sa molto di meno. Agadez è il punto da cui partono questi pick-up stipati all’inverosimile dai trafficanti, con trenta o quaranta persone ciascuno, per attraversare questa pista che era percorsa dalle carovane e ora dai trafficanti e dai migranti che dall’Africa Occidentale cercano di raggiungere la Libia».

Inoltre quando si arriva in Libia i problemi non sono finiti. Cosa racconta chi ha compiuto anche questa parte del viaggio?

«Una delle persone che ci ha raccontato la sua esperienza ci ha detto che quando si entra in Libia si smette di essere considerati esseri umani, soprattutto se si proviene dai Paesi dell’Africa subsahariana, sia dall’Africa Occidentale e forse anche peggio dal Corno d’Africa. Il livello di sfruttamento dei migranti in Libia è terribile, vastissimo, sistematico, portato avanti dai militari, dai poliziotti, dalle milizie armate, dalle bande criminali e anche da gruppi che potremmo definire “artigianali” o a carattere domestico. Possiamo quindi dire che le forme di sfruttamento sono infinite».

Mettendo fine al conflitto in Libia si risolverebbero tutti i problemi, quindi?

«No, la Libia non è il solo problema. Sicuramente dal punto di vista dell’Italia è da lì che avviene la maggior parte delle partenze, anche se abbiamo anche raccolto testimonianze di viaggi via mare che partono dall’Egitto. Il problema alla base di tutto però è che queste persone, e questo in Esodi si può vedere attraverso vari grafici e racconti, hanno motivi molto diversi tra loro per tentare questo viaggio. Per esempio, dal Corno d’Africa la maggior parte arrivano dall’Eritrea e si sa che lì fuggono da una dittatura, da un servizio militare a tempo indeterminato, che è paragonabile a un sistema di lavori forzati, quindi sono rifugiati, sono profughi, ma anche le persone che vengono dall’Africa occidentale, anche se per ragioni più eterogenee, lasciano il loro paese per situazioni drammatiche, perché la loro incolumità fisica è minacciata, così come la loro stessa vita. Tutte queste persone intraprendono il loro viaggio consapevoli dei rischi che incontrano proprio perché non hanno alternative, quindi in questo senso è un flusso che non si può arrestare mettendo un muro o una diga in un solo luogo. C’è bisogno di una risposta globale della comunità internazionale sui problemi che affronta in questo momento l’Africa subsahariana, e anche per questo nella nostra mappa per ogni paese è descritto il contesto, la situazione per i diritti umani, proprio perché le persone possono capire le ragioni per cui queste persone affrontano un viaggio così difficile».

Immagine: via mediciperidirittiumani.org

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