«Il bene di tutti è l’unica cosa che conta»

Valori universali, bene comune, rapporti fra le religioni: in dialogo con Francesco Macaluso, siciliano e imam a Palermo

Ahmad 'Abd Al-Majid è l’unico imam italiano a Palermo. Responsabile della Coreis (Comunità religiosa islamica, l’associazione che riunisce i musulmani italiani) siciliana, cinquantadue anni e un lavoro nel settore immobiliare, Francesco Macaluso (questo il suo nome anagrafico) è nato a New York da genitori emigrati, come tanti loro conterranei, negli Usa per cercare fortuna. Tornato a Palermo pochi anni dopo, qui è cresciuto e ha maturato la sua fede, prima in ambito cattolico e da una ventina d’anni in quello musulmano. Un cambiamento che, dopo l’iniziale sorpresa, è stato seguito anche dalla sua famiglia.

Un imam italiano è una figura chiave di collegamento fra le comunità, composte spesso da migranti, e la società, lo Stato italiano. Lo abbiamo incontrato in occasione del convegno «Vivere e testimoniare la frontiera» organizzato da Mediterranean Hope – Federazione delle Chiese evangeliche in Italia a Palermo (30 settembre-2 ottobre), che ha affrontato il tema delle frontiere, geografiche e mentali, i loro risvolti politici, i termini e le sfide dell’accoglienza attraverso le testimonianze di chi (operatori, giornalisti, pastori, medici, studiosi) ci lavora quotidianamente (per approfondire: qui). Oggi 27 ottobre è la giornata dedicata al dialogo cristiano-islamico.

Spesso l'Islam viene percepito e raccontato come una religione straniera. Ecco, proprio per questo, come vive la frontiera un musulmano?

«Da un punto di vista immanente la frontiera non è altro che la differenza fra etnie, gruppi, tribù, popoli. Chiamiamo frontiere cose nate l’altro ieri nella storia dell’umanità. Ciò non dovrebbe impedire una libera circolazione basata su regole di carattere spirituale, ontologico, che potrebbero benissimo coniugarsi con le regole degli Stati. Noi non vediamo la contrapposizione o l’estremismo né in una libera circolazione indiscriminata né in una chiusura delle frontiere tale da precludere quello che è un diritto innato nell’uomo e che Dio in tutte le religioni ha dato, quello di poter liberamente conoscere il mondo, che è il tappeto su cui Dio permette agli uomini di conoscere i loro simili. Dice il Corano, “io vi ho creato da un uomo e una donna in tribù e popoli affinché vi conosceste l’un l’altro e vi usaste carità, benevolenza e vi richiamaste al bene l’un l’altro”».

La sua attività si svolge in un territorio, quello di Palermo, che cerca di superare frontiere mentali e geografiche: nel suo lavoro quotidiano quale supporto viene dato al processo dell’inclusione?

«Come musulmano italiano sono di fatto una “testa di ponte” tra i nostri correligionari non italiani, che non hanno in proprio la mentalità italiana, occidentale, per coniugare necessità di carattere squisitamente religioso e permettere una proficua e armoniosa integrazione della dimensione religiosa con quella sociale della Sicilia. Ovviamente tutti devono sottostare a delle regole e delle leggi relativamente all’edificazione, all’insegnamento dei bambini, senza fuoriuscire da ciò che è lecito in questo paese affermando società parallele che non fanno integrazione».

I musulmani di origine straniera si trovano ad affrontare uno shock culturale quando arrivano in Italia? Che cosa chiedono normalmente?

«Farò un esempio concreto: la Coreis quest’anno ha organizzato a livello nazionale l’iniziativa “114 pizze e dolci”, destinata ai poveri e ai migranti: a Palermo è stata realizzata con la collaborazione del Centro Astalli e di ragazzi di seconda generazione di diverse comunità bengalesi, e con la partecipazione del sindaco e del prefetto che hanno testimoniato la vicinanza delle istituzioni a questi gesti semplici ma importanti. C’è stato un momento di ilarità nei fratelli bengalesi, che mi conoscono da tempo, quando qualcuno mi ha chiesto “ma tu sei veramente un imam siciliano?”. Chi arriva pensa che in occidente non ci sia la possibilità di una comunità islamica, perché pensano che l’occidente sia troppo profanizzato e (erroneamente) che ci sia una contrapposizione tra un occidente cristiano secolarizzato e un islam tradizionale, che se posso dire non esiste più nemmeno nei paesi islamici. In realtà la storia della civiltà islamica, così come quella ebraica e quella cristiana, hanno sempre dimostrato una condivisione dei principi spirituali, che sono certo declinati in forma diversa, ma proprio in quanto forma è il principio che le mantiene, le forme sono mantenute dal principio che è uguale, è sempre Dio. Il rischio del formalismo sta proprio in queste divisioni formali, schematiche, che impediscono di riconoscere nell’altro la creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio».

In Sicilia, che ha una storia di islam secolare, questo discorso è forse più facile che altrove?

«Sì, rispetto al nord Europa, i siciliani sono stati intrisi di islam per diversi secoli. Federico II, grande sapiente e conoscitore, alla sua corte aveva rabbini, šuyūḫ (sceicchi), vescovi. Il venerdì si sentiva il muezzin chiamare alla preghiera nelle 300 moschee della città, il sabato le attività erano ridotte in rispetto agli ebrei e la domenica suonavano le campane. Non credo che realtà così se ne trovino tante nel mondo… Dopo tanti secoli si riattualizza questa presenza di comunità diverse, permettendo di riaprire una prospettiva di maggiore serenità, di migliore riflessione prima di agire, quello che per noi musulmani è l’aprire i petti (non diciamo i cuori perché questo dipende da Dio), dimostriamo maggiore collaborazione, riflessione, attenzione nell’affrontare i problemi, superiamo stupidi pregiudizi e procediamo verso l’unica cosa che conta, il bene comune e diffuso di tutti gli esseri che fanno parte di questa società. Nessuno vuole convertire al proprio credo gli altri, non appartiene al credente una cosa del genere, ma lo è certamente il richiamarci tutti ad alcuni valori inalienabili, credenti o non credenti, sulla cui base si può procedere per trovare le migliori soluzioni e rendere la vita più serena».

Come descriverebbe il rapporto con le altre religioni e il percorso di avvicinamento all’islam, un tema problematico in quanto spesso erroneamente collegato al fondamentalismo e peggio ancora al terrorismo?

«L’unica conversione all’islam è una conversione per Dio. In realtà non ci si converte: quando avviene c’è una volontà divina. Io mi preoccupo, come tutti gli italiani della Coreis, quando sento di conversioni legate a “non mi trovavo bene, nell’islam ho trovato…”. Non c’è un perfezionamento nelle forme spirituali che Dio ha voluto donare per essere conosciuto prima all’ebraismo, poi al cristianesimo, poi all’islam, né nelle tradizioni spirituali dell’estremo Oriente. Le forme in sé sono complete e non mancano di nulla per riportarle al loro stato originario, alla purezza adamica. I percorsi sono diversi, l’educazione che l’anima riceve attraverso la ritualità e la dottrina sono sufficienti a garantire questa santità, ogni comunità religiosa ha i suoi santi che sono l’esempio vivente che ciò è possibile. Su questi riferimenti si lavora per cambiare innanzitutto se stessi e poi testimoniare, senza voler convertire alcuno ad alcunché, questo modo d’essere».

Qual è stato il suo percorso personale?

«Uno legge, studia, torna a praticare con più cognizione di causa: prima le cose vengono fatte perché si prende esempio dai genitori, o perché vanno fatte… poi si approfondisce, magari si fanno incontri. Poi succede, ma non in una dimensione ragionata, la conversione se è veramente tale è un cambio di forma, va al di là delle forme stesse. La ragione sta nella forma. Ecco perché quando uno si converte (a qualsiasi forma religiosa) e ha una sua motivazione, noi diffidiamo, perché è la tua motivazione, non so quanto Dio possa essere soddisfatto del percorso che hai fatto. Noi diciamo che l’islam, così come l’ebraismo o il cristianesimo, non è per tutti: bisogna sposare lo spirito della rivelazione e sottomettersi come discepoli di Dio alla forma, ai precetti e alla ritualità, perché quelli sono gli strumenti che cambiano l’anima, la ripolarizzano verso lo spirito e permettono di beneficiare dello stato di grazia che dovrebbe caratterizzare maggiormente il credente».

Immagine: By Dans - Own work, CC BY-SA 3.0, Link

Interesse geografico: