Con l’arrivo di 125 persone all’aeroporto di Roma-Fiumicino la mattina di venerdì 27 ottobre, i Corridoi umanitari hanno raggiunto il loro primo traguardo: portare mille persone in condizioni di vulnerabilità in Italia legalmente e in modo sicuro, evitando loro le incertezze di un viaggio che è fatto di confini da superare, di rischi sanitari e addirittura del rischio di morire nelle acque del Mediterraneo.

Anche se il “tetto” di visti è stato toccato, i Corridoi, organizzati a partire dal 2015 dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant’Egidio grazie al finanziamento dell’Otto per mille valdese, non sono arrivati alla fine del loro percorso: la voce circolava da tempo, ma l’ufficialità è arrivata soltanto durante la conferenza stampa che si è svolta dopo l’arrivo. Alla presenza di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e di Paolo Naso, coordinatore del progetto MH per la Fcei, il viceministro degli Esteri, Mario Giro, ha annunciato la firma, già avvenuta, di un nuovo protocollo d’intesa tra i ministeri coinvolti e le organizzazioni proponenti, e alla fine di novembre sarà possibile ripartire.

Ecco il racconto di questo ultimo viaggio, che per fortuna non sarà davvero l’ultimo.

Molto spesso, quando si parla di Corridoi, rimane una domanda: che cosa succede a chi non viene incluso in questo progetto, magari perché in condizioni di eccessiva vulnerabilità e quindi non in grado di affrontare il viaggio? Per alcuni di loro esiste un’altra possibilità: Medical Hope, un progetto di assistenza sanitaria realizzato nel quadro di Mediterranean Hope e avviato dal medico Luciano Griso. Nelle ultime settimane sono arrivati a un punto di svolta due casi di particolare rilevanza: uno riguarda un bambino di quattro anni, affetto dalla “Malattia di Gaucher”, e l’altro un giovane di 20 anni, che soffre di una grave cardiopatia congenita.

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