Huldrych Zwingli, il riformatore «politico» di Zurigo

Una recente monografia, a firma di Sergio Ronchi e pubblicata dall’editrice Claudiana, permette di cogliere le peculiarità del «vescovo e pastore» della città svizzera. Un dato emerge su tutti: l’ispirazione che veniva dalla Bibbia informò ogni sua azione e presa di posizione.

Danilo Di Matteo

« (…); ascolta bene: nessuno deve considerarsi malvagio quanto al cibo o al bere (…) E se a qualcuno piace lo sterco lo mangi pure (…). Ho citato fin qui, e a sufficienza, numerosi passi della Scrittura per dimostrare come al cristiano sia lecito mangiare ogni sorta di cibo. In breve: digiuni volentieri? Digiuna. Non vuoi mangiare carne? Non mangiarla. Ma lascia al cristiano la sua libertà. Lo Spirito impone alla tua fede il digiuno? Digiuna, ma concedi al tuo prossimo di far uso della libertà del cristiano». È un passo mirabile della predica pronunciata da Huldrych Zwingli, di lì a poco «predicatore evangelico del duomo» di Zurigo, «vescovo e pastore» della città, il 29 marzo 1522, in occasione della Quaresima.

Il riformatore si era lasciato alle spalle la concezione medioevale della separazione fra chierici e laici senza approdare a quella moderna della distinzione fra Stato e chiesa: la comunità civile e cristiana per lui coincidono. Eppure in un sermone sottilmente osservò: «D’altra parte, chi vive in maniera irreprensibile non per questo è giusto dinanzi a Dio; si mette soltanto al riparo dalla morte e dalla punizione». «Dinanzi a Lui – anzi – nessuno è giusto». Insomma: il volumetto di Sergio Ronchi (primo capitolo del libro Zwingli e Calvino nel contesto elvetico) ha il raro pregio di farci cogliere le tante sfumature del pensiero e dell’opera del riformatore. Il quale morì con la spada in pugno nel 1531 in difesa di ciò in cui credeva, ma tanto si era battuto contro il mercenariato e «la perdita della nostra stessa carne e sangue» che esso comportava.

Era poi un umanista e un allievo di Erasmo da Rotterdam, ma ne contestava l’idea del libero arbitrio e la sua teologia era più che mai teocentrica: Dio è libero, la sua elezione (o predestinazione) degli esseri umani è sovrana e precede persino la fede. E che cosa sono i sacramenti – che come parola considerava estranei al cristianesimo – se non un impegno, un giuramento di fedeltà, un «segno di fedeltà» del credente alla comunità, presupponendo così la fede?

Talora le diatribe di quei decenni sul battesimo e sulla Cena del Signore vengono lette soprattutto in termini storico-politico-sociali, in relazione agli scontri fra cattolici, luterani, riformati svizzeri e anabattisti. Eppure dalle pagine di Zwingli emerge nella sua grandezza la tensione fra il dato contingente e una visione che sgorga dallo studio del testo biblico: si pensi alla profonda meditazione dell’Evangelo di Giovanni, alla base della convinzione del valore simbolico dell’Eucaristia. Un altro esempio: egli «nutre apertamente simpatie nei confronti degli iconoclasti», però scrive: le immagini «che sono “prostituite al culto” si oppongono “diametralmente alla parola di Dio”; mentre le altre, non oggetto di culto, non vanno condannate “riconoscendo la pittura e la scultura come doni di Dio”». In definitiva, come scrive Fritz Schmidt-Clausing, «fu suo destino rimanere “protestante” nel senso proprio del termine fino alla fine tragica della sua vita. Gli fu negato di essere evangelico in serena tranquillità, anzi, morì da protestante di una Riforma ancora incompiuta».

* Sergio Ronchi, Huldrych Zwingli – Il riformatore di Zurigo. Torino, Claudiana, 2008, pp. 88, euro 8, 00.

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