
Il dolore nella nostra relazione con Dio
Il dolore mette alla prova anche la nostra relazione con Dio, oltre alle nostre capacità di resistenza. E soffrire significa a volte guardare dentro di sé per cercare colpe eventualmente nascoste, spiegazioni che abbiano un minimo di senso. In realtà non sempre il male è spiegabile; sempre però è necessario e giusto cercare di combatterlo.
Gianni Genre
Parlo malvolentieri del dolore e della sofferenza e ne scrivo con disagio anche maggiore. Ne parlo, però, raramente, con estremo pudore, proprio per un debito che mi abita nei confronti delle persone che ho avuto modo di accompagnare attraverso il lungo viaggio nel deserto della sofferenza e del tormento che non accenna a svanire. Parlo per dare un po’ di voce alla loro sofferenza, per il dovere, insopprimibile, della memoria, per dare parole al loro dolore che non trova parole, ma si esprime sovente attraverso il silenzio: il loro e il mio. Parlo, anche tra me e me, coltivando le parole del loro dolore e della loro storia.
Ognuno di noi porta con sé parole che riassumono il senso della vita e del coraggio; io cerco di non dimenticare alcune di quelle che altri mi hanno affidato, volendole con me condividere. Parole di sofferenza che spesso affermano, anche se in modo implicito o camuffato, un elemento di profonda inquietudine nei confronti di Dio, con il quale si avverte la tensione di un conto che è rimasto aperto… e che non si potrà forse mai più chiudere. Nonostante questo, non mi sento autorizzato a parlare della sofferenza. Solo chi soffre – anche la Bibbia ce lo ricorda, solo Giobbe – è autorizzato a parlarne. I suoi amici, i falsi consolatori, i molesti compagni dalle spiegazioni pronte e preconfezionate, non lo sono. Il rischio di apparire blasfemi è sempre presente.
Sempre, al dolore e alla sofferenza, si sono cercate spiegazioni. Non è affatto vero che il problema della sofferenza sia meno acuto presso i credenti; al contrario, diventa più evidente e assume forme più laceranti. Per Lucrezio o per Montaigne la presenza della sofferenza nel mondo non sembra essere così drammatica, per Ricoeur o per Lewis lo è! Sono addirittura tentato di credere che il male sia realmente un problema solo in collegamento con la fede in Dio, come se si trattasse di una domanda posta a Dio e a Dio solo. In questo senso Dio, anziché essere la soluzione del problema della sofferenza (cioè un tentativo per spiegarla, per giustificarla o almeno per assumerla), sarebbe un fascio di luce che ne mette in risalto lo scandalo insopportabile. Troppe volte, infatti, ho incontrato uomini e donne per i quali il carattere inaccettabile della sofferenza era dato proprio dalla loro relazione con Dio.
Orbene, dietro le cifre che ci vengono offerte dall’intervento del dottor Labianca, (vedi pagina a fianco) ogni giorno costretto a fare i conti con la sofferenza altrui (sofferenza che stinge facilmente su chi sta accanto al malato), ci sono tentativi propri di una certa matrice culturale, evidentemente egemone nel nostro Paese, di spiegare e dunque di dare senso alla sofferenza. Conosco (per avere condiviso con lui un dibattito sulla fine della vita) il dottor Defanti, il primario di Neurologia dell’ospedale Niguarda, che da sedici lunghissimi anni segue da vicino il caso di Eluana Englaro, di cui tutti oggi parlano. Mi ha spiegato nei dettagli che cosa significhi l’accanimento spietato operato nei confronti di questa giovane donna e quanta sofferenza abbia provocato nei suoi genitori. Condannati a soffrire (adesso anche dal Parlamento!).
Perché questa crudeltà ai nostri occhi? Per molteplici ragioni. Forse, anzitutto, per l’insopprimibile desiderio di cercare di spiegare la sofferenza di chi ci circonda. È vero che una sofferenza senza spiegazione alcuna è più difficile da accettare di una sofferenza che trovi qualche motivazione, per quanto improbabile: ho conosciuto persone nel crogiuolo della sofferenza pronte ad assumere responsabilità e colpe sostanzialmente inesistenti pur di offrire un aggancio, un ancoraggio, un frammento di spiegazione alla propria sofferenza, anche se inutilmente. Tutto questo nella prospettiva dell’antico nesso, sempre difficile da spezzare, che intercorre fra sofferenza e colpa.
Nonostante Gesù abbia portato avanti una durissima battaglia contro la mentalità di chi collegava (e collega) sofferenza e colpa – basta leggere l’episodio della guarigione del cieco nato in Giovanni 9 o quello dei Galilei uccisi da Pilato e dei diciotto della torre di Siloe di Luca 13 – questo collegamento ancora non è stato interrotto né è mai stato apertamente denunziato come blasfemo dalle chiese, in particolare da quelle cattoliche. Spesso, anzi, questo nesso viene coltivato nelle coscienze dei nostri contemporanei, che – oltre alla sofferenza o al dolore prodotti dalla situazione che attraversano – vedono sensi di colpa spaventosi prendere dimora in loro. Fino a esserne schiacciati.
Molto vicino a questo atteggiamento sta quello di chi concepisce la sofferenza come purificatrice, come un percorso che avvicina a Dio. Anche per questa ragione, nel nostro Paese, l’uso degli oppioidi che possono governare il dolore fisico vengono usati in modo irrisorio rispetto alla media degli altri Paesi europei. Soffrire insomma è quasi un «dovere», in alcuni casi vissuto o interpretato come un «privilegio», forse qualcosa da offrire a Dio nel tentativo che questo consenta di espiare le colpe commesse e di avere diritto con maggiore probabilità alla vita eterna. Siamo sicuri che questa convinzione, che offre alla sofferenza una valenza di penitenza, sia stata sradicata dalla coscienza contemporanea e appartenga ai secoli passati quando si esclamava «Beati i dolori e le grida, poiché l’eterna ricompensa ci ripagherà di tutti i dolori»?
Io temo che persino un testo liberante come quello delle Beatitudini sia ancora oggi frainteso in questo modo spaventoso. Forse pochi pensano ancora che la sofferenza sia conseguenza del peccato originale (mentre questo collegamento andrebbe invece esplorato con grande attenzione e delicatezza), ma troppe persone non si sono affatto disfatte di queste consapevoli o inconsapevoli convinzioni. Compito nostro, in Italia come ovunque, è allora di dire a chiare lettere che il messaggio cristiano non offre alcuna spiegazione del male e della sofferenza, ma è la promessa di una redenzione da queste realtà e un appello alla mobilitazione contro di esse. Una mobilitazione liberatoria. Oltre a essere portatori – ed è particolarmente importante – di un messaggio, di una predicazione di «compassione»: ciò che siamo chiamati a fare, nella misura in cui ne siamo capaci, è di «rimanere con», di condividere e accompagnare chi soffre nella sua battaglia. Di cercare di avere in noi lo stesso sentimento di Cristo che ha rinunziato alla sua divinità per divenire simile a noi condividendo fino in fondo la sofferenza umana (Filippesi 2).
Dobbiamo infine evitare il rischio, soprattutto come chiese, di volere «giustificare» Dio davanti alla sofferenza immotivata. La Bibbia stessa lascia aperta la questione del male, sa che la sofferenza porta con sé un enigma irriducibile né si permette speculazioni che rendono solo più acuto il problema e il dolore. Annunzia però la vittoria sul male, sa che vi è la promessa di una città dove le lacrime saranno asciugate e non vi sarà più morte e dolore. Anche se con grande sobrietà e con il cuore lacerato a volte dalle domande, siamo debitori a tutti di questa promessa.
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