Battisti, crisi ma non recessione

La mozione programmatica 2014-2016 risponde alla crisi individuando nuove opportunità di sviluppo

Fedele è Dio. E noi? Siamo fedeli quando lo spirito d’appartenenza prevale su quello dell’accoglienza? Quando restiamo indifferenti alla povertà, all’emarginazione, alla perdita dei diritti fondamentali da parte di intere generazioni alle quali è negato il futuro? Siamo fedeli quando la Parola dell’Evangelo di pace e di giustizia, di misericordia e di amore è taciuta in nome di un’identità confessionale che per salvare se stessa di fatto si perde perché incapace di confrontarsi con altre identità? La 43a Assemblea Generale dell’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, che si è tenuta a Chianciano dal 30 ottobre al 2 novembre, dalla prima Lettera ai Corinzi (1,9) ha tratto ispirazione per rispondere: no, non siamo fedeli se nello scenario storico drammatico del XXI secolo il popolo battista non è capace di cogliere le nuove sfide, dentro e fuori dalle sue comunità. Quasi 180 partecipanti, tra invitati, delegati, aventi diritto al voto, il più anziano di 82 anni, il più giovane di 22, in rappresentanza di un centinaio chiese (italiane e di immigrati) con quasi 6.000 membri, 32 pastore e pastori, per decidere le linee programmatiche dei prossimi due anni. A partire dalla fotografia di una realtà, quella delle chiese italiane «storiche», in calo numerico (costituiscono infatti poco più della metà dei membri), a partire dalla consapevolezza di una crisi profonda che dalla società si riflette nell’esodo dalle chiese di intere famiglie, soprattutto immigrate, che rientrano nei propri Paesi o semplicemente lasciano l’Italia, il dibattito assembleare è stato in grado di aprire nuove prospettive.

L’Unione ha rinnovato il suo appello a ogni singola chiesa ad affrontare il problema del disavanzo economico. È stato ridotto, le chiese hanno già dato prova di trovare risorse inaspettate, nonostante le difficoltà di molti loro membri a garantire la contribuzione mensile poiché sono in aumento i disoccupati, i precari, i pensionati che devono aiutare i figli e i nipoti. Ma non basta. Statistiche alla mano, il Comitato esecutivo dell’Unione, non nasconde che la strada è ancora in salita per quanto riguarda il pareggio. Ogni anno la gestione istituzionale relativa al «piano di cooperazione» si chiude con un disavanzo economico. L’obiettivo è colmarlo nel 2016, ma non sarà facile. Tuttavia dietro i numeri, le imprescindibili esigenze di realizzare la solidità economica, c’è una visione generale che richiama le chiese battiste ad essere battiste fino in fondo: autonome e solidali, responsabili e unite nel portare avanti la missione evangelica. L’opportunità più ampia di costituirsi ciascuna in ente ecclesiastico (altre tre chiese lo sono diventate, aggiungendosi a quella di Roma Trastevere) non va letta – è stato rimarcato dal Comitato esecutivo e da molti intervenuti alla discussione – come mezzo per alleggerire l’Unione da oneri pesanti, quale la gestione del patrimonio immobiliare. È piuttosto un modo per le chiese di misurarsi e di sapersi mettere in gioco con creatività, capacità progettuale, imparando a dar conto di come si sono spese le proprie risorse, ma soprattutto se e come sono state messe a frutto. Chiese più solide economicamente per essere più attive nella missione.

L’ossatura della mozione programmatica 2014-2016 non è affatto all’insegna della recessione. Le chiese battiste nella loro Assemblea generale hanno sposato una politica che, in controcorrente rispetto a quanto avviene nel resto del Paese, non risponde alla depressione solo con una politica di tagli, ma investendo: rispondere alla crisi individuando nuove opportunità di sviluppo. Come? La forza profonda che ha sostenuto i quattro giorni di convention è stata senza ombra di dubbio la fede nel Dio fedele che ispira e sostiene i progetti umani. Piccole e coraggiose, poche ma animate spiritualmente, le chiese battiste, non soltanto non hanno intenzione di gettare la spugna dopo 150 anni di presenza in Italia, ma di rilanciarsi. Lo fanno proponendosi un piano biennale in tre capitoli: missione integrale, diaconia e 8 per mille, pluralità e identità. Nel primo rientrano precise indicazioni al Comitato esecutivo di sostenere i progetti già avviati dai Dipartimenti, tra cui la Nuova Scuola Asaf e il laboratorio interculturale di formazione e accoglienza (Linfa) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Tra gli altri mandati programmatici la nomina di una commissione 8 per mille che sia operativa prima che lo Stato ripartisca le quote relative al 2013. Le mozioni approvate dall’Assemblea contro l’omofobia, la transfobia, il bullismo, contro la violazione dei diritti umani, le prese di posizione, nette e senza equivoci, espresse contro ogni forma di intolleranza, di discriminazione, il respiro internazionale che si esprime anche attraverso il progetto Fcei «Mediterranean Hope» a favore dei rifugiati e dei migranti, confermano le autentiche radici battiste non fatte di chiusura e autoreferenzialità, ma storicamente aperte all’incontro-confronto con il nuovo.

Ed è sull’incontro, sul cammino con i fratelli e sorelle provenienti da altri Paesi che si sofferma ampiamente la mozione. Nuove chiese sono entrate a far parte dell’Unione confermando un processo in atto da anni e non per questo vissuto in modo indolore. Anche dalla 43a Assemblea sono emersi timori, perplessità. L’ampio capitolo dedicato a questo punto dimostra che la strada appare segnata, orientata, ma il passo e la convinzione a sostenere il passo, non sono affatto uniformi. Alle paure di perdere l’identità battista italiana, i cui contorni peraltro appaiono da tempo tutt’altro che chiari e netti, s’intreccia uno spirito di rassegnazione che forse è il più insidioso. È quest’ultima la posizione strumentale di chi, non credendo in una prospettive di crescita, vede le comunità straniere come l’unico modo per rendere le statistiche meno deprimenti. Nell’analisi del documento finale, sulla diversità dei modelli relazionali tra le comunità straniere e le nostre chiese, emerge chiaramente il messaggio a non subire il cambiamento, ma a coglierlo positivamente come sfida per mettersi in discussione e arricchirsi. Arricchirsi lungo un cammino che coinvolge tutti, italiani, stranieri e nuovi italiani di origine straniera. Dialogo, riconoscimento reciproco delle diversità, sulla base di un comune denominatore che è il Signore, la Sua Parola, la missione che Cristo Gesù ha affidato alle sue discepole e ai suoi discepoli. Dove la cultura, le tradizioni dividono, Dio unisce. I lavori assembleari, partiti da dati scarni, specchio di chiese povere, rette dalla generosità dei suoi membri, si sono chiusi manifestando una grande ricchezza, in gran parte ancora inesplorata e potenziale.

Foto Pietro Romeo

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