Laicità è pluralismo attivo

Qual è il modello di laicità più adatto? Una riflessione con Elena Bein Ricco, della Commissione studi della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia

Abbiamo già raccontato del forum che si terrà al centro Ecumene a proposito di religioni e politica intitolato “Post secolarizzazione: Italia e Europa al bivio”. «Un bivio – dice la docente Elena Bein Ricco, membro della Commissione studi della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e relatrice al forum –. Ma forse addirittura un crocevia di grosse questioni, poiché assistiamo a un vistoso ritorno delle religioni, contrariamente a quanto si pensava, ovvero che con l'avanzare della modernità ci sarebbe stato un declino delle credenze religiose ma ecco che le religioni sono tornate anche e soprattutto nella forma dei fondamentalismi a occupare la scena del nostro tempo per tutta una serie di questioni, certamente non ultima quella degli inarrestabili flussi migratori. La questione del nostro tempo è capire come fare in modo che questa pluralità di religioni e culture diventi una grossa occasione di arricchimento per tutti e non dia invece origine a tragici conflitti. Le democrazie sono di fronte a questa sfida, che non è altro che la sfida laicità: come vivere insieme tra diversi».

Spesso parliamo di laicità seguendo i fatti di cronaca. Approfittando del forum ad Ecumene entriamo nel tema attraverso una riflessione ampia e generale che può aiutare a leggere la nostra attualità.

A proposito della laicità, qual è il quadro nel nostro paese e in Europa?

«Della laicità si può parlare soprattutto al plurale. L'idea della laicità non è un'idea fuori dal tempo, sempre uguale a sé stessa e definibile una volta per tutte, ma varia nello spazio e nel tempo. Nello scenario europeo vediamo che ci sono diversi tipi di laicità a seconda dei diversi modelli di riferimento. Ma allora qual è il modello di laicità più adatto? Il modello alla francese non mi sembra essere adeguato, per esempio: schematizzando, lo Stato è tanto più laico quanto più toglie visibilità pubblica alle varie appartenenze culturali e religiose. È inadeguato perché se le identità vengono cancellate dall'ambito pubblico rischia di irrigidire le posizioni e un acutizzarsi dei contrasti multiculturali. Bisognerebbe scegliere un modello diverso di laicità, che scommette sul confronto pubblico di queste differenze culturali e religiose, che prospetta uno spazio pubblico non in cui gli individui nascondono la loro identità, ma che diventa un pluralismo attivo. L'esclusione e l'impedimento di esprimersi comporta anche un senso di umiliazione che provoca risentimento e aggressività, invece che innescare una circolarità virtuosa».

È sostenibile un modello del genere?

«Non è facile perché si scontra con una difficoltà a confrontarsi con modelli di comportamento e pratiche di vita che ci risultano estranei e che in fondo disapproviamo. La grossa difficoltà per fare di questo pluralismo un mezzo di riconoscimento dell'altro è l'esercizio laico di accettare le pratiche diverse tra noi. Un altro modello può essere quello dei paesi anglosassoni, che garantisce a ogni comunità il suo stile di vita: il limite in questo caso sono i tanti ghetti che si vengono a creare. Occorre attivare dei confronti tra le diversità fino al punto di riconoscersi reciprocamente. L'esercizio dell'integrazione è un rapporto reciproco, è una strada. La laicità investe non soltanto il modello politico e culturale, ma anche aspetti psicologici, che contano».

In Italia spesso parliamo di laicità relativamente agli interventi delle religioni nelle questioni etiche dello Stato.

«Il pluralismo attivo risulta utile anche quando pensiamo alle spinose questioni bioetiche. L'inizio e la fine della vita, l'ingegneria genetica, ma anche le unioni civili hanno in comune una soluzione laica per legiferare su questi problemi: avviare un dibattito pubblico il più ampio possibile aperto a tutti i punti di vista per trovare un accordo su leggi che siano democraticamente giuste e che non rispettino la visione religiosa o etica di una sola parte, fosse pure quella della maggioranza. Altrimenti verrebbero calpestati i diritti di coloro che non appartengono a quella religione. Una legge sul testamento biologico democraticamente giusta è quella che permette di indicare le proprie volontà di fine vita, senza obbligare nessuno a una scelta o all'altra: permette a ciascuno di seguire la propria visione. Altrimenti non sarebbe libero, per come intende la libertà la nostra Costituzione. In Italia siamo molto arretrati: l'atteggiamento laico è quello di chi accetta che vi siano delle scelte che personalmente lui non farebbe mai, ma quello che riscontriamo è quello di chi pretende che la sua verità debba essere la libertà di tutti e che la legislazione debba tener conto solo della sua visione di parte. In questo dobbiamo fare un salto di qualità».

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