Campioni? Forse oggi non ci servono più

Muhammad Alì, il pugile che pone domande alla cultura

Pur essendo stato, all’epoca, un bambino delle elementari, ho ancora ben presenti gli anni in cui credevo che Muhammad Alì si chiamasse ancora Cassius Clay. Il campionato di calcio si poteva seguire nelle radiocronache dei secondi tempi e la domenica sera, alle 19, andava in onda un tempo di una partita. Un tempo solo. Ma i palinsesti prevedevano anche un altro appuntamento, quello del mercoledì sera, Mercoledì sport, una specie di seconda serata intorno alle 22, proibita per ragioni d’età e di sonno, se non in casi specialissimi. Poteva essere calcio, ma anche pallacanestro oppure pugilato, molto rispetto alle percentuali che il pugilato ottiene oggi. Certo, era l’epoca di Nino Benvenuti che vinceva il titolo mondiale, e certo oggi la disciplina pugilistica ha meno prestigio di un tempo, avendo fatto anche delle vittime. Ma la figura di Alì contribuiva a renderla popolare.

Era un’epoca in cui gli eventi accadevano, e poi restavano, segnavano delle svolte: pensiamo allo sbarco sulla Luna; eventi di cui era facile cogliere la portata che avrebbero avuto nel futuro. E nello sport si capiva chi sarebbe rimasto a lungo il più grande: Pelè, tanto per dire.

Cassius Clay era uno di questi predestinati, anche perché costretto passare attraverso il limbo della squalifica a causa della sua obiezione di coscienza: renitenza alla leva al momento di dover andare in Vietnam (1966), coscrizione rifiutata perché era diventato musulmano e ministro di culto. Appunto, con quel nuovo nome che tardava a fare breccia nell’immaginario nostrano. Se era normale che molti pugili americani fossero neri, meno note erano le conversioni all’Islam, nella particolare accezione dei balck muslims. Poi, come hanno detto in tanti, Clay/Alì «danzava» sul ring, sembrava una contraddizione, sembrava rendere meno brutale il suo sport (ma poi menava... come tutti i colleghi).

I «campioni», a quell’epoca erano davvero individui straordinari: se poi al valore sportivo abbinavano un impegno civile, assurgevano al rango di personaggi storici, mitici e quant’altro. Solitamente il successo sportivo precedeva la militanza per una causa, e anzi veniva messa al servizio della possibile risonanza da dare ad altre battaglie. Oggi non è più così, e infatti a celebrare Muhammad Alì sono soprattutto i suoi coetanei. Oggi questo rapporto con le star, con gli individui «fuori del comune»ı non esiste più, perché tutto, più o meno, è fuori dal comune, se no non appare e pare che non abbia senso. Ora, nello sport come nella letteratura, e non solo, è relativamente facile essere eroe per un giorno, salvo finire presto dimenticati. Perché ci sono altri, perché forse il valore era sovrastimato Gli individui fuori dal comune sono soprattutto quelli che schiamazzano più forte, che si affidano al procuratore più efficiente, che aggiungono tratti «rosa» alla loro carriera. Non più i campioni straordinari, ma tanti «ordinari sopra le righe».

Un’altra riprova? il livello di preparazione dell’attuale personale politico. Più che aderire a un modello di riferimento, adesso si cerca, a colpi di click, il consenso su quel che si è. Potrebbe essere anche giusto, e più democratico: fortunato il Paese che non ha bisogno di eroi. Ma occorre guardare, appunto, il livello a cui questa «medietà», questa eccellenza a prezzi scontati si colloca. Occorre guardare il risultato complessivo. Da qui passerà un giorno la valutazione su questa nostra epoca.

Foto Di White House photo by Paul Morse - http://web.archive.org/web/20051111035506/http://www.whitehouse.gov/news/releases/2005/11/images/20051109-2_p110905pm-0250jpg-515h.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11444534