Pentirsi della Riforma perché ha diviso la cristianità?

Interrogativi lungo il cammino verso l’anno del Cinquecentenario

In occasione delle manifestazioni che si terranno nel prossimo 2017, per i 500 anni della Riforma, dovremmo «esprimere un pentimento, come protestanti, per l’avvenuta divisione all’interno della cristianità, non voluta dai riformatori, ma comunque verificatasi storicamente»? Ad affermarlo, secondo il resoconto apparso sul Notiziario Evangelico (Nev) del 15 giugno, è stato il pastore Chris Ferguson, segretario generale della Comunione mondiale di Chiese Riformate (Cmcr) che, con una delegazione di cui faceva parte, come rappresentante della Chiesa valdese, membro storico dell’Alleanza Riformata, anche il moderatore della Tavola valdese, ha fatto visita al papa.

Una dichiarazione sconcertante, anche perché si aggiunge ad altri segnali che dovrebbero preoccupare i «responsabili» delle Chiese riformate. Finora infatti sembra che a preparare gli appuntamenti del 2017 siano quasi più interessati la chiesa di Roma (e quella luterana), mentre da parte delle chiese riformate non si ode un gran che.

Insomma, questa Riforma protestante di 500 anni fa, la sentiamo ancora una roba nostra, una benedizione per cui lodiamo il Signore e ringraziamo frate Martino, oppure è una roba di altri tempi, di guerre di religione, in fondo un ostacolo ecumenico da eliminare progressivamente (meglio ancora, da assorbire dalla chiesa di Roma che assorbe tutto e il contrario di tutto?) Insomma siamo grati e contenti di essere dei riformati o ce ne dobbiamo ecumenicamente scusare?

Certo che nel ’500 la divisione della cristianità è avvenuta, certo che i riformatori non l’hanno voluta, ma è successa. Perché è la Parola, il verbum che accade, è la Parola che divide: «La Parola di Dio è evidente ed efficace, e più affilata di qualunque spada a due tagli, e penetra fino alla divisione dell’anima e dello Spirito, delle giunture e delle midolle, e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore (Ebrei 4, 12). È sulla Parola che si decide il «sola grazia» o il grazia con opere, che si decide la «sola Scriptura» o la «Scriptura con tradizione», sulla Parola che si decide se clero e gerarchie o sacerdozio santo e laico.

Di chi allora la responsabilità della divisione della cristianità? Si potrebbe rispondere al pastore Ferguson che il pentimento, il confessare a Dio i propri peccati è una buona cosa per tutti, riformati, cattolici, presbiteriani, anglicani, luterani, battisti... Ciascuno confessi e chieda perdono per i suoi peccati. Ma è anche vero che, se la cristianità tutta avesse compreso e accettato la scoperta di Lutero, che solo la grazia di Dio in Cristo ci salva e non la chiesa e le nostre buone opere, non ci sarebbe stata divisione.

Se una volta tanto una delegazione protestante in Vaticano dicesse a papa Francesco le cose in modo schietto, ci farebbe piacere. Tanto il papa si ricorda tutto, compreso il fatto che per Lutero lui è l’anticristo: se Cristo è l’unico capo della chiesa («Sol Cristo è della chiesa la base e il fondator…», cantiamo nell’inno 131), se c’è lo Spirito Santo, non serve infatti un Vicario di Cristo. Per quanto buono bravo e deciso sia, la sua presenza, questa sì, divide la cristianità.

Dette le cose nella chiarezza e nella sincerità, poi va bene fare tutto ciò che possiamo con le nostre mani sul piano umano, nel modo più ecumenico possibile, come stiamo sperimentando con i «corridoi umanitari» e come abbiamo fatto molte altre volte nel passato. Ma se si vuole rileggere insieme, in modo ecumenico, Lutero e la Riforma, occorre discutere a fondo di fede e opere, di Dio, di giustificazione, di chiesa, di sacerdozio universale, di servizio, di libertà, di autorità, di coscienza...

È qui che ci sono le reali divisioni nella cristianità. Non è detto che siano sempre e comunque da sanare, ma è qui che si misura l’ecumenismo, non (o non solo) nella diaconia e nella solidarietà (peraltro essenziali).

Nel 1521, davanti alla Dieta di Worms che gli chiedeva di ritrattare, Lutero rispose: «A meno che non venga convinto da testimonianze delle scritture o da ragioni evidenti — poiché non confido né nel Papa, né nel solo Concilio, poiché è certo che essi hanno spesso errato e contraddetto loro stessi — sono tenuto saldo dalle scritture da me addotte, e la mia coscienza è prigioniera dalla parola di Dio, ed io non posso né voglio revocare alcunché, vedendo che non è sicuro o giusto agire contro la coscienza. Dio mi aiuti. Amen».

Immagine: il pastore Chris Ferguson