Secondo la maggioranza degli italiani la Costituzione italiana rimane la più bella del mondo e non deve essere cambiata. E tuttavia… anche se nessuno ha messo in dubbio i suoi principii fondamentali, ovvero la sovranità del popolo l’eguaglianza dei diritti, primo fra tutti il diritto al lavoro, fondamento della dignità, della libertà e dello sviluppo del cittadino, il dovere dell’equità fiscale, della solidarietà ecc., non possiamo non chiederci a che punto siamo, nella realizzazione di questi principi. In quali condizioni si trova il paese dopo i tre anni di governo Renzi? Il Rapporto Istat – pubblicato con inspiegabile ritardo subito dopo il referendum – ci può aiutare a rispondere.

Il lavoro. Il numero degli occupati rimane inferiore ai livelli pre-crisi del 2008 di circa 2,2 milioni di unità, mentre sia il tasso di disoccupazione sia il numero di disoccupati rimangono al di sopra del livello del 2008. Aumentano gli «inattivi» (disoccupati che hanno smesso di cercare lavoro). Salvo la breve parentesi, dal luglio al dicembre 2015, dovuta ai forti incentivi del Jobs Act, da dieci anni continuano a crescere i rapporti di lavoro precari. Per non dire dell’esplosione dei voucher, che incominciano a essere usati anche dagli enti pubblici. Nella fascia 15-24 anni la disoccupazione si riduce (dal 36,8% al 36,4%) non solo perché crescono gli inattivi ma anche perché vengono conteggiati tra i lavoratori una parte di tirocini della «garanzia giovani» e, comunque, tale percentuale quasi si raddoppia nel Mezzogiorno. Crescono soltanto gli occupati over 50, trattenuti in servizio per l’innalzamento dell’età pensionabile voluto dalla riforma Fornero. Nel complesso, secondo l’Istat, in Italia il tasso di occupazione rimane fisso al 57,2%.

Le condizioni di vita. La mancanza di lavoro o di un reddito minimo adeguato alle esigenze elementari di sopravvivenza (nutrirsi, abitare) ha ridotto il 28,7% degli italiani (17 milioni e mezzo) a lambire la soglia della povertà e dell’emarginazione sociale. Questo dato (relativo al 2015), che caratterizza una situazione allarmante rispetto all’Europa, diventa decisamente tragico per il Sud, dove il confine dell’esclusione e della miseria è sfiorato dal 46,4 della popolazione (contro il 24% del Centro e il 17,4% del Nord). Crescono le disuguaglianze: l’Istat stima che
il 20% più ricco delle
famiglie goda
del 73,3% del reddito totale, contro
il 20% più povero, che ne percepisce solo il 7,7%. Le famiglie più esposte al rischio povertà sono il 19.9%, la percentuale più alta dal 2004. Per l’Istat la condizione di povertà corrisponde a un reddito inferiore al 60% della media, che per una famiglia di un solo adulto vuol dire 9.508 euro l’anno.

I maggiori indizi di peggioramento riguardano le famiglie con più di 5 figli a carico, o le coppie con almeno 3 figli. È in condizione di grave disagio materiale chi è in ritardo nel pagamento delle bollette, non è in grado di affrontare spese per imprevisti, per il riscaldamento, per permettersi proteine una volta ogni due giorni. Un’indagine della Coldiretti dice che 7.200.000 italiani (l’11,8% della popolazione) non possono permettersi un pasto adeguato. Mentre questi dati sono stati pubblicati solo dopo il referendum, il dato dell’1% di aumento del Pil è stato estrapolato e pubblicato il 1° dicembre scorso e a beneficiarne non sono state certo le famiglie più povere.

Brevi considerazioni conclusive. In una realtà come quella descritta dall’Istat il referendum ha diviso gli italiani creando il rischio di un prolungamento a tempo indeterminato del clima arroventato di campagna elettorale che abbiamo già sperimentato. In una realtà come quella descritta dall’Istat, hanno espresso il loro disagio o protesta votando «no» soprattutto gli strati sociali poveri o in difficoltà, i giovani, i meridionali. L’alta percentuale dei votanti evidenzia anche, contro le previsioni, la volontà di contare, oltre che di difendere la Costituzione e di vederne messi in pratica i valori fondamentali. L’appoggio internazionale al «sì» ha riflettuto la volontà di certi di potere tutelare interessi ed equilibri in un panorama europeo e mondiale complesso e in movimento, e ha alimentato, comprensibilmente, il timore di una parte della popolazione italiana di sconquassi politici e finanziari che, almeno per il momento, non ci sono stati.

È doveroso essere ottimisti e sperare che il ceto politico e amministrativo italiano, di tutte le tendenze, sappia trarre insegnamento dalla vicenda per ridefinire obbiettivi e metodi nuovi, per affrontare i veri problemi irrisolti sentiti dalla popolazione e segnalati dall’Istat. Con fede, che, per dirla con Dante, è «… sustanza di cose sperate ed argomento delle non parventi» (Paradiso, c. XXIV).

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