Patto per un islam italiano

Un documento sottoscritto dalle associazioni islamiche e dal ministero dell’Interno che prefigura nuove relazioni

Il 1° febbraio al Viminale il ministro dell’Interno Marco Minniti e le principali Associazioni dei musulmani hanno sottoscritto il «Patto nazionale per un islam italiano». Il «patto» si struttura in tre sezioni: una che richiama i principi dell’ordinamento italiano in materia di libertà religiosa; un’altra che raccoglie gli impegni delle associazioni islamiche di fronte allo Stato italiano e, infine, una terza che esplicita gli impegni del ministero dell’Interno. Complessivamente si tratta di un documento «bilaterale» che, riconoscendo la rilevanza della comunità islamica in Italia, delinea precise strategie di dialogo e confronto; rafforza l’azione di contrasto al radicalismo; sostiene i percorsi di riconoscimento pubblico dell’islam e dei suoi ministri di culto – gli imam – e si pone l’obiettivo di favorire l’avvio di negoziati «volti al raggiungimento di Intese».

Il processo che ha portato alla sottoscrizione del «patto» è stato facilitato dal Consiglio per le relazioni con l’islam italiano, composto da studiosi ed esperti della materia e coordinato da Paolo Naso, docente di Scienza Politica alla Sapienza Università di Roma e coordinatore della Commissione Studi Dialogo Integrazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Ne abbiamo parlato con lui.

Qual è il valore di questo «patto»?

«Riapre un percorso sul tema delle libertà religiose fermo da anni e segna una netta controtendenza rispetto a pregiudizi e chiusure nei confronti dei musulmani. Forse sottovalutiamo che i provvedimenti del cosiddetto islamic-ban di Trump sono stati preceduti da campagne islamofobiche che hanno avuto come teatro principale l’Europa e che anche in Italia hanno prodotto vere e proprie ferite alla libertà religiosa».

Qual è la novità di questo accordo? Avevamo già visto la «Carta dei valori» sottoscritta dalle Associazioni islamiche nel 2007 di fronte al ministro Amato.

«Per la prima volta un testo ufficiale – non a caso un “patto” – prefigura una relazione bilaterale tra le comunità islamiche e lo Stato italiano, per cui agli impegni delle associazioni islamiche corrispondono altrettanti impegni da parte del ministero dell’Interno: dieci articoli da una parte e dieci dall’altra, due tavole speculari che delineano un rapporto di reciprocità».

Qualcuno rileva che «il patto» non sia stato sottoscritto da tutto l’islam italiano…

«Il patto è stato sottoscritto da tutte le associazioni che hanno rilievo nazionale: l’Unione delle Comunità islamiche in Italia (Ucoii) e la Confederazione islamica italiana, che insieme contano oltre 700 centri in tutta Italia; ma anche il Centro islamico culturale d’Italia collegato alla Grande moschea di Roma – l’unico ente che aveva ottenuto in passato il riconoscimento giuridico – e la Comunità religiosa islamica (Coreis), nota per il suo impegno culturale e interreligioso. A queste firme si aggiungono: l’Associazione nazionale degli imam e delle guide spirituali, le confraternite muridi, gli sciiti e alcune associazioni nazionali come gli albanesi e così via. Mai si era creato un fronte di rappresentanza islamica così ampio».

Non c’è il rischio di un «islam di Stato»?

«Credo voglia alludere al “modello francese”, dove lo Stato ha nei fatti imposto delle elezioni per selezionare una rappresentanza di musulmani con cui dialogare. Nulla di più diverso. Da anni le associazioni islamiche partecipano a tavoli di dialogo con le Istituzioni, alla ricerca di una formula che da una parte rappresenti la comunità nel suo complesso e dall’altra salvaguardi le identità di ciascuna componente dell’islam in Italia. Il Patto è una tappa di questo modello partecipativo, che ha progressivamente allargato la platea delle associazioni islamiche che hanno inteso prendere parte a questo processo».

Il Patto non rischia di allontanare i tempi dell’Intesa?

«Al contrario. E il ministro lo ha detto con una chiarezza mai espressa».

Intesa o Intese?

«A ciascun giorno il suo affanno. È chiaro che una intesa “unitaria” sarebbe più facile di una serie di intese parziali, ma ormai abbiamo vari precedenti di Intese con enti diversi afferenti alla stessa area confessionale. Quindi l’idea dell’unica Intesa non può essere pregiudiziale».

Che cosa significa questo patto per gli immigrati musulmani che arrivano in Italia ora e che si lasciano alle spalle scontri e tensioni anche in nome dell’islam?

«Che trovano moschee e centri islamici orientati a favorire l’integrazione e il dialogo con la società italiana, imam qualificati e capaci di aiutarli a inserirsi nel nostro paese spiegando loro i principi fondamentali che orientano la comunità nazionale».

E per gli italiani non musulmani?

«L’auspicio è che diventi più facile e più normale avvicinarsi all’islam senza il pregiudizio negativo di una fede naturalmente violenta e di fedeli prevalentemente fanatici o radicalizzati. Il Patto esplicita due concetti chiave per la nostra convivenza: che in un mondo sconcertato dall’estremismo religioso la comunità islamica italiana si impegna pubblicamente e solennemente a contrastare il radicalismo. E che la cultura, la spiritualità e la tradizione islamica portano un eccezionale contributo alla crescita interculturale della società italiana».

Qualche testata ha sottolineato che lei ha messo d’accordo tutti: «un valdese ha messo d’accordo i musulmani».

«Spunto giornalistico a effetto. L’islam italiano è ormai una solida componente della nostra società e ha una precisa consapevolezza delle sue responsabilità nello spazio pubblico nazionale. Questa è stata la chiave di successo del processo che ha portato al “Patto”».

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