Credo che Salvatore Riina debba rimanere in carcere. Vada curato, possa uscire, come già avviene, per ricoveri ospedalieri ove necessario, ma debba scontare fino in fondo la propria pena.

Questo per una serie di motivi.

Riina non è solo un simbolo, un totem dell’orrore e della ferocia della mafia dei villani corleonesi: sono appena di due anni fa le intercettazioni del vecchio boss del mandamento di Villagrazia-Santa Maria del Gesù Mario Marchese, classe 1939, che chiacchierando con un picciotto di peso, Santi Pullarà, parla di Riina e Provenzano, che sarebbe morto da lì a poco, in questi termini: «Se non muoiono tutti e due luce non se ne vede», chiaro riferimento al ruolo di leadership mantenuto dagli antichi capi, ben al di là dell’immagine fra cicoria e ricotte che è stato loro cucito addosso. Ciò pare ovvio per una organizzazione tribale che fonda sul sangue e sui legami ancestrali la propria sopravvivenza.

Ancora oggi, al tempo della cosiddetta mafia “dei colletti bianchi”, non tramontano i riti di iniziazione, con tutto il corollario di devozione agli antichi patriarchi, che certo non mollano la presa, ne andrebbe del prestigio del clan, della famiglia, dell’organizzazione intera.

Riina, secondo i principali magistrati che si occupano di lotta alle mafie in questo paese, è ancora il capo dei capi, e non vedo motivo per non dare credito a chi giorno dopo giorno è in prima linea nel combattere la criminalità organizzata. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti sul Corriere della Sera ha affermato: «Siamo perfettamente in grado di dimostrare ciò. Abbiamo elementi per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa Nostra. Per questo deve rimanere al 41bis. E sul 41 bis il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri ricorda che «è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno. È ora di finirla con l'ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli: un boss come Riina comanda anche solo con gli occhi». Le strutture in cui è ricoverato Riina sono dotate di moderne apparecchiature mediche, che già gli hanno salvato la vita durante un infarto. Fosse stato a casa o in latitanza, non sarebbe quasi certamente sopravvissuto.

Sono del 2013, non di un trent’anni fa, le intercettazioni in carcere dei dialoghi in ora d’aria fra Riina e il boss della sacra corona unita Alberto Lorusso, in cui Riina dice testualmente: «Organizziamola questa cosa. Questo Di Matteo (il pm di Palermo Antonino Di Matteo ndr) non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora, se fosse possibile, ad ucciderlo, una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari. Ti farei diventare il primo tonno. Il tonno buono». C’è da credere che l’ordine sia stato ben inteso fuori dal carcere. Di sicuro lo hanno compreso le forze dell’ordine e la magistratura che hanno dotato Di Matteo di una scorta senza precedenti. Far tornare a Corleone Salvatore Riina avrebbe un significato simbolico eccezionale agli occhi dei suoi adepti. Nemmeno il carcere ha piegato il capo, che ora addirittura tornerebbe laddove tutto è cominciato. Pronto per i fuochi d’artificio finali.

Riina deve rimanere in carcere perché non dobbiamo dimenticare che la lotta alla mafia è stata una situazione di gravità eccezionale, e come tale è stata affrontata. L’eccezionalità che il fenomeno mafioso rappresentava comportò la messa in atto di azioni urgenti e di carattere speciale. Non si tratta di delinquenza comune, ci sono voluti decenni per veder riconosciuto quello che tutti sapevano. C’è voluta la tenacia del pool antimafia di Palermo - Rocco Chinnici in primis, e poi con lui Falcone e Borsellino - e il coraggio di politici come Pio La Torre, per vedere finalmente approvata, nel 1982, la legge che per la prima volta riconosceva il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (il 416 bis) e che al contempo dava la possibilità di confiscare i beni ai mafiosi.

Fu la svolta, che la mafia dimostrò di non gradire, aprendo la prima tremenda stagione delle stragi all’inizio degli anni ‘80 con le uccisioni degli stessi Chinnici e di La Torre, e poi fra gli altri anche del generale Dalla Chiesa. La seconda stagione delle bombe arriverà dieci anni dopo, fra il 1992 e il 1993, quando la cassazione, finalmente ripulita da figure conniventi, confermerà tutte le condanne del maxiprocesso. Lo stesso maxiprocesso è stato un monstre giuridico pressoché irripetibile. Tutti segnali che la legislazione speciale, eccezionale, è stato il solo vero strumento che ha scosso i mafiosi, che li ha spinti ad uscire dalla pax con azioni sensazionali. Poi hanno scelto di nuovo di inabissarsi, contando sull’abbassamento della guardia dell’opinione pubblica e dei legislatori, o perché avevano ottenuto quanto desiderato. Abbassamento della guardia che puntualmente è arrivato, se è vero che oggi addirittura le associazioni antimafia sono scosse da scandali, da presenze che si sono rilevate contigue a quel mondo che si diceva di combattere. Le richieste di ammorbidimento, se non proprio di cancellazione, del 41 bis, il carcere speciale, vanno in questa direzione, così come molte altre norme approvate negli anni, dalla prescrizione breve in avanti, tutti spiragli di ossigeno per i criminali in prigione.

Riina a mio avviso deve rimanere in carcere perché mi spaventa questo annacquamento della storia. Il 41 bis di cui sopra è stato approvato all’indomani della strage di Capaci, per reagire finalmente in maniera risoluta all’attacco in corso. Negli anni il carcere duro - che nel tempo ha subito alcune deroghe che lo hanno in parte ammorbidito - ha portato molti mafiosi al pentimento, e al contempo, i numerosi appelli che boss carcerati hanno pronunciato durante i vari processi negli anni stanno a dimostrare che la misura ha causato problemi seri ai mafiosi, che faticano a comunicare, e che sanno che dal carcere non usciranno più, non potranno tornare a marcare la propria presenza e potenza sul territorio. Un tempo l’Ucciardone e Poggioreale erano prigioni in cui i boss pasteggiavano a ostriche e champagne, ricevevano visite quando e come pareva loro. Ecco, dimostrano di rimpiangere quei tempi, buon motivo per perseverare, a mio avviso. Leoluca Bagarella, il cognato di Riina, nel 2002, in un’udienza del processo per la morte di Falcone ha letto un documento: «Parlo a nome di tutti di detenuti ristretti a L'Aquila sottoposti al regime del 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche». E nello stesso anno nello stadio di Palermo venne issato il celebre striscione : “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Sorvolando per mancanza di spazio sulla seconda parte delle parole di Bagarella e sulle “amnesie” dell’allora premier, da queste e da molte altre esternazioni emerge con chiarezza quanto il 41 bis si stia rivelando efficace.

Riina deve rimanere in carcere perché 25 anni fa, ai tempi della “primavera di Palermo”, la breve stagione in cui le coscienze civili, politiche e giudiziarie, strinsero un patto che contribuì a minare le fondamenta della vecchia mafia, a nessuno sarebbe venuto in mente di chiedere la scarcerazione di qualche vecchio boss malato dell’epoca, magari Luciano Liggio, o Michele Greco, il papa di Cosa Nostra. Il promotore sarebbe stato coperto di pernacchie o improperi.

Il tempo a volte non è il miglior giudice.

Riina deve rimanere in carcere perché questo è il paese di Beccaria, ma è anche il paese della fuga di Kappler (quante analogie con il vecchio boia nazista malato, ricoverato e poi scomparso sotto il naso di carabinieri e polizia). E’ il paese in cui decine e decine di boss della mafia, della camorra, della banda della Magliana, hanno goduto negli anni di perizie compiacenti, che li ha visti di volta in volta non capaci di intendere e volere (Marcellone Colafigli venne addirittura definito catatonico da vari medici, mentre continuava a esercitare lo stesso potere di sempre), o tormentati da tumori, malattie ossee (Maurizio Abbatino, capo della banda della Magliana, nel 1986 lasciò il carcere di Rebibbia con una diagnosi di un tumore osseo in metastasi progressiva che, almeno secondo i referti, gli avrebbe concesso pochi giorni di vita. Giunto in clinica su una barella, approfittando di un momento di distrazione da parte della sicurezza e con l'aiuto di un paio di complici dall'esterno, riuscì a calarsi dalla grondaia e fuggire da una finestra del secondo piano. Per la cronaca 30 anni dopo Abbatino è ancora vivo e vegeto). I casi simili sono decine e decine: precedenti poco rassicuranti, diagnosi compiute da luminari, da professori universitari, che il tempo ha poi rivelato esser a libro paga di questa o quella organizzazione criminale.

Siamo il paese di Kappler, ma se possibile ancor di più siamo il paese di Reder. Walter Reder è stato un ufficiale tedesco delle SS naziste, condannato per crimini di guerra per gli eccidi di Marzabotto (770 vittime) e di Vinca (173 morti). Condannato all’ergastolo dal tribunale militare di Bologna nel 1951, venne incarcerato a Gaeta dove trovò proprio Kappler. Nel 1964 chiese perdono agli abitanti di Marzabotto e questi con 282 voti contro 4 rifiutarono le scuse del boia. Nel 1985 il governo Craxi fu invece sordo alle proteste dei familiari delle vittime (erano passati molti anni, un po’ come ora) e appellandosi ad una sentenze del tribunale militare di Bari ne decise la liberazione e il rimpatrio in Austria. Dalla terra che gli diede i natali Rader non perse tempo per dichiarare di non aver bisogno di giustificarsi per alcunché, rinnegando anche la richiesta di perdono di venti anni prima. Ecco, politica senza spina dorsale, revisionismo, lassismo, un mix letale che non vorrei veder riproposto.

Siamo un paese che fatica a fare i conti con la propria storia, molto più rispetto ad altri. Il fascismo negli anni è passato da male del secolo a movimento in una prima fase riformista e poi degenerato, e il suo duce viene anche omaggiato della qualifica di statista di livello. Siamo il paese in cui la tentazione di paragonare partigiani e repubblichini, Cnl e Salò, tende pericolosamente a ritornare ad intervalli regolari. Eppure non fu così, non si può dire qualcosa di simile. O almeno non si poteva.

Mi spaventa il tempo che rende tutto omogeneo, leviga, smussa, e alla fine confonde i piani.

Ho taciuto della memoria che si deve ai caduti nella lotta alle mafie e nel rispetto che si deve ai sopravvissuti per non cadere in semplice retorica, ma questo sarebbe il primo punto della lista.

Riina non si è mai pentito delle migliaia di morti cui direttamente o indirettamente è responsabile. Mi stupisce tutta questa attenzione attorno al suo caso, mentre le condizioni carcerarie generali paiono disastrose, i suicidi fra i detenuti sono decine ogni anno, diversi ergastolani muoiono anziani in prigione senza aver più visto il sole se non attraverso le sbarre. Devo dire che mi spaventa anche un po’. Sembra una questione di potere ancora una volta, di peso specifico. Proprio quello che la mafia sa riconoscere molto bene.

In sostanza la mafia è viva come il suo capo. Che le evidenze investigative dicono chiamarsi ancora Salvatore Riina.