La gioia dell’attesa

Un giorno una parola – commento a Apocalisse 3, 20

Le acque che vengono di lontano, fresche, correnti, si asciugano mai? Eppure il mio popolo mi ha dimenticato
Geremia 18, 14-15

Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me
Apocalisse 3, 20

I più grandi tra i lettori certamente ricorderanno un vecchio canto dell’innario del 1922, inserito nella sezione per i bambini, che diceva: «Apri, apri, chi sei tu? Apri, apri son Gesù». Un inno che da bimba colpiva molto la mia fantasia, perché mi chiedevo come fosse possibile che Gesù, proprio Gesù in persona, venisse a bussare alla mia porta. E contemporaneamente, però, questa idea mi piaceva moltissimo e aspettavo con una certa gioia, mista a trepidazione, di sentire questo tocco.

Per noi adulti è totalmente diverso: abbiamo dato molto spazio al dubbio sulla fattibilità e concretezza dell’arrivo di Gesù alla nostra porta, e abbiamo perso la gioia dell’attesa. Abbiamo relativizzato, razionalizzato, scorporato e quindi ridimensionato la possibilità che Gesù venga davvero, e a furia di ridimensionare, spesso abbiamo perso di vista quell’attesa.

E così, a poco a poco abbiamo dimenticato.

Come coloro a cui si rivolge Geremia, abbiamo cominciato a pensare che fosse meglio «camminare seguendo i nostri pensieri» (v.12). Ci siamo sentiti grandi, potenti, quasi divini, abbiamo pensato che l’essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio ci desse il diritto di fare tutto quello che ritenevamo opportuno, anche distruggere, sradicare, eliminare, e abbiamo cominciato ad essere totalmente sazi e assordati dal rumore che sale dalle nostre vite, così sempre piene di attività, discorsi, impegni, e abbiamo perso il senso del silenzio, dell’ascolto, dell’attesa. E così qualcuno si è perso, forse molti di noi si sono persi.

Ma il Signore non ci ha dimenticato: la sua pazienza e la sua memoria continuano nei secoli dei secoli e quindi è ancora lì alla porta, alla nostra porta, e bussa. Sta a noi scegliere di fermarci, decidere di stare in silenzio e di ascoltare, finalmente, la Sua voce. E quando avremo abbassato la suoneria dei nostri cellulari e il tono delle nostre voci e avremo sentito, e deciso di ascoltare, allora, e solo allora, potremo finalmente aprire la porta dei nostri cuori e delle nostre vite e cenare col Signore.

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