Sotto scorta

Borrometi: «Di paure ne ho tante, come potrei non averne. Paure che non devono vincere sulla mia professione, la mia passione civile e le mie inchieste»

Si è conclusa sabato scorso ad Assisi l’Assemblea Nazionale di Articolo 21. Tema della due giorni era: «Spezziamo i muri dell’Ignoranza». Riforma.it, presente, ha incontrato alcuni relatori e oggi pubblichiamo l’intervista al giornalista di Scicli, che da tempo vive a Roma protetto dallo Stato, Paolo Borrometi.

«Un giornalista che si muove sul territorio, che promuove inchieste e contrasta la mafia, lo fa perché intende raccontare la verità», esordisce Paolo Borrometi, giornalista siciliano che per le sue inchieste sulla mafia siciliana ha subito minacce di morte e oggi vive sotto scorta. Infatti, due “angeli custodi” visibili, non si sono mai allontanati da lui durante l’intervista.

«Un giornalista – dice Borrometi – deve raccontare ciò che vede con i propri occhi; deve saper indagare anche su ciò che non ha visto e sul quale sospetta possano esserci delle illegalità. Un dovere, un requisito direi, che dovrebbe essere caro a tutti cittadini onesti. Denunciare le illegalità, segnalare eventuali attività sospette, soprusi, violazioni ambientali dovrebbero essere per un giornalista – ribadisce Borrometi – impegni dirimenti. Così come illuminare e rendere di pubblico dominio le azioni, gli atteggiamenti, le intimidazioni di stampo mafioso. Se se questo non avviene, il giornalista dovrà assumersene le responsabilità, sia di natura deontologica per non aver informato, sia civile per non aver denunciato. Il primo dovere di un giornalista è divulgare le notizie con onestà intelletuale, attraverso la conoscenza, il riscontro e la veridicità dei fatti».

Parole importanti, ma non credo sia facile raccontare la mafia. Ci vuole tanto coraggio.

«Trovare le forze per farlo non è facile. Oggi vivo con una menomazione alla spalla per le aggressioni fisiche subite, ho dovuto affrontare momenti emotivamente difficili per le tante aggressioni verbali e le ripetute minacce di morte ricevute. È difficile fare inchieste giornalistiche quando non si è messi nelle giuste condizioni per lavorare in piena libertà. Anche le minacce sono un repellente, così come lo sono le querele temerarie spesso indirizzate ai giovani giornalisti freelance per intimidirli con richieste di esose somme di denaro; tutti freni, limitazioni alle nostre attività d’inchiesta. Però, non possiamo mollare la presa. È ciò che le mafie vorrebbero: rendere la vita impossibile a chi si interessa di loro e dei loro malaffari. Oggi, ancor più di ieri, anche se costretto a vivere sotto scorta perché ritenuto fastidioso o pericoloso dalla mafia, ritengo che proseguire le mie inchieste giornalistiche sia un dovere, prima di tutto come cittadino e poi per il profondo rispetto che ho della mia professione giornalistica, quella con la “G” maiuscola. Ovviamente anche per riconoscenza e gratitudine alle tante colleghe e colleghi che hanno voluto raccontare e denunciare il malaffare delle mafie sempre con la schiena dritta e che oggi non ci sono più».

Borrometi, nonostante lei sia sorvegliato e sotto scorta e nonostante vi sia una grande attenzione di colleghi di giornali e televisioni – quella che viene definita «scorta mediatica» -, la scorsa settimana alcuni sconosciuti sono riusciti ad entrare nella sua casa e a portare via documenti e carte importanti. Inoltre, le minacce continuano ad essere quotidiane. Non c’è mai fine?

«Le minacce continuano e fanno paura. Diffido di chi non ammette di avere paura. Io ne ho tante. Come potrei non averne. Quelle paure non devono vincere o indebolire la mia professione e la mia passione civile, né interferire con le mie inchieste. Quelle paure non devono appesantire le mie gambe, devono essere un sostegno e semmai irrobustirle per far sì che possano sostenere il peso di ciò che ho deciso di fare. Le minacce non si fermeranno, è vero, non si feremeranno anche le numerose attestazioni di solidarietà e di  vicinanza. Le minacce continueranno, è vero, continuerà però anche il prezioso e importante lavoro degli inquirenti che non mi hanno mai lasciato solo e hanno creduto in me. Un lavoro che, a quattro anni dalle prime minacce e dalle prime indagini, ha dato vita a importanti operazioni di polizia e all’arresto di molti boss, affiliati, gregari; risultati importanti che le autorità competenti riconoscono anche a noi giornalisti, ricordando l’importanza delle inchieste fatte, le mie e quelle di tanti altri colleghi che oggi si trovano nella mia difficile condizione».

Cos’è la mafia oggi?

«La mafia ha più volti: uno è quello feroce, quello che uccide, quello che solo l’anno scorso ha tentato di assassinare il presidente del Parco de Nebrodi, Giuseppe Antoci; un altro volto è quello della mafia che fa affari con i “colletti bianchi”, che coinvolge la politica, che collabora o tiene sotto scacco gli imprenditori, che spesso non denunciano. Tutto questo è mafia. Credo che la mafia, come sosteneva il magistrato Falcone, prima o poi sarà sconfitta, o finirà, una fine che arriverà soltanto quando saremo capaci di sconfiggere quell’atteggiamento mafioso che ancora oggi, purtroppo, si respira in Italia: costume -  humus fertile - nel quale le mafie attecchiscono, con troppa facilità».

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