L’appello alla pacificazione in Togo

Le chiese presbiteriana e metodista del paese africano sono impegnate, insieme alla chiesa cattolica, nel difficile ruolo di mediazione per evitare una pesante crisi sociale e militare

Di fronte alla crescenti tensioni politiche e alle proteste di piazza volte a chiedere le dimissioni del presidente Faure Gnassingbe, le chiese del Togo si mobilitano per favorire il dialogo. La Chiesa evangelica presbiteriana del Togo (Eept) e la Chiesa metodista del Togo (Emt), entrambe parte della Cevaa, la Comunità delle chiese in missione, hanno redatto, lunedì 2 ottobre, una dichiarazione congiunta che chiede «a tutti i protagonisti della crisi in corso di concentrare i propri sforzi nella ricerca di ogni possibile azione utile a uscire dall’attuale situazione in maniera sincera, concorde e amorevole verso la nostra patria». Sono mesi che le opposizioni scendono in strada per protestare contro le ennesime modifiche della Costituzione del paese, volte a consentire un ulteriore candidatura all’attuale presidente Gnassingbe, al potere dal 2005 dopo la morte del padre Eyadéma che a sua volta era stato ininterrottamente alla guida della nazione dal 1967, anno del colpo di stato militare. Una dittatura familiare che si protrae dunque da 50 anni esatti. Secondo la Costituzione dell’epoca, 12 anni fa, alla morte di Eyadéma a succedergli avrebbe dovuto essere il portavoce del Parlamento, carica allora detenuta da Fambaré Ouattara Natchaba. Ma l’esercito togolese controllato da Faure chiuse le frontiere – Natchaba si trovava all’estero - , il parlamento esautorò il successore dalle sue cariche e lo sostituì con lo stesso Faure, da allora alla guida del Togo.

A partire dal 1992 la carta costituzionale, che prevedeva un massimo di due mandati presidenziali della durata di 5 anni cadauno, ha subito una serie di modifiche, sempre volte a plasmare i ruoli di potere attorno alle figure dei due Gnassingbe. Con gli ultimi emendamenti le opposizioni temono che anche quello del figlio diventi un regno imperituro, e le premesse ci sono tutte. Toccherà ai cittadini tramite un referendum decidere se validare o meno le novità, ma dal momento che anche le libere votazioni presidenziali da queste parte sono sempre tacciate di pesanti brogli, le opposizioni temono l’ennesimo tranello celato dietro la maschera del suffragio popolare.

Di fronte al crescere di tensioni e proteste è stata per prima la Chiesa cattolica a rompere gli indugi nei giorni scorsi, attraverso una dichiarazione della Conferenza dei vescovi che esorta il governo ad attuare le riforme chieste dalla popolazione. Nel mentre l’arcivescovo della capitale Lomè, Denis Amuzu-Dzakpah, in un’intervista al quotidiano francese “La Croix” si è candidato al ruolo di mediatore fra le parti.

Nella lettera le due chiese protestanti manifestano il loro appoggio all’iniziativa dell’arcivescovo e al contempo richiamano l’attenzione «non solo di tutti i togolesi, ma del mondo ecumenico e della comunità internazionale sulla crisi in corso, che rischia di deflagrare con conseguenze potenzialmente disastrose».

I vertici delle tre denominazioni cristiane, che rappresentano circa un terzo degli oltre 6 milioni di abitanti del Togo hanno moltiplicato gli incontri per proporre strategie e soluzioni armonizzate per superare il muro contro muro fra le parti. Convocheranno quindi tutti i protagonisti politici della scena pubblica, maggioranza e opposizione, per trovare un punto di contatto su una piattaforma comune. Una sfida assai ardua, e non a caso l’appello congiunto, siglato dal moderatore della Chiesa presbiteriana pastore Sename Mensa Avinou e dal presidente della Chiesa metodista pastore Martine Grâce Zinsou-Lawson, si conclude con le parole del Vangelo di Giovanni: «Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me; nel mondo avrete tribolazione, ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo».

Immagine: By Erik Kristensen - Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=993631

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