Una chiesa in cui a volte sbagliamo, insieme

Continuano le riflessioni sull’”essere protestanti”, alla vigilia della festa della Riforma di sabato 28 ottobre a Roma

«Perché ho scelto la Chiesa valdese? Perché è la migliore...». La risposta ricevuta, da un fratello divenuto valdese da poco mi ha spiazzato. Personalmente, se anche dovessi cercare di presentare la chiesa della quale faccio parte a persone più o meno interessate alla nostra realtà (esercizio che mi appassiona poco, in verità: preferisco cercare di annunciare Gesù, non la mia chiesa) non direi mai che «è la migliore». E questo non per fare il bastian contrario, il criticone, quello a cui non va mai bene niente. Il punto è che la Chiesa valdese non è la migliore, le chiese del protestantesimo storico non sono le migliori, così come non lo sono quelle pentecostali ed evangelicali o quella cattolica o ancora quella ortodossa e via dicendo. 

Esistono le chiese che più o meno si adattano alla sensibilità, al vissuto, alla ricerca di senso di ognuno di noi. 

In fondo, è stato così anche per me. Ex-cattolico, cresciuto in una parrocchia con un sacerdote che ci educava alla libertà (lezione che ho fatto mia e che mi ha spinto a lasciare la Chiesa cattolica romana) dopo un lungo periodo da «cristiano senza chiesa» ho incontrato per motivi professionali e familiari il mondo protestante. Prima con un po’ di interesse misto a diffidenza (le poche cose che sapevo dei protestanti erano sbagliate) poi con una sorta di «folgorazione», assistendo per la prima volta a un culto con la predicazione di Gino Conte. La sensazione di aver trovato quello che avevo da sempre «sentito», pur senza saperlo inquadrare con precisione, non si fermò alle predicazioni di Conte, ma proseguì con la scoperta, passo dopo passo (da quella «folgorazione» al mio ingresso ufficiale in Chiesa valdese passarono due anni), di una chiesa diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora e decisamente più vicina al mio modo di sentire, di vivere la fede. 

Una scoperta che continua ancora e che (dopo l’inevitabile infatuazione dei primi tempi) oscilla tra alti e bassi, tra delusioni e soddisfazioni, tra amarezze e gioie, nella consapevolezza che, trattandosi di istituzioni umane, le varie «chiese» e denominazioni sono tutte fallibili e che sarebbe auspicabile superarle tutte (prima o poi) per riconoscerci nell’unica vera Chiesa di Gesù Cristo. 

In tutto questo percorso, quello che ancora oggi mi affascina e mi spinge a fare parte di questa chiesa non è il fatto che sia la migliore (perché non lo è, nessuna lo è) né tantomeno la sua forza, ma al contrario, la sua debolezza. «Quando sono debole, allora sono forte» (2 Corinzi 12, 10).

Così mi piace il saper mettere, o comunque cercare di farlo, in discussione se stessi senza cercare altri appigli o ancoraggi che non siano Dio e la sua Parola. Il saper stare insieme attorno a un valore prezioso eppure faticoso da vivere e da gestire come quello della democrazia, coniugando (con fatica) libertà e responsabilità.

Ci riesce sempre? No. Spesso? Forse no. Diciamo che ci riesce qualche volta e che spesso cadiamo, inciampiamo, sbagliamo. Ma il bello di questa chiesa è proprio il fatto che (pur con tutti i limiti della nostra democrazia) quando sbagliamo, lo facciamo insieme. E, insieme, possiamo scoprire che la Grazia di Dio ci aiuta ogni volta a rialzarci.

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