In poco meno di tre anni di mandato da presidente della Repubblica, Sergio Mattarella non aveva mai rimandato alle Camere nessun provvedimento, tanto da sollevare in alcuni casi il dubbio che potesse non succedere mai. Eppure, venerdì 27 ottobre il Quirinale ha deciso di non firmare la legge che porta il titolo di “Misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e sub-munizioni a grappolo”. Il punto, spiega la nota emessa dal presidente Mattarella, è che «la normativa in esame, in contrasto con la finalità dichiarata, determinerebbe l'esclusione della sanzione penale per determinati soggetti che rivestono ruoli apicali e di controllo (per esempio i vertici degli istituti bancari, delle società di intermediazione finanziaria e degli altri intermediari abilitati); per altri soggetti, privi di questa qualificazione, sarebbe invece mantenuta la sanzione penale, che prevede la reclusione da 3 a 12 anni, oltre alla multa da euro 258.228 a 516.456. Questo contrasta con l'art.3 della Costituzione che vieta ogni irragionevole disparità di trattamento fra soggetti rispetto alla medesima condotta». Inoltre, sempre secondo quanto segnalato nella nota, la norma «si pone in contrasto con le convenzioni di Oslo e di Ottawa a suo tempo ratificate con le leggi n. 106 del 1999 e n. 95 del 2011 che richiedono sanzioni penali per tutti i finanziatori degli ordigni vietati. La normativa in esame determinerebbe invece la depenalizzazione di alcune condotte oggi sanzionate penalmente».

In sostanziale accordo con la lettura del Quirinale è anche Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine Onlus, che tuttavia sottolinea quanto questa legge, «al di là del fatto di questa fondata nota di incostituzionalità, è necessaria perché purtroppo le banche secondo l’articolo 7 della legge 95/2011 non possono essere controllate, visto che mancano tutta una serie di meccanismi che invece sarebbero inseriti in questa nuova legge».

È opportuno chiedersi che cosa sia accaduto in questi anni, visto che la legge aveva cominciato il suo percorso nel 2012 attraversando un cambio di legislatura, i passaggi nelle commissioni Finanze di Camera e Senato e il voto delle due Camere, sempre superato all’unanimità. Che si sia trattato, come scriveva Avvenire, di una “manina”, oppure di una dimenticanza, come sostenuto da Schiavello, la certezza è che con questo comma si rischia di minare una legge che era stata presentata come esemplare al momento della sua approvazione definitiva, avvenuta all’inizio di ottobre. La legge, nata da iniziativa parlamentare, ha lo scopo di bloccare completamente le risorse finanziarie di quelle imprese che, anche indirettamente, contribuiscono a ricerca, sviluppo, produzione e distribuzione, ma si è ritrovata bloccata per via di questa incompatibilità tra la natura penale e quella amministrativa del contrasto. Un vuoto normativo, quindi, riempito per ora con una legge che non ha passato il vaglio del Quirinale.

Questo errore è dovuto al fatto che tra la presentazione e l’approvazione sono passati sette anni?

«È difficile provare la buona o cattiva fede, ma credo che per un disegno di legge votato all’unanimità in due legislature non si possa credere nella malafede, quindi è necessario parlare di tempi. Questo disegno di legge è stato presentato nel 2010. Nel 2010 la legge di ratifica ancora non era stata approvata e quindi è rimasto fermo per 19 mesi in Senato, ripresentato poi nella stessa legislatura, nel 2012, alla Camera da Federica Mogherini cambiando solo la definizione di mina antipersona equiparandola a quella della Convenzione internazionale invece che alla legge italiana.

Questo disegno di legge è poi passato all’unanimità nella VI Commissione Finanze della Camera il 19 dicembre 2012. Tre giorni dopo vennero sciolte le Camere, ma nel 2013 la senatrice Silvana Amati ripresentò questo disegno di legge nel medesimo modo, proprio perché essendo stato approvato in una delle due Camere, anche se nella precedente legislatura, avrebbe dovuto avere un percorso più veloce, quindi si sarebbe potuto lavorare sull’approvazione definitiva».

Invece che cos’è successo? Come abbiamo fatto ad arrivare all’ottobre del 2017?

«Il testo è stato affidato alla Commissione Finanze del Senato nel 2013, ma è rimasto pressoché fermo fino al 2016. Tra il 2015 e il 2016 si è cominciata una campagna per farlo calendarizzare e si è attivato l’iter. In quel contesto nella Commissione Finanze sono stati recepiti tutta una serie di emendamenti tecnici migliorativi su segnalazioni della Banca d’Italia e dell’Abi, ma non era stata rilevata la necessità di un combinato disposto con la legge 95/2011. In teoria, infatti, la sanzione amministrativa può convivere con una sanzione penale, non è necessario che venga esclusa la sanzione amministrativa per poi applicare quella penale, però è necessario che ci sia un combinato disposto molto chiaro, altrimenti potrebbe sembrare un tentativo di rendere depenalizzabile qualcosa che almeno idealmente ricade per tutti sotto una norma penale».

Ora qual è l’iter? Si richiede nuovamente un doppio passaggio parlamentare, come per l’approvazione?

«Detto prima di tutto che riteniamo che la legge debba essere approvata nel più breve tempo possibile e rimandata al presidente Mattarella con le dovute correzioni, in genere si fa sempre il medesimo iter. Tuttavia bisogna considerare che la legge è già stata assegnata alla Commissione Finanze con il numero S57/bis, quindi va calendarizzata all’interno della Commissione che dovrà discutere esclusivamente la variazione. Sarà necessario richiedere i pareri delle varie commissioni, ma si può fare anche velocemente».

Quindi, almeno in teoria, nessuno scoglio di natura tecnica?

«Crediamo che sia una questione di volontà politica: passata in Senato, la norma andrà rimandata alla Camera per fare lo stesso iter. Questa è la “prova del nove”: si vuole questa legge, si vogliono dare delle norme alle banche e agli istituti finanziari oppure si prenderà la palla al balzo e si rimanderà nel dimenticatoio questa legge com’è stato dal 2013 al 2016?».

Ci sono strumenti di pressione già attivi?

«Certo. Abbiamo scritto al presidente Marino e ai senatori della Commissione Finanze e abbiamo mandato anche alcune lettere alla Camera offrendo una soluzione: si possono eliminare le sanzioni amministrative e lasciare le sanzioni penali, affinché il trattamento sia uguale per tutti e sia normato correttamente. Abbiamo lavorato con dei giuristi e abbiamo offerto una strada, che però non è detto che debba essere l’unica. Per contro, l’unica cosa certa è che ci dovranno essere le stesse sanzioni che prevede la legge 95/2011, perché ce lo dice il Quirinale, che è un’istituzione di garanzia, e che ribadisce che la legge 95/2011 prevede sanzioni penali per chiunque offra supporto finanziario. Se la legge non dovesse passare ci dovremmo chiedere quali sono i meccanismi che vanno a controllare le banche, perché oggi non c’è la possibilità di andare a controllare e questo non è più ammissibile».

Immagine: via Flickr

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