I giornali valdesi e la rivoluzione russa

Come le testate dell’epoca raccontarono il nuovo corso della storia, fra Lenin e la Guerra mondiale in corso

Continua lo speciale di Riforma dedicato ai 100 anni dalla Rivoluzione russa. Dopo il pezzo di Luigi Sandri sulle vicende dell’ortodossia russa e quello dedicato alle chiese battiste di Russia, oggi è il turno di un’intervista a Laura Ronchi, docente di Storia moderna all’università La Sapienza di Roma, sui rapporti fra la Russia  e il protestantesimo. Qui di seguito invece potete leggere come i giornali dell’epoca nel mondo valdese trattarono le notizie provenienti da San Pietroburgo.

Gli echi della rivoluzione di ottobre scuotono e interrogano anche il mondo valdese delle valli del pinerolese, anche se sono le drammatiche vicende della Prima guerra mondiale ad occupare il più ampio spazio in quella fine del 1917, fra le colonne dei vari giornali locali presenti sul territorio. Ma fra collette per i parenti delle vittime del conflitto, rubriche che ospitano le lettere dal fronte e resoconti di battaglie, le parole di Lenin e Trotsky fanno comunque capolino, e i commenti non sono certo benevoli con il nuovo corso della storia.

L’Écho des vallées, giornale fondato nel 1848, antesignano dell’attuale Riforma, organo di comunicazione della Chiesa valdese, ne da notizia la prima volta sul numero del 7 dicembre 1917, ad un mese circa dall’occupazione del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo da parte dei bolscevichi con un corsivo in lingua francese, non firmato e per questo attribuibile all’allora direttore, il pastore Carlo Alberto Tron: «Gli avvenimenti si succedono con una rapidità vertiginosa. Solo ieri nutrivamo ancora la speranza che la Russia sapesse reagire, resistendo a chi la sta conducendo dritta alla rovina: oggi tutte le illusioni sono cadute...Il miserabile Lenin, uomo di poco valore, ma intrigante e testardo, ha creato una maggioranza nutrita da promesse che giungono fino al punto da prevedere le divisioni delle proprietà...La Germania oggi si frega le mani per la soddisfazione...Noi crediamo ancora al buon senso del popolo che alla fine aprirà gli occhi davanti alle imposture».

La Germania è considerata la grande burattinaia delle rivolte di San Pietroburgo, e l’ostilità e il sospetto nei confronti della nazione contro cui l’Italia stava combattendo emergono a più riprese nei vari articoli che si susseguono. Dall’altro lato c’è l’antica amicizia nei confronti della Russia, in cui uno zar, Alessandro I, a metà ottocento fu fra i finanziatori della costruzioni di templi e ospedali nelle valli valdesi. Ma come detto sono le notizie dai fronti di guerra a dominare pensieri e inchiostro: la battaglia di Caporetto, la peggior disfatta nella storia dell’esercito italiano, si combatte proprio in quei giorni fra ottobre e novembre.

Bisogna aspettare la fine del gennaio del 1918 e poi la fine di febbraio per ritrovare brevi cronache dei negoziati di Brest-Litovsk, le trattative fra le nazioni degli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria e impero ottomano) e la Russia, che Lenin vuole portare fuori dalla guerra al più presto, alle prese con una crisi economica spaventosa. Il 22 marzo il congresso dei soviet ratifica il trattato e l’attenzione pare calare. Parole di fuoco ritornano a commentare i venti delle idee socialiste che presto infiammano il resto d’Europa, con i moti e gli scioperi del biennio rosso del 1919-1920, anche se, e siamo intanto già all’11 novembre 1921, il giornale guarda con fiducia alla ripresa del dialogo fra Italia e quella che fra breve si chiamerà Unione Sovietica: «Registriamo con piacere la ripresa delle relazioni commerciali fra Italia e Russia. Sarà un’impresa difficile viste le condizione economiche dei due paesi, Russia soprattutto, ma siamo pieni di fiducia verso l’avvenire e menzioniamo a tal proposito le dichiarazioni che Lenin ha fatto ultimamente a Mosca :“Occorre un ripensamento di strategie, riconoscendo che la tattica avuta fino a oggi è sconfitta”. Notiamo che tali parole, che la dicono lunga sulla follia comunista russa, vengono taciute dagli organi di stampa socialisti».

Un altro settimanale, il Pellice, fondato nel 1910, liberale ma anti giolittiano, nonostante non disdegni spesso strizzatine d’occhio alle correnti più riformiste guarda con orrore ai fatti di Russia, già a partire dal 16 novembre 1917 all’interno della rubrica fissa “La Situazione”: «In Russia, per cambiare, abbiamo la rivoluzione promossa dal famoso Lenin e dal suo stato maggiore socialista, giunti sino all’umiliazione contro il governo provvisorio e Kerenski. A Pietrogrado e a Mosca si sono impadroniti dei principali edifici pubblici, che poi dovettero abbandonare per l’arrivo di Kerenski con numerose truppe le quali restituirono l’ordine nelle città. Era tempo che si facesse un po’ sul serio, reprimendo questi moti attivati, evidentemente, dalla Germania». Ancora Berlino, la grande nemica, come il 7 dicembre 1917: «I massimalisti russi, dopo essersi impadroniti colla violenza dei pubblici poteri, hanno proposto un armistizio alla Germania, che ha fervorosamente accettato...La reazione contro l’anarchia non deve tardare e qualche sintomo si ha nelle elezioni politiche, che hanno dato ai partiti contrari a Lenin un numero di voti quasi pari a questi». Il 14 dicembre l’ultimo numero del Pellice, poi l’annuncio che la riduzione dell’energia elettrica dovuta al calo delle acque del Po e alla mancanza di carbone avrebbe costretto ad uno stop delle pubblicazioni, con l’auspicio per soli pochi mesi. Tornerà in realtà solo nel 1920.

L’Avvisatore alpino, con l’allora direttore Giovanni Ribet, è probabilmente il settimanale più diffuso in val Pellice in quegli anni, scritto e pensato per lo più da un gruppo di professori del collegio valdese (Jahier, Ribet, Coisson, Falchi, Jalla), con ampio spazio dedicato alle vicende locali; entra nella questione russa il 16 novembre 1917: «In Russia è cominciata la guerra civile...La borghesia si apparecchia a combatter i traditori della patria e speriamo che riescano schiacciarli per rendere alla Russia la sua forza e il suo onore». Speranza che svanisce presto, già la settimana seguente: «La Russia è in sfacelo, l’Ucraina ha proclamato la propria indipendenza» e poi ancora il 30 novembre: «In Russia i massimalisti hanno il sopravvento, dettano leggi all’interno e chiedono pace all’estero. Dalla Russia per lungo tempo non c’è più nulla da aspettare e fanno bene le potenze dell’Intesa a negarle ogni rifornimento». I rischi connessi all’uscita della Russia dalla guerra mondiale in corso sono così commentati il 7 dicembre: «La Russia è tuttora nelle pazze mani di Lenin e Trotzky. La pace con la Germania sposterà truppe sui fronti francesi e italiani, dramma per i nostri eserciti». La vittoria nella guerra pare così lontana che le scelte dei bolscevichi sembrano dare il colpo di grazia, e le parole si fanno di fuoco a fine anno: «In Russia domina il Lenin e la dominazione sua è tirannica ed assoluta quanto lo sia mai stata quella di un qualsiasi tsar. Egli imprigiona, condanna, sopprime chiunque a lui si opponga. Grava sul paese il più cupo terrore».

La Luce, altra espressione del mondo valdese, ha invece sede e direzione fuori dalle valli, a Firenze, e il direttore Ernesto Comba aspetta il 13 dicembre del ‘17 per scrivere «Lenin al momento trionfa.. ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. Così sono soppressi in Russia tutti quelli che sono contrari all’onta di una pace separata..Intanto infuria una demagogia che non si potrebbe immaginare più bestiale»; e ancora il 24 gennaio dell’anno nuovo con un primo editoriale tutto dedicato alla rivoluzione: «Le vicende della rivoluzione russa si prestano ad amare riflessioni. Analogie sorprendenti con la rivoluzione francese. Si arriverà alla Convenzione, alla ghigliottina e poi? Speriamo che arrivi il momento in cui alla demagogia terrorista si sostituirà un governo stabile che rappresenti davvero le idee della grande maggioranza del popolo russo». Il 24 febbraio i toni si fanno cupi: «Quello che succede in Russia supera tutte le più fosche previsioni. E’ lo sfacelo, la rovina completa di quel paese. Pare impossibile che una nazione di 100 milioni di abitanti si sia lasciata rovinare da una banda di malfattori e di delinquenti. Ora più che mai la Germania ha buon gioco. La demagogia è il peggior governo che un popolo si lasci imporre».

Tanta preoccupazione dunque fra le testate del mondo protestante italiano, alle prese con le ferite del conflitto mondiale.

50 anni dopo, il 24 novembre 1967, l’Eco delle valli con un ampio editoriale del pastore Gino Conte intitolato “Fede marxista o fede cristiana” torna sui sogni e le paure di quei giorni e ricorda il clamore suscitato dagli articoli pubblicati dal periodico delle ragazze e dei ragazzi del protestantesimo italiano Gioventù evangelica, argomento di cui ci occuperemo domani con un articolo ad hoc di Marco Rostan. Intanto le cose da salvare : «La rivoluzione ha dato al proletariato coscienza di essere una forza storica; tutti questi fenomeni (gli scioperi, le manifestazioni etc) son lungi dall’essere ovunque limpidi (si pensi alla Russia, alla Cina, a certe nazioni latino americane), il mondo non è diviso nettamente in bene e male, ma la carica umana e ideale del marxismo è lungi dall’essere esaurita per il fatto che nello Stato in cui si è affermato esso è divenuto regime. Il marxismo è la religione degli oppressi. Il marxismo poi ha aperto la questione operaia: il lavoro operaio è diverso da ogni altro lavoro, massificato, con tempi assillanti di produzione, con l’uomo ridotto a strumento, il marxismo ha aperto lucidamente la questione operaia e l’ha lasciata aperta».

Quindi i lati oscuri, «L’involuzione nello stato sovietico, l’autocrazia staliniana, la perdita della spinta internazionalista. Tuttavia non sarebbe corretto giudicare un’idea in base alle mancate o errate o imperfette realizzazioni: se si dovesse giudicare l’evangelo in base alla vita dei cristiani e delle chiese...». Il finale è forse inatteso, marxismo e religione non sono compatibili: «Il marxismo è una vera e propria religione, manichea, e in quanto religione ne presenta le caratteristiche totalitarie. Per concludere non è possibile accordare l’ideologia marxista e la fede cristiana, proprio per il carattere religioso del marxismo. È quindi biblicamente inaccettabile fare della Riforma del XVI secolo e di quella del 1917 - come è stato fatto - due eventi e due movimenti in qualche modo complementari»

Segue all’interno un ampio articolo di Giorgio Bouchard sulla storia della rivoluzione di ottobre, stralci del pezzo scritto proprio per lo speciale di Gioventù evangelica, un numero che causò scandalo nel mondo valdese. Ma questa è un’altra storia.

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