Continuano gli articoli dedicati alla Rivoluzione russa ad un secolo dai fatti.

Oggi è il turno di un articolo di Marco Rostan sullo scandalo che 50 anni dopo, nel 1967, suscitò un numero speciale della rivista Gioventù evangelica. Qui di seguito invece raccontiamo una storia che molti ricordano in val Pellice, quella degli esuli russi di Villa Olanda.

 

Che cos’ è questo odore di incenso che stuzzica le narici quando ci si trova a passeggiare sulla strada al limitare delle colline fra Torre Pellice e Luserna San Giovanni?

E’ il suono di una khorovod, la danza russa, quello che pare provenire da dietro quei pini?

Una stradina sterrata si inoltra.

Figure si aggirano fra gli ampi prati che diventano orti, fra fontane e panche: alcune hanno portamento fiero, si direbbe nobile, altri lavorano la terra o si affannano nelle faccende di casa. Eccola la casa, una grande villa, con due ali a est e a ovest, a formare un ferro di cavallo. Maison d’Hollande, Villa Olanda.

La seconda guerra mondiale è finita da una manciata d’anni quando le persiane delle 38 stanze del grande edificio tornano ad aprirsi, dopo decenni di oblio.

Qui inizia la nostra storia, riesumata da Giovanni Peyrot, erede di quel Jean Daniel che nel 1790 fu il costruttore di Villa Olanda, in un piacevolissimo volume, “I fantasmi di Villa Olanda”, che nel raccontare le vicende di questa grande dimora dedica ampio spazio ad una storia che molti in val Pellice ancora oggi ricordano.

La proprietà, siamo nel 1958, è ora della Tavola, l’organo esecutivo della Chiesa valdese.

Ma all’acquisto ha provveduto un organismo internazionale, il Consiglio ecumenico delle chiese, creato nel 1948 e che raggruppa le chiese protestanti e ortodosse di ogni angolo del pianeta.

Lo scopo è quello di ospitare un buon numero di donne e uomini, con alle spalle un’avventura speciale. Sono rifugiati politici, la cui terra madre, la grande Russia, è divenuta nel 1917 Unione Sovietica. Così per loro in patria non c’è più posto: questo perché sono dignitari di corte, ufficiali dell’esercito fedeli ai Romanov, artisti, perfino i principi Obolenski, cugini di Nicola II, l’ultimo zar.

Con loro contadini e governanti, fuggiti al seguito dei loro signori tanti anni prima. Ci sono state peregrinazioni fra la Cina, la Corea, Hong Kong, e dal 1948 queste persone si ritrovano in un campo profughi a Trieste, voluto dalle Nazioni Unite per ospitare chi, dopo gli sconvolgimenti del conflitto mondiale, non aveva più una patria in cui tornare.

La Chiesa valdese accoglie l’invito rivolto dal Consiglio ecumenico alle chiese membro: cercare un rifugio per le migliaia di donne e uomini proscritti dalle terre d’origine. Un debito di riconoscenza lega la popolazione valdese alla Russia imperiale: poco più di un secolo prima lo zar Alessandro I è stato fra i maggiori finanziatori del nascente ospedale di Torre Pellice e di templi come quello di Pomaretto, tanto che un busto di marmo è rimasto all’ingresso dell’ospedale fino al 1941, quando i venti di una nuova guerra suggeriranno a qualcuno di nascondere alla vista quell’antica amicizia. Quel busto ricomparirà qualche anno più tardi nel salone di Villa Olanda.

Sono 61 i profughi che giungono in Val Pellice. Dopo alcuni anni vissuti all’Uliveto, casa sulla collina di San Giovanni, gli spazi si fanno angusti, e si rende necessario uno spostamento. Ecco la scelta di Villa Olanda, inaugurata allo scopo il 18 aprile 1958 con una cerimonia presieduta dal pastore valdese Achille Deodato e alla presenza del pastore Edgar Chandler, all’epoca segretario del Consiglio ecumenico delle chiese. Qui potranno passare in serenità gli ultimi anni terreni, dopo un’esistenza che la grande storia ha portato lontano dalla casa natale.

C’è Olga Zhigin, maestra di pianoforte dei figli Romanov e moglie di un ufficiale dello zar arrestato e torturato dopo la rivoluzione: la donna fuggirà in Jugoslavia e qui nel 1921 ritroverà il marito, dal quale avrà due gemelli che la seguiranno, oramai vedova, a Villa Olanda. Il figlio maschio, Alexander, sarà l’unico a sposarsi nell’esilio valligiano: sua moglie sarà Elda Malan, direttrice della casa Uliveto.

C’è Boris Krutiev, pittore, che alcuni ricordano in bicicletta con tele e treppiedi a tracolla per la strade del pinerolese a cercar scorci da dipingere: fra i suoi estimatori anche Paola Ruffo di Calabria, futura regina del Belgio, che trascorreva spesso periodi estivi presso la sorella maggiore Maria Cristina nella tenuta del marchese San Germano a Campiglione Fenile.Nel vicino comune di Cavour rimangono opere di Krutiev ad acquerello alll’Abbazia di S. Maria, alla chiesa di Babano e un ex voto alla Madonna della Rocca. Famosi e particolari per la loro unicità i suoi disegni in miniatura che potevano raggiungere la grandezza di un francobollo.

C’è Vassilj Skrotski, la “carabina più veloce di Russia”, pluridecorato colonnello degli Ussari , che ogni mattina usciva a correre per mantenersi in forma e si farà seppellire con la divisa da ufficiale.

C’è Sergey Popoff, in patria un noto cantante di operette . A Villa Olanda sarà ordinato diacono per poter celebrare le funzioni religiose in mancanza di un pope.

Già, la religione. Quasi tutti ortodossi, vi erano però anche due luterani, due sabbatisti, due cattolici.

Il pastore Deodato farà costruire nel 1959 una cappella ortodossa a fianco dell’edificio principale: tre o quattro volte l’anno, a Pasqua, Natale, San Nicola, giungeva un sacerdote ortodosso da Milano, da Genova o da Ginevra. Stesso discorso per i funerali, con le salme sepolte nel cimitero di Luserna San Giovanni. Le altre domeniche dell’anno era il diacono Popoff a guidare le funzioni fra icone di grande valore, paramenti arabescati, ceri ed incensi, mentre Boris Vejtko, che a Villa Olanda si occupava del giardino, suonava la balalajka.

La vita corre lenta e serena per queste anziane figure. Le telecamere della Rai e qualche cronista che viene a raccontare di tanto in tanto di questo bizzarro e atipico rassemblement umano ci dicono però dell’interesse che hanno saputo catturare.

L’ultimo di questi ospiti speciali morirà novantenne nel 1986. Mancano tre anni appena alla caduta del muro di Berlino e all’avvio della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nessuno di questi fantasmi della storia,retaggio delle ideologie del secolo breve, vedrà dalla cattività valligiana il ritorno sulla scena della Russia. Del resto nessuno di loro aveva mai manifestato l’intenzione di tornare in patria. Per loro tutto era finito nel 1917.

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