Da alcuni mesi cittadini, ma anche amministratori dei paesi di montagna, sono alle prese con la necessità di registrare gli immobili rurali al catasto edilizio urbano; lo prevedeva una norma di diversi anni fa e fra una proroga e l’altra si era arrivati alla scadenza del 2012.

Anche allora molte situazioni non vennero attivate: nelle valli alpine, in particolare, sono centinaia le vecchie baite, spesso crollate, non abitabili, senza alcun servizio, senza acqua potabile ma ancora accatastate «rurali». Durante l’estate tutti i proprietari anche di un solo rudere, hanno ricevuto una lettera dall’Agenzia delle Entrate; pochi mesi per accatastare come civile: in caso contrario scatteranno le multe, fino a 8.000 euro.

E così la fibrillazione dai privati è passata ai professionisti, che si sono trovati sommersi di pratiche.

Certo, se la baita è completamente «diruta» non si pagheranno né sanzioni né tasse; resta la seccatura di dover cercare (e pagare) un geometra, fare foto, compilare moduli, insomma dedicare del tempo a chiudere queste vicende.

Di fronte alla mole di pratiche anche sindaci e di recente organizzazioni varie si sono mossi; chiedendo proroghe, provando a rendere meno onerose possibili le pratiche, semplificare le procedure per gli uffici tecnici dei Comuni e tra i professionisti, sgravare i proprietari da imposte nei casi previsti dalla norma, precisando meglio le situazioni che non producono reddito, nell’interesse di riorganizzare le banche dati catastali. A ricevere dall’Agenzia le lettere di avviso bonario per il necessario accatastamento degli immobili sono stati oltre 800.000 cittadini, dei quali 200.000 in Piemonte.

Le Province di Cuneo, del Verbano Cusio Ossola e la Città Metropolitana di Torino sono tra quelle in Italia con maggiori situazioni ancora da aggiornare: immobili registrati al catasto agricolo, da dichiarare e inserire sul catasto edilizio urbano. Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate gli accatastamenti stanno procedendo (30.000 le autocertificazioni già ricevute e immesse nella banca dati) anche grazie all’impegno di molti Comuni con i loro uffici tecnici.

«L’abbandono della montagna – spiega il vicepresidente Uncem Marco Bussone – ha portato a disporre di migliaia di beni immobili inutilizzati, in molti casi ruderi, oggi in parte distrutti. Per queste situazioni, per le quali è stata ribadita la necessità di una sola autocertificazione del proprietario, senza costi e senza successive imposte, l’Agenzia delle Entrate invierà una nota ai Comuni e ai professionisti con maggiori dettagli, nel precisare le fattispecie per le quali non sono necessarie registrazioni».

Ci sono poi situazioni molto particolari, ma non così limitate. Fontane e forni che spesso fanno riferimento a decine di proprietari (erano servizi in comune), dei quali alcuni magari residenti all’estero, come possono essere accatastati se, eventualmente, non se ne fa carico il Comune? E ancora cosa succede con luoghi di solito pubblici come gli alpeggi? Uncem e Anci (le organizzazioni di rappresentanza di comuni ed enti montani) hanno chiesto una proroga ai tempi previsti per le procedure di registrazione, finora fissati al 31 dicembre 2017. Un’istanza che Agenzia delle Entrate ha condiviso e che verrà riportata ai parlamentari piemontesi oltre che al ministro dell’Economia e delle Finanze.

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