O Signore, perché te ne stai lontano? Perché ti nascondi in tempo d’angoscia?
Salmo 10, 1

All’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Marco 15, 34

Nel lungo racconto di Marco della crocifissione di Gesù almeno due elementi, nella sua parte conclusiva, colpiscono. Il primo riguarda le tenebre: «Venuta l’ora sesta, si fecero tenebre su tutto il paese…». Le tenebre rappresentano l’elemento «visivo», mentre l’elemento «uditivo» è assente. Siamo all’opposto dell’esperienza del Battesimo e della Trasfigurazione, dove la presenza divina è accompagnata dalla «voce» di Dio stesso che conferma e autentica la missione del Figlio («Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto», Matteo 3, 17; «Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo», Marco 9, 7). L’evangelista sottolinea, così, come la presenza di Dio, indicata dalle tenebre che avvolgono tutto il paese, ora si accompagna anche alla distanza di Dio. Ci sono le tenebre, ma non c’è la voce. L’oscurità è silenziosa.

Il secondo elemento è il grido di Gesù che reagisce alle tenebre: «Eloì, Eloì, lema sabactàni?, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”». Un grido che esprime al tempo stesso la presenza e l’assenza di Dio. Gesù invoca Dio, la relazione con il Padre non si è interrotta. Gesù non nega la presenza di Dio. Probabilmente nel suo intimo non comprende per quale motivo «è stato abbandonato». Allora Gesù grida. Non si tratta di un ripensamento come se Gesù volesse tornare indietro. Gesù grida perché per Lui la presenza di Dio non diventa parola che si fa ascoltare né conferma del Suo cammino doloroso. Il mondo lo ha respinto e anche il cielo sembra essere chiuso, come il grido lo esprime nella sua indicibile distretta: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Quante volte sentiamo chiudersi il cielo sopra di noi? O quante volte anche per noi la presenza di Dio non diventa parola esplicita?

«Mentre sperimentiamo soltanto il dolore e non c’è spazio per altro, sappiamo nelle viscere profonde della nostra fede che lo sguardo di Dio è su di noi, fonte di vita e di luce» (Maria Bonafede).

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