Geremia disse: «Per la piaga della figlia del mio popolo io sono tutto affranto; sono in lutto, sono in preda alla costernazione. Non c’è balsamo in Galaad? Non c’è laggiù nessun medico? Perché dunque la piaga della figlia del mio popolo non è stata medicata?»
Geremia 8,21-22

Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».
Luca 5, 31-32

Geremia esprime la sua pena guardando come tra Dio e il suo popolo si sia spezzato qualcosa in modo apparentemente irreparabile.

Schiacciato dai suoi nemici, il popolo grida la sua angoscia domandandosi se Dio non è più in Sion; se il suo re non è più in mezzo a lei. Il popolo accusa Dio di abbandono, Dio dichiara che è stato il popolo ad abbandonarlo scegliendo di sostituirlo con idoli stranieri. Il popolo ha confidato in cose errate pensando che gli avrebbero assicurato la pace, ma si erano sbagliati, e ora la salvezza sembra perduta.

Davanti a questa situazione il profeta manifesta la sua afflizione; sembra di sentirlo: «Per la piaga del mio popolo io sono completamente affranto, sono in preda alla costernazione». Sembra che solo a considerarle queste cose il profeta si senta morire, che il suo dolore non trova conforto, e che ogni tentativo di alleviarlo lo aggrava solamente.

Anche la speranza vacilla: «Non c’è balsamo in Galaad? Non c’è una medicina per un regno malato e in punto di morte? Non c’è nessun medico, una mano abile e fedele che possa curare questo popolo?». Per Geremia la situazione è così compromessa che sembra impossibile da migliorare.

Il tempo dirà che in realtà un medico c’era, c’era qualcuno in grado di salvare Israele. Dio!

Dio era in grado di aiutarli e guarirli. Perché dunque non erano guariti? Non era per mancanza di balsamo o di un medico, ma perché non avevano accettato né il medico, né la cura.

Questa è una costante nella storia della fede. Il popolo di Dio - tutti noi che crediamo in Dio - spesso ci dimentichiamo di Lui. Spesso pensiamo di potercela cavare da soli, di non avere bisogno di nessuno, men che meno di Dio.

Con la mente diciamo che siamo tutti peccatori, ma il nostro cuore ci dice che in fondo non siamo poi tanto male. Anche quando riconosciamo i nostri errori, con molta facilità troviamo il modo di tranquillizzare le nostre coscienze. Insomma, è molto più semplice considerarsi giusti che peccatori. Questo però rappresenta un grosso problema, infatti, soltanto chi riconosce di essere spiritualmente malato cercherà le cure del medico delle nostre anime. Gesù è il nostro medico, venuto per curare le nostre infermità spirituali, per riconciliarci con Dio. Chi si considera giusto perde l’opportunità di godere dell’amore misericordioso manifestato in Cristo. Chi invece riconosce di essere spiritualmente malato potrà accogliere Gesù come suo medico, come suo salvatore e vivere nella sua pace.

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