Motivi di gratitudine

Verso il Sinodo annuale delle chiese metodiste e valdesi

Il 24 agosto si apre a Torre Pellice (Torino) il Sinodo, l’annuale assemblea generale delle chiese metodiste e valdesi. La Tavola valdese, che è l’esecutivo della Chiesa evangelica valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) ha appena licenziato la sua relazione al Sinodo. Riforma ha intervistato il moderatore della Tavola, pastore Eugenio Bernardini.

Qual è la «nota» con cui si apre la relazione al Sinodo di quest’anno?

«Si apre con un pensiero di gratitudine a Dio. Nonostante il quadro obiettivamente di difficoltà in cui si trovano un po’ tutte le chiese del protestantesimo storico in Europa (e quindi anche le nostre chiese), noi pensiamo che si debba esprimere un pensiero di gratitudine a Dio per alcuni aspetti della vita delle nostre chiese che riteniamo molto positivi. Il primo è che abbiamo finalmente ricominciato a testimoniare della nostra fede al di fuori delle mura delle nostre chiese. Il Sinodo dell’anno scorso aveva deciso di promuovere una settimana di evangelizzazione che è stata realizzata quest’anno a maggio in moltissime comunità sparse nel nostro paese, con risultati che tutti hanno definito molto soddisfacenti. Questa settimana ha fatto bene soprattutto a noi, che abbiamo progettato programmi e iniziative e abbiamo scoperto che la motivazione della fede fa avvicinare alle nostre chiese anche persone che provengono da altri ambienti. Quindi, sì, siamo grati di avere scoperto che la missione tradizionale della chiesa, che è l’evangelizzazione, continua a essere un aspetto vivo anche nelle nostre chiese che a volte sono un po’ stanche e in affanno, e tuttavia hanno un riscontro nella nostra società che pure viene ritenuta – e effettivamente lo è - molto secolarizzata. Il secondo motivo di gratitudine è che le chiese metodiste e valdesi, pur essendo numericamente molto piccole, continuano a costituire nella società italiana, a diversi livelli, un punto di riferimento importante: per le ben più numerose chiese evangeliche di tradizione recente che comunque riconoscono in noi un pensiero, una capacit anche di relazionarsi con le istituzioni pubbliche, di dare una testimonianza pubblica significativa.

Con l’otto per mille, poi, pur continuando a considerare questo finanziamento problematico e contraddittorio, le scelte che abbiamo fatto nel passato continuano a essere ogni anno sempre più premiate dai contribuenti italiani. Infine, anche a livello ecumenico - nazionale e internazionale - le nostre chiese continuano a rappresentare una tradizione evangelica originale. Per tutti questi motivi esprimiamo la nostra gratitudine a Dio e, pur nel riconoscimento delle nostre difficoltà e delle nostre lacune, vorremmo che anche il Sinodo fosse grato e la vita di tutti i giorni delle nostre chiese locali potesse esprimere la stessa gratitudine».

Gratitudine, dunque, che però non esclude preoccupazione, per esempio per la crescente esiguità delle forze pastorali: con le prossime emeritazioni la chiesa si troverà ad avere otto pastori in meno. Come farete fronte alla difficoltà di gestire una chiesa sempre più in «diaspora»?

«La situazione difficile in cui si trovano le nostre chiese è comune a tutte le chiese cristiane storiche d’Europa. Tutte – compresa quella cattolica – stanno facendo i conti con una riduzione delle loro risorse umane, sia dal punto di vista dei ministri di culto, ma anche di quella classe di laici e laiche impegnate che hanno fatto tanta parte della storia recente, un po’ di tutte le chiese. C’è un impoverimento generale a tutti i livelli delle risorse a cui le chiese storiche possono fare ricorso. Questo richiede un ripensamento profondo del modo con cui le chiese vivono, testimoniano la loro fede, svolgono la loro missione. Abbiamo proprio bisogno di un “nuovo sguardo”, come lo abbiamo chiamato l’anno scorso: strutture più leggere, maggiore collaborazione tra chiese locali, ministri e laici impegnati, in modo da unire le nostre forze e svolgere in modo più efficace la nostra testimonianza e crescere anche spiritualmente nel territorio in cui viviamo».

Al Sinodo si tornerà a parlare di «Essere chiesa insieme», cioè del processo di integrazione tra i credenti «autoctoni» e quelli di origine straniera. A che punto siamo in questo processo?

«A poco più di vent’anni dall’inizio dell’arrivo massiccio nel nostro paese di immigrati provenienti da quasi ogni angolo del mondo, di cui una parte sono evangelici (e alcuni sono membri di chiese metodiste o riformate), possiamo dire che è stato confermato quello che pensavamo allora - e cioè che non si trattava di un fenomeno transitorio ma stabile, che avrebbe trasformato la realtà del nostro paese e dell’Europa. La scelta che abbiamo fatto è stata quella di provare a cambiare le nostre comunità, integrando gli immigrati nelle nostre chiese in una trasformazione reciproca – perché teniamo a sottolineare che integrazione non significa assimilazione di nessuno ma creazione di una realtà nuova rispetto al passato. Una scelta che si è rivelata essere la più feconda di futuro. Oggi quasi il 25% delle nostre chiese metodiste e valdesi hanno una composizione mista piuttosto importante; ci sono chiese che, sono in una situazione più matura nel cammino di “Essere chiesa insieme”, altre che sono un po’ agli inizi, ma per noi è una scelta importante che dobbiamo cercare di portare avanti con sempre maggiore maturità. Anche qui possiamo citare un motivo di gratitudine: l’incontro dei giovani del 2 giugno a Bologna, dove poco meno di 400 ragazze e ragazzi di origine italiana e di altri continenti si sono incontrati per una grande festa in cui si è unito l’elemento della celebrazione della fede, dell’ascolto della Parola di Dio, del canto, della festa e dell’incontro, secondo quei principi di interculturalità che stiamo cercando di mettere in pratica. 

Interculturalità significa creare una cultura nuova, in cui si cerca di prendere il meglio (e non il peggio) di quello che le nostre culture tradizionali portano, nella certezza che siamo tutti credenti in un unico Dio, Signore di tutti, che vuole che siamo fratelli e sorelle. È un progetto che ha anche un portato sociale di integrazione molto importante, perché è evidente che la società italiana (come altre società europee) non è pronta a questo cambiamento e le resistenze sono tante; non è solo un problema culturale, è anche un problema istituzionale». 

Quali saranno le riflessioni nel campo della diaconia?

«In Italia viviamo una situazione di crisi economica e sociale che dura ormai da molto tempo. Le nostre famiglie hanno fatto ricorso alle loro risorse economiche e alla solidarietà familiare, però è evidente che di fronte all’aumento di situazioni di fragilità umana sono richiesti interventi crescenti, anche perché da parte degli enti pubblici le risorse sono in diminuzione. In questa situazione critica, grazie alle risorse derivanti dall’otto per mille, abbiamo potuto sviluppare la nostra rete di servizio, sia a livello di piccoli aiuti che tutte le comunità possono dare, sia a livello professionale tramite le nostre strutture diaconali. Con le risorse dell’otto per mille abbiamo anche creato servizi innovativi, come il servizio a domicilio di aiuto sociale, il lavoro di animazione rivolto ai più giovani, interventi in casi di disabilità psichiche lievi. Abbiamo anche ripreso, insieme con la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, un intervento un po’ più profondo a livello di assistenza nelle carceri, anche in collaborazione con la magistratura, per esempio per consentire l’uscita dal carcere in situazione protetta di alcuni detenuti verso la fine pena, per alleggerire la situazione delle carceri e dare a queste persone una possibilità di riscatto. Anche questi piccoli nuovi interventi sono un motivo di gratitudine che, nelle difficoltà generali, non vogliamo mancare di sottolineare e riconoscere».

Al Sinodo si parlerà anche del nuovo progetto editoriale di Riforma, che prevede di affiancare al settimanale cartaceo un quotidiano on-line, un nuovo portale e un mensile «free press» per le Valli valdesi. Un progetto ambizioso, fortemente voluto dalla Tavola...

«In una situazione così complessa, in cui esprimiamo forza ma anche debolezza, è molto importante comunicare. Comunicare ciò che pensiamo, speriamo, progettiamo. È molto importante comunicare soprattutto alle nuove generazioni che utilizzato strumenti nuovi, come quelli informatici, coinvolgendoli nell’opera comune. Il nuovo progetto di comunicazione legato a Riforma, perciò, sarà “nuovo” soprattutto perché vedrà l’impegno diretto di molti giovani che hanno maturato importanti professionalità nel campo editoriale e giornalistico».

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