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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[Elementi per una comprensione]]></title><description><![CDATA[<p class="first">I precedenti. A partire dalla fine degli anni settanta, il debito pubblico dell’Italia, di poco inferiore al 70% del PIL, ha cominciato a crescere per effetto della spesa corrente, cioè delle spese dovute all’apparato statale; i grandi investimenti in strade, ferrovie, territorio, porti, beni culturali ecc. che avevano caratterizzato il dopoguerra, facendo dell’Italia la sesta economia del mondo, si riducevano sotto il minimo indispensabile. Iniziava così un lento degrado, che risultava evidente nei casi di grandi catastrofi (inondazioni, morti sospette in ospedali, disastri ferroviari ecc.), provocando accorate parole di comprensione da parte dei politici di turno, senza il minimo cambiamento di rotta. Gli stati impiegano molti anni a raggiungere il default (fallimento) ma, con il percorso iniziato, quella fine era certa. Il debito pubblico avrebbe finito per diventare insostenibile da uno stato incapace di governare l’incasso delle imposte, di controllare la criminalità organizzata, di contenere le proprie spese entro limiti sopportabili. L’avvio della globalizzazione, nel 1994, iniziò un processo che rendeva l’Italia ancor più vulnerabile, abbreviando i tempi. Il governo Prodi, con un colpo di mano, riuscì ad agganciare l’euro e per 10 anni il nostro paese visse beato sotto il suo ombrello, portando il debito pubblico a quasi 2000 miliardi di euro. Un livello impensabile solo qualche anno fa.</p>
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<p class=“second”>Il risveglio. La crisi greca scivolata in palese default provocò un brusco risveglio non solo in Europa ma in tutto il mondo finanziario. Improvvisamente ci si rese conto che l’euro era una moneta zoppa perché mancava di un governo sovranazionale in grado di mettere sotto controllo la finanza dei singoli stati, orientando le politiche fiscali ed economiche. Questo risveglio rese evidente a tutti, operatori finanziari in testa, che non solo i titoli greci, portoghesi, irlandesi erano a rischio di non essere pagati alla scadenza, ma anche quelli spagnoli e italiani correvano lo stesso rischio. Di qui la violentissima azione al ribasso esercitata dai mercati finanziari sui bond emessi dai paesi più a rischio. Le titubanze della Germania nel sostenere i titoli dei paesi sotto attacco ha peggiorato la situazione e reso evidente anche ai non addetti ai lavori che il mondo era profondamente cambiato.</p>
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<p class=“second”>Il nuovo mondo. La globalizzazione ha reso la competizione planetaria, favorendo i paesi emergenti (Bric: Brasile, Russia, India, Cina) anziché quelli industrializzati. Interi settori industriali vengono spazzati via (in Italia il tessile) dai più bassi costi degli emergenti, sopravvivere richiede adattamento e costante ricerca per innovazione tecnologica. Uno dei cambiamenti è la unificazione a livello mondiale dei mercati finanziari con il formidabile incremento del potere di influenza sui tassi di interesse dei titoli di stato  acquistandoli o meno in base a valutazioni su bilancio e prospettive economiche future. Un potere questo a cui si affianca quello delle pochissime agenzie di rating (praticamente 4) preposte a dare voti agli enti che emettono i titoli (un settore da regolamentare, ma per ora nessuno intende farlo). I mezzi di informazione hanno parlato soprattutto dello spread che ha raggiunto e superato, per l’Italia, il 5% ma in realtà il vero rischio, che motiva anche le dimissioni del governo Berlusconi, è un altro: quello dell’asta in tutto o in parte deserta, che innescherebbe un circolo vizioso letale. Il 5% su 300 miliardi da emettere nei prossimi 3 mesi significherebbe 15 miliardi, aggiuntivi al deficit italiano di un anno e di quelli futuri fino alla scadenza; pesanti da digerire ma non impossibili. L’asta deserta significa banche con le serrande chiuse, stipendi dei dipendenti pubblici in dubbio, fornitori non pagati, economia bloccata. Scenario apocalittico? Guardate la Grecia con oltre 150.000 dipendenti pubblici licenziati; e siamo solo all’inizio.</p>
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<p class=“second”>Che fare? Per evitare tutto ciò era necessaria una cosa sola: credibilità. In mancanza di un ente sovranazionale capace di garantire l’euro, gli investitori pretendono governi nazionali credibili, il che non significa solo persone credibili (Monti lo è, pochissimi altri lo sono) ma anche proposte concretamente realizzabili, approvate da un parlamento affidabile, basate su calcoli inoppugnabili, di sicuro effetto per il pareggio ma accompagnate anche da altre capaci di invertire il declino, per portare il paese alla ripresa, sciogliendo i nodi che la bloccano, che tengono lontano dall’Italia gli investitori esteri, che favoriscono le delocalizzazioni (FIAT in Polonia e in Serbia, la stessa operazione Chrysler non è stata forse una gigantesca delocalizzazione?) a cui penseranno molti imprenditori, i nodi che consentono evasioni a tutti i livelli dal miliardario all’idraulico, che permettono alla criminalità organizzata di operare a vasto raggio anche negli organi dello stato. </p>
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<p class=“second”>La manovra. Si può criticare la manovra e anche cercare di migliorarla, senza dimenticare, però, che l’asta deserta è sempre dietro l’angolo e che si deve perseguire un disegno contro l’evasione fiscale ma non si elabora un piano adeguato e lo si attua in pochi giorni. I meccanismi attivabili in pochi giorni sono limitatissimi e a quelli bisogna ricorrere per convincere i mercati, superando - a destra e a sinistra - schemi vetusti non più applicabili al nuovo contesto. Entrando nel merito, mi limito a una opinione e a due considerazioni sul già fatto e sul da fare.</p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”>L’opinione. Si ritiene che una crescita significativa si abbia solo con il debito all’80-90% del Pil, noi siamo al 120%; per portarci al livello necessario occorreranno ogni anno per parecchi anni manovre come quella appena fatta applicandole solo a riduzione di spese. Gli anni si raddoppierebbero per raggiungere il 60% del Pil indicato dall’Europa. Una prospettiva terribile ma, conti alla mano, inevitabile. L’unico modo per evitare questo futuro squallido sarebbe quello di un’imposta patrimoniale tale da ridurre il debito subito al 90%. Con gli interessi risparmiati e le manovre evitate si creerebbe un circolo virtuoso. Attenzione, però, togliamoci dalla testa che basterebbe applicarla ai grandi patrimoni, per avere i numeri necessari bisognerebbe arrivare ben più giù. Pare che molti, a partire dall’ex premier, non siano d’accordo.</p>
<p class=“second”>Le pensioni. La riforma delle pensioni, a parte alcuni aspetti che sarebbe stato meglio evitare, è basata su un criterio corretto: quello della base contributiva. Il sistema della pensione calcolata in base alla retribuzione media degli ultimi 3 anni e pensionamento con i tempi precedenti non era sostenibile nel tempo e penalizzava terribilmente i giovani. Se fosse stato possibile sarebbe stato meglio graduare di più i tempi di attuazione ma non si può. Un problema serio finora non considerato è quello dei licenziamenti pochi anni prima della pensione. Credo che l’istituzione di un fondo apposito per pagare i contributi fino alla data della pensione dovrà esse attivato in futuro, creandone i presupposti.</p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”>Il lavoro. Come si fa a sostenere un sistema che dà una protezione, per me ipotetica, per meno del 40% dei lavoratori? Sia pure con gradualità bisognerà pure superarlo e la proposta del senatore del Pd Pietro Ichino, che prevede un solo contratto per tutti i nuovi assunti (quindi gradualità molto lenta), eliminazione dell’art. 18 con parallela istituzione di un’indennità, alta nel primo anno e decrescente nei due successivi, con uffici appositi per il ricollocamento dei singoli lavoratori, inclusi eventuali corsi di riqualificazione, mi sembra sostanzialmente valida e allineata ai paesi europei più avanzati. Si dice che da noi non funzionerebbe la fase del ricollocamento. È vero che veniamo da un’esperienza pesantemente negativa degli Uffici di collocamento, ma se non proviamo poco a poco piano a innovare difenderemo sempre meno il lavoro di cui all’art. 1 della Costituzione  e avremo problemi sempre più gravi. E poi l’art. 18 difende dalla delocalizzazione, che ci troveremo a fronteggiare sempre più di frequente? Io credo che piuttosto la favorisca, perché è nato in un contesto diverso, non globalizzato, ed è rimasto un fantasma a cui la sinistra e il mondo sindacale non sanno rinunciare, facendo lo sforzo di adeguarsi alla realtà storica mutata.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Commenti/article20120111174204</link></item></channel></rss>

