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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[L’Italia che cambia: «Rocco e i suoi fratelli»]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Un film italiano è al primo posto dei miei cult. L’ho visto e rivisto al cinema e in cassetta dall’anno, 1960, della sua clamorosa uscita sugli schermi. Il suo autore, Luchino Visconti, è tra i cineasti da me preferiti. Il film è Rocco e i suoi fratelli e ricorrono i 50 anni dalla sua uscita. Sociologi, politici, storici hanno assunto il film come paradigma tradotto in immagini cinematografiche del dramma dell’esodo rurale dal Sud, della fine del mondo agrario e dei suoi valori tradizionali, dell’inizio di una evoluzione economica, sociale e culturale del nostro Paese sempre più rapida e disgregatrice. Immagini del film che Paul Ginsborg, storico inglese del 900 italiano, ha inserito con altro materiale fotografico nell’anno 2000 in una memorabile mostra-carrellata, curata da Maurizio Calvesi alle Scuderie papali del Quirinale, come materiale didascalico delle più importanti opere dell’arte visiva in Italia lungo il secolo scorso: uno specchio iconografico della trasformazione italiana.</p>
<p class=“second”>Il film racconta una storia di emigranti, l’arrivo a Milano dal profondo Sud di una famiglia contadina, la difficile integrazione nel mondo urbano e industriale ormai dominante, il suo traumatico sfaldarsi. Un tema centrale nella filmografia viscontiana: la mutazione strutturale dei rapporti economici del recente passato che si porta dietro la dissoluzione di un mondo, di culture e subculture sociali consolidate, la decadenza di classi sociali, la frantumazione della famiglia, delle certezze della tradizione. Ricorre in La terra trema, Senso, Il Gattopardo, Morte a Venezia, Vaghe stelle dell’Orsa. Ispirato, il tema, da romanzieri come Verga, Dostoevskij, Mann, Tomasi di Lampedusa. Visconti lo traduce in cinema con forza emozionale ed espressiva forse senza uguali perché, intellettuale a più facce, vive sulla sua pelle il dramma della decadenza della civiltà, le dicotomie che i film rivelano.</p>
<p class=“second”>Aristocratico, come rivela il nome del suo casato, e comunista, di quelli che ancora si avvalevano del canone marxista per sondare il reale; cultore raffinato del patrimonio espressivo trasmesso dall’élite sociale cui appartiene e interprete dell’estetismo decadente, del disfacimento di quel mondo del quale, senza illusioni com’è, rimpiange la perdita in qualche misura; solidale con i proletari, sollecito dei miserabili ma consapevole che la mutazione economico-sociale non assicura affatto di riscattarli dal loro destino; omosessuale senza orgoglio della diversità, che in una delle pagine più intense del film racconta l’abbrutimento di Simone, il fratello boxeur fallito che si piega per soldi al ricatto sessuale di un manager, travolto com’ è dalle mitologie insidiose della Milano del boom, delle suggestioni di cuccagna e insieme delle squallide periferie dei nuovi inurbati descritte da Giovanni Testori nei racconti de Il ponte della Ghisolfa, che hanno ispirato il film.</p>
<p class=“second”>Questo flash sociologico sull’esodo biblico dalle campagne e l’urbanesimo, l’antica civiltà contadina forzata a inserirsi nella cultura urbana, processo epocale che ha segnato la storia italiana, è cesellato nella vicenda esemplare di un gruppo famigliare, in 170 minuti di cinema superbo. Una sinfonia polisemantica che potrebbe dirsi realista se non fosse che i toni di melodramma a forti tinte, la scansione teatrale dei caratteri in contrasto, l’espressionismo della mirabile fotografia in bianco e nero, la recitazione eccelsa di tutti gli attori ne fanno piuttosto un dramma corale, una tragedia greca – Visconti era un maestro di regia nel cinema come nel teatro, lirico e di prosa. Ogni componente della famiglia inurbata dall’antica Lucania contadina racconta un diverso impatto del problema di integrazione con la città moderna e anche i personaggi minori si incastonano nel racconto come elementi significanti.</p>
<p class=“second”>Mutuato dal principe Myskin de L’idiota dostoevskijano, Rocco (Alain Delon), con la sua naturale incantata bontà, la candida e generosa fede nel prossimo, è inadatto a vivere nella giungla urbana, non se ne lascia irretire ma è incapace di viverci; Simone (Renato Salvatori) sembra il più forte ed è invece il più debole e il suo precipitare nel vortice di perdizione darà la spinta decisiva alla frantumazione dell’unità della famiglia. Vincenzo si accontenterà di vivere con la moglie una vita modesta, un meridionale come tanti di prima immigrazione che di necessità venivano a vivere al Nord senza appaesarcisi del tutto. Ciro, operaio Alfa Romeo, comunista, è tra i fratelli quello che vivrà compiutamente l’urbanesimo e quanto di positivo hanno il lavoro e la cittadinanza nella nuova realtà e a Luca, il più piccolo dei fratelli, vagheggerà un futuro migliore, fondato su giustizia e onestà.</p>
<p class=“second”>La vicenda drammatica corre al suo epilogo caricandosi di pathos come una tragedia antica. In un magistrale montaggio alternato di inquadrature sincroniche, Rocco che ha gran talento nel pugilato – non gli piace combattere ma continua dove Simone ha fallito, per salvarlo dai debiti e dalla rovina – vince, con la maglia dell’Italia, un match importante e simultaneamente all’Idroscalo milanese Simone accoltella e uccide Nadia (Annie Girardot), la ragazza, prostituta uscita dal carcere, che Rocco teneramente ama, cui ha dato speranze per il futuro e che in precedenza lo stesso Simone aveva stuprato, per invidia e sgarro al fratello. E poi comincia un brano di cinema che non riesco a vedere senza vivere una catarsi aristotelica, eufemismo per dire senza emozionarmi oltre la soglia delle lacrime.</p>
<p class=“second”>È notte, la famiglia e il vicinato sono riuniti per festeggiare e brindare alla vittoria di Rocco. La madre (Katina Paxinou) che, morto il padre, con il ruolo di matriarca ora, ha cercato di tenere unita la famiglia, e altre anziane vestono di nero, le donne del profondo Sud non smettevano un tempo gli abiti di lutto, stante che una morte seguiva all’altra nella famiglia allargata. Le luci sono tutte accese, si fa festa eppure si percepisce l’ombra di un assente, un epilogo tragico incombente. Uno della famiglia manca, Simone. Suonano il campanello. Presago, i segni del combattimento sul volto sbiancato, Rocco va lui ad aprire. Sul vano della porta, il cappotto pesante e le mani aperte ancora sporchi del sangue di Nadia c’è Simone tornato a casa: trema, piange. Rocco non chiede che cosa sia successo, lo sa, lo sapeva. Il suo lungo straziante grido di disperazione apre la lamentazione: l’esternazione di dolore e lutto nel Sud arcaico e nella tragedia attica, il pianto greco delle donne in nero. Il dramma è concluso, la famiglia distrutta. Rocco vorrebbe nascondere l’assassino, lo nasconde. Ma Ciro non ci sta, ha maturato una coscienza civile diversa. Esce; nel campo lungo della carrellata, le inquadrature in bianco e nero di una periferia industriale milanese cresciuta su spessori di calce e cemento, tenebrosa, desolante come negli anni 20 la dipingeva Mario Sironi, preconizzando quella che sarebbe diventata la città idealizzata dai Futuristi; va a denunciare il fratello.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Commenti/article20100722111618</link></item></channel></rss>
