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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[Vivere nella povertà e nell’abbondanza]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; ad essere nell’abbondanza e nell’indigenza. Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica». Sarà la crisi economica, la critica al consumismo dilagante che circola qua e là, il bisogno di ritrovare uno stile di vita più sobrio ed essenziale, ma è da un po’ di tempo che mi capita di pensare a queste parole di Paolo ai Filippesi. Troppo semplicistico sarebbe, a mio avviso, leggere questi versetti come un invito alla rassegnazione, ad accontentarsi di quel che si ha; semplicistico e offensivo, anche, nei confronti di chi vive situazioni gravi di indigenza e deve lottare per sopravvivere. Ciò che mi cattura, invece, di questa ammissione di Paolo è la capacità di essere soddisfatti di quel che si possiede, la consapevolezza della ricchezza che abbiamo anche se spesso non sappiamo vederla e che invece è un segno tangibile della grazia divina. In tempi in cui si critica tutto e si vede il male ovunque, i versetti di Paolo rappresentano un invito ad abbandonarsi fiduciosi a ciò che accade, un riuscire a vedere il bene (fosse anche una porzione molto piccola) laddove sembra che via sia solo male. E a me pare una bella lezione di libertà, un modo per ritagliarsi uno spazio prezioso, di creatività e di pensiero, al riparo dai giochi di forza.</p>
<p class=“second”>Se guardo al reddito mio e di altre persone non potrei certo parlare di ricchezza; eppure io porto dentro di me una convinzione profonda, dura come la roccia, capace di resistere a qualsiasi scossone, vale a dire che ci sono cose che circolano nelle nostre esistenze (talune ci sembrano scontate) che fanno vivere bene e ci fanno sentire sazi. E so che nessuno me le può togliere.</p>
<p class=“second”>Porto un’esperienza personale che mi pare esemplificativa. Qualche anno fa mio padre si è ammalato di cancro: da uomo indipendente qual era si è ritrovato in pochissimo tempo in balia dei medici e delle persone che si sono rese disponibili ad accompagnarlo nella cura. Io ricordo ancora lo stupore di mio padre per la disponibilità e la vicinanza che ha ricevuto da diverse persone: famigliari, amici, colleghi. Io stessa, da figlia, ho capito solo in quel momento il capitale di relazioni che mio padre, uomo schivo e di poche parole, aveva saputo costruire nell’arco della sua vita. Ed ecco che quella ricchezza, tutto d’un colpo, gli tornava indietro utile più di qualsiasi altra, materialmente e moralmente. Gli stessi medici erano sbalorditi dal nostro fare squadra, dal vivere più o meno serenamente una situazione che per la sua gravità nessuno faticava a definire tragica.</p>
<p class=“second”>E ancora oggi penso che se siamo riusciti a vivere intensamente quei pochi mesi che avevamo a disposizione prima della morte, abitandoli pienamente è grazie alla ricchezza dispiegata dalla forza di quelle relazioni. Tanto che sono convinta che quel periodo, nonostante la sofferenza, sia stato un tempo benedetto e fondamentale per la mia vita, da cui ho imparato un’infinità di cose che fanno parte del bagaglio prezioso che mi porto dietro.</p>
<p class=“second”>Spesso chi viene colpito da una grave malattia sprofonda in uno stato di insensatezza in cui pensa a come riprenderà a vivere dopo la guarigione o a come reagirà se questa dovesse essere solo parziale o non esserci proprio. Il presente non esiste; mentre a noi, invece, è stato dato di vivere pienamente il breve tempo che avevamo a disposizione. Abbiamo scoperto che anche laddove aleggiava la morte c’era la vita: ancora ricordo i tanti volti e corpi di coloro che affrontavano le cure con coraggio, altri con rabbia, altri con stanchezza. Quanta densità in quelle storie che avevo voglia di conoscere e di capire. Posso tranquillamente dire che è stato un periodo di accelerata alfabetizzazione emotiva.</p>
<p class=“second”>Questo per dire che ci sono aspetti del nostro vivere, anche i più minuti, i meno eclatanti, che hanno un valore di mercato altissimo e che ci ricordano che nulla di ciò che sostiene la nostra vita quotidiana e crea comunità va scartato o messo da parte con noncuranza. Mio padre, da individuo forte e indipendente qual era, tutto d’un tratto si è ritrovato in posizione orizzontale e da quella prospettiva ha ri-orientato il suo sguardo sul mondo. Tempo dopo, in occasione di un altro grave lutto, il pastore Giorgio Tourn mi ricordava che è proprio quella posizione a contraddistinguere la nostra essenza di individui, la nostra umanità. Una bella sberla all’individuo economico, autosufficiente ho pensato. In effetti, forse, da in piedi si fatica di più a vedere quello che quotidianamente riceviamo, che sia il conforto di una mano amica o quello di una parola detta al momento giusto. E il senso di gratitudine cede troppo spesso il passo alle pretese e alle rivendicazioni. Certo è che si finisce per immiserirsi e in, questo modo, chiudersi alla vita.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Fede e Spiritualit&#xE0;/article20100727180630</link></item></channel></rss>
