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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[Laicità: uno spazio per tutti ]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Che cosa intendiamo per «laicità»? La domanda non è oziosa, visto che da anni si è capziosamente introdotta la distinzione tra una laicità sanamente intesa o rettamente compresa, cioè quella che piace alle gerarchie cattoliche, e «laicismo», termine con il quale si bollano posizioni che ad altri, tra cui il sottoscritto, appaiono semplicemente come «laiche». Nel suo ultimo volume, il prof. Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale, propone la seguente definizione: «Laicità significa spazio pubblico a disposizione di tutti, per esercitare in condizioni di libertà e uguaglianza, i diritti di libertà morale (di coscienza, di pensiero, di religione, di culto ecc.) e per costruire a partire da questi la propria esistenza: uno spazio voluto dagli uomini indipendentemente da Dio … una città degli uomini in cui ci sia spazio per tutti, credenti e non credenti, non una città di Dio in cui ci sia posto solo per i suoi credenti» (Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo, Laterza, Bari 2010, p. 9).</p>
<p class=“second”>La laicità, dunque, non è un contenuto ideologico, una serie di valori contrapposti a quelli religiosi, ma è uno «spazio» in cui tutti i diritti siano assicurati a tutti, «in condizioni di libertà e uguaglianza». In democrazia l’uguaglianza è la parità di diritti dei diversi, credenti di ogni orientamento e non credenti, sullo stesso piano. Laicità sono le forme (giuridiche in primo luogo) che sanciscono e tutelano questo spazio di libertà paritaria per tutti. Questo spazio è definito «indipendentemente da Dio» per la semplice ragione che a Dio, sulla pubblica piazza, si rifanno diverse e talora opposte concezioni. È stato dunque salutarmente necessario che la definizione dello spazio di libertà non fosse legata a questa o quella interpretazione di Dio e della sua legge. Si sono dovute separare la sfere, e lo stato moderno è stato concepito non come avverso alla religione, ma semplicemente neutrale. È l’idea contenuta nel primo emendamento della Costituzione americana, che esclude la possibilità che lo stato faccia leggi che riguardino lo stabilimento di una religione o che ne proibiscano il libero esercizio.</p>
<p class=“second”>Nel 1802, un’associazione battista del Connecticut richiese al presidente Jefferson di introdurre un esplicito orientamento cristiano per la nazione americana, ma egli con una semplice lettera – che però di fatto ha segnato fino a oggi la laicità americana – rispose che, con il principio appena menzionato, si era costruito «un muro di separazione tra chiesa e stato».</p>
<p class=“second”>Che l’Italia sia ancora ben distante dalla laicità come l’abbiamo appena definita, è sotto gli occhi di tutti. Già la Costituzione sovraordina la Chiesa cattolica (con l’art. 7) a ogni altra religione o confessione. Proviamo a immaginare se l’art. 7 non ci fosse. O se, sempre in assenza dell’art. 7, l’art. 8 si limitasse ad affermare per ogni religione l’uguale libertà di fronte alla legge. In Italia si griderebbe subito alla persecuzione … ma saremmo solo come gli Stati Uniti. Poco meno di un secolo fa (1913), il deputato don Romolo Murri proponeva tra i parlamentari un’inchiesta sulla laicità che servisse a chiarire «i doveri, in proposito, di una democrazia di governo sinceramente, liberamente e coraggiosamente laica». Le domande vennero pubblicate anche sulla rivista Riforma laica, che aveva il significativo motto «Libere fedi nello stato sovrano». In particolare due domande conservano una bruciante attualità: «Credete che sarebbe dovere della Democrazia affermare la sua concezione laica della vita pubblica e dell’attività statale con una più energica resistenza alle pretese clericali e con congrue riforme giuridiche?». E ancora: «Ammettete che la religione o le religioni debbano essere poste sotto la semplice salvaguardia della libertà religiosa che lo Stato moderno garantisce a tutti i cittadini, salva la tutela della morale e dell’ordine pubblico, e che si debba quindi mirare all’abolizione di ogni posizione o diritto di privilegio dato ad alcuna chiesa in particolare?».</p>
<p class=“second”>Le cose non sono certamente andate nella direzione auspicata da Murri. La chiesa cattolica riceve, con l’8 per mille, un finanziamento di tre volte superiore all’ultima «congrua»; beneficia di favori e privilegi in ogni ambito della vita pubblica; la libertà religiosa non è ancora attuata in termini di uguaglianza. La classe politica subisce con insipienza e timorosa acquiescenza una vera e propria pressione clericale tesa a influenzare la legislazione non più con la pretesa esplicita di riferimenti cristiani, ma con un nuovo discorso, suadente per alcuni. La chiesa cattolica, che si autodefinisce «esperta di umanità», si fa garante e interprete autentica dei diritti umani, contro il loro fraintendimento; spiega come si debba rettamente intendere la laicità; argomenta sulla base di un’etica che si pretende iscritta nell’umano e accessibile alla sola ragione, purché rettamente impiegata; insomma propone un’etica vincolante per tutti a prescindere dalla fede. Nessuno obietta che questa morale naturale è semplicemente la visione cattolico-romana dell’etica, nulla di meno e nulla di più. Continuamente vengono pronunciati dei «non possumus» che in realtà vogliono dire «nessuno deve». Tra l’altro, questo atteggiamento è particolarmente ingeneroso, perché è proprio grazie alle democrazie secolarizzate che è concessa a tutti la libertà di pronunciare personalmente dei «non possumus» che in passato avrebbero comportato discriminazioni e persecuzioni o addirittura sarebbero stati pagati con la vita.</p>
<p class=“second”>A questa pretesa di egemonia morale universale, versione «post-moderna» di un atteggiamento inveterato, pochi sanno obiettare che la laicità è più universale, in quanto assicura a tutti libertà e uguaglianza: la legge sul divorzio non impedisce ai cattolici di vivere il matrimonio come sacramento; la libertà di disporre del proprio fine vita salvaguarda le scelte personali dei cattolici «per la vita», mentre l’adozione della «etica della vita» coarta i diritti di chi cattolico non è.</p>
<p class=“second”>Di fronte a queste evidenti difficoltà «cristiane» ad accogliere la laicità come l’abbiamo definita all’inizio, c’è da chiedersi se invece i cristiani non dovrebbero semmai essere particolarmente zelanti in fatto di laicità proprio a partire da Gesù Cristo, che si espone «laicamente» alla discussione, che può essere compreso soltanto rimanendo sul piano del paradosso (la verità nella discutibilità; la potenza nella debolezza; la divinità nell’umanità; il Regno che viene dal basso e dai margini) e soprattutto, che si offre come promessa nella fede e non si erge a fondamento. Il cristianesimo ha bisogno di laicità anche perché la sua testimonianza, resa come una delle opinioni sulla agorà, sia effettivamente un rimando altrove e all’Altro, senza tutele e senza ridurre Colui che ci apostrofa nella fede a un presupposto che tutti dovrebbero accettare.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Home/article20100831115010</link></item><item><title><![CDATA[Cossiga e i valdesi]]></title><description><![CDATA[<p class="first">In occasione della morte di Francesco Cossiga, i quotidiani hanno riproposto una foto che ritrae l’allora presidente della Repubblica, in visita negli Stati Uniti, con un copricapo di penne della tribù dei Sioux. Nel corso della sua vita politica, il sardo Cossiga fu sempre attento alle minoranze etniche e religiose, dagli indiani d’America ai baschi spagnoli. All’appello non poteva mancare la «riserva indiana» della comunità protestante italiana, con cui il democristiano sassarese intrecciò un rapporto particolarmente intenso.</p>
<p class=“second”>Le premesse di questo dialogo non erano le migliori. Cossiga era stato il ministro degli Interni che aveva mandato i carri armati contro il movimento del ’77, e anche sui muri delle Valli erano apparse le scritte contro «Kossiga con la K». Nel 1979, da presidente del Consiglio, aveva preso la decisione di installare i missili Cruise per controbilanciare i missili sovietici SS20: negli anni seguenti, sulla scia delle chiese protestanti tedesche, la chiesa valdese si era fortemente mobilitata contro l’installazione dei missili americani nella base siciliana di Comiso.</p>
<p class=“second”>Le cose cambiarono negli anni successivi. Eletto nel 1983 alla presidenza del Senato, Cossiga fu apprezzato da tutti per la sua imparzialità. Amico (e vicino di casa) di Tullio Vinay, contribuì al buon esito dei negoziati che si conclusero, nel 1984, con la firma dell’Intesa fra lo Stato italiano e la Tavola valdese. E, sempre in veste di presidente del Senato, effettuò una prima visita privata a Torre Pellice, partecipando a un dibattito e assistendo al culto nel tempio valdese. I legami si fecero ancora più stretti quando Cossiga fu eletto al Quirinale. Nel 1985, nei primi mesi della sua presidenza, si recò alla Facoltà di teologia di Roma per incontrare i rappresentanti della Tavola valdese. Il gesto fu apprezzato da tutta la stampa, quale riconoscimento di un pluralismo religioso che in Italia veniva spesso trascurato. Fu il preludio alla visita ufficiale del Capo dello Stato a Torre Pellice, in occasione del trecentesimo anniversario del Glorioso Rimpatrio.  </p>
<p class=“second”>Ho un ricordo molto vivo di quella «storica giornata» del 3 settembre 1989. Rispetto alla prima visita da presidente del Senato, vi furono molte differenze, e non solo protocollari: le auto dei carabinieri si erano moltiplicate; via Beckwith era assediata dai camion della Rai; il Comune aveva persino riasfaltato il breve tratto che Cossiga avrebbe dovuto percorrere a piedi; il tempio valdese era stipato all’inverosimile. Per noi ragazzi, la maggiore attrattiva fu l’arrivo dell’elicottero presidenziale, che atterrò sul campo sportivo sollevando nuvoloni di terra. Alcuni torresi si lamentarono del fatto che il presidente avesse rovinato le loro piante e che nessuno li avesse rimborsati.</p>
<p class=“second”>In quel periodo, Cossiga non era ancora il «picconatore» degli anni seguenti e lasciò a tutti il ricordo di una persona molto garbata. Assistette al culto (il sermone fu pronunciato da Paolo Ricca) e inaugurò il nuovo Centro culturale, visitando il rinnovato Museo valdese. Le cronache del tempo ricordano che il pastore Giorgio Tourn, illustrando la storia dei valdesi, non si soffermò sulle differenze tra Valdo e San Francesco. A fine mattinata, il presidente si recò a San Germano per taglia­re il nastro del nuovo Asilo dei vecchi, dove giun­se inatteso anche l’avvocato Agnelli. Dopo aver pronunciato il discorso introduttivo al convegno sul Glorioso Rim­patrio, Cossiga si intrattenne con la popolazione nei giardini della Casa valdese. Così si concluse quella memorabile giornata. Dopo decenni di oblio, anche Torre Pellice aveva ricevuto la visita di un presidente della Repubblica.</p>
<p class=“second”>Alla fine del suo mandato, il legame con i valdesi non si interruppe. Cossiga abitava a due passi dalla Facoltà di Teologia e ne frequentava la biblioteca per le sue ricerche teologiche. Ma non tutti ne erano al corrente. Un giorno suonò al citofono: «Sono Cossiga». «E io sono Pinocchio!» gli ripose qualcuno, pensando evidentemente a uno scherzo. Nel 2006, andai a intervistarlo a casa sua per la mia tesi di dottorato. Aveva dormito male e, contrariamente alla sua fama, fu poco loquace. Forse era stufo di parlare per l’ennesima volta del «Piano Solo», di Segni e di De Lorenzo. Verso la fine del colloquio, gli rammentai la sua visita ufficiale a Torre Pellice. Improvvisamente, il suo sgua­rdo si illuminò e si rimise a pa­rlare, a lungo: evidentemente, ne aveva un buon ricordo anche lui.</p>
<p class=“second”>Francesco Cossiga fu un po­litico atipico. Senza essere uno dei leader della Democrazia cristiana, ebbe uno dei cursus honorum più prestigiosi della Repubblica. Le qualità dell’uomo – l’onestà, l’intelligenza, la spiritosaggine – non nasconderanno le ombre della sua carriera: la repressione poliziesca del 1977, di cui si sarebbe pentito anni dopo; la pessima gestione operativa del sequestro Moro; gli attacchi immoderati al governo, alla magi­stratura e alle forze dell’ordine, che caratterizzarono gli ultimi due anni del suo mandato, a­prendo la strada a pericolose derive. Si autodefinì del resto come «il peggior presidente della Repubblica italiana». Fu tuttavia un amico dei valdesi, dando alla comunità un riconoscimento che, a livello ufficiale, era sempre mancato. Oggi a noi piace ricordarlo così.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/editoriale.php?id=Editoriale/editoriale20100831115450</link></item><item><title><![CDATA[Un triangolo rosa sul cuore]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste si è aperto domenica 22 agosto a Torre Pellice con il culto inaugurale tenuto dalla pastora Letizia Tomassone, nel corso del quale è stato consacrato il candidato al ministero pastorale Michel Charbonnier, originario di Luserna San Giovanni nelle valli valdesi. La predicazione è stata incentrata sul testo di Luca (10, 17-24) relativo alla missione dei settanta discepoli e alle indicazioni che Gesù dà loro, in separata sede: «Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete!». Un grande accento è stato posto dalla pastora, nella predicazione ma anche e soprattutto in una liturgia innovativa, alla questione ambientale e alle responsabilità che dovrebbero caratterizzare la presenza dei cristiani nella società e nel mondo.</p>
<p class=“second”>I quotidiani non hanno mancato di rilevare il gesto simbolico di solidarietà che i membri del Sinodo hanno rivolto alle persone omosessuali quando, nel recarsi in corteo verso il tempio, si sono apposti sul cuore un triangoli rosa. La questione dell’omofobia e l’eventualità di benedizioni di coppie omosessuali saranno affrontate nel corso dei lavori sinodali, ma anche altre questioni saranno all’ordine del giorno, tra cui le celebrazioni del 2011 per i 150 anni dell’unità d’Italia, l’utilizzo dell’otto per mille, la questione ecumenica. Alla vigilia dei lavori la moderatora past. Maria Bonafede aveva rimarcato come per l’attuale pontefice il dialogo con le chiese della Riforma non sia una priorità: si tratta di confrontarsi, quindi, con una stagione piuttosto «fredda» a livello ufficiale, che però coesiste con una pratica di ecumenismo vissuto, che non coinvolge soltanto la «base».</p>
<p class=“second”>Il Sinodo conclude i propri lavori venerdì 27 con il culto finale di Santa Cena. (servizio a pag. 7)</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Home/article20100831115203</link></item><item><title><![CDATA[Scuola: le classi che «saltano»]]></title><description><![CDATA[<p class="first">La «riforma Gelmini» colpisce ancora; è il dato che emerge (dopo le difficoltà già riscontrate nei piccoli plessi delle elementari di montagna) in queste settimane. Si stanno definendo gli organici negli istituti e, in alcune realtà, con la riduzione di ore in alcune materie, «saltano» cattedre, posti di lavoro, classi intere.</p>
<p class=“second”>L’istituto per l’ambiente e l’agricoltura di Osasco è fra i più colpiti dai tagli; alcuni insegnanti, pur di ruolo da anni, perdono la cattedra e trovano collocazione in altri istituti della provincia di Torino. Uno di loro è Giulio Re, che si trova trasferito in un istituto tecnico di Nichelino. Di ruolo da 9 anni, Re dovrà ripensare al proprio lavoro e ai propri tempi di vita; eppure è ancora fortunato: ci sono diversi precari che proprio la cattedra non l’avranno più… «A Osasco insegnavo, da quattro anni, Economia agraria e Chimica agraria. Queste materie avevano un totale di 12 ore; con la riforma si passa a 5 ore, malgrado si trattasse di materie, come si dice, altamente “professionalizzanti”».</p>
<p class=“second”>I tagli degli insegnanti avvengono in due fasi: una prima all’inizio dell’estate, sulla base della riduzione delle ore di insegnamento globali, una seconda ad agosto: le scuole infatti provano a chiedere il massimo in tema di numero di classi prime, ma basta qualche rinuncia o cambio di scelta all’ultimo ed ecco che la direzione provinciale taglia una classe. Ovvio, a questo punto, che ci siano insegnanti sovrannumerari… «Mi è ancora andata bene, sul piano logistico – commenta Re –; certo sul piano didattico dovrò cambiare materie, reimpostare il lavoro, chiudere certe esperienze avviate nella vecchia sede. Ovviamente c’è negli insegnanti molta amarezza».</p>
<p class=“second”>Notizia recente è la chiusura obbligata di alcune classi dell’Istituto di Istruzione superiore «L. B. Alberti». Luigi Fabozzi, dirigente scolastico dell’istituto spiega per quale motivo si è giunti a questa scomoda situazione: «Quest’anno siamo stati costretti a chiudere le classi II, III e IV del corso per ragionieri Igea. I ragazzi sono per questo stati costretti a spostarsi in un’altra sede oppure a cambiare indirizzo di studi passando al corso per geometra o per operatore turistico, sostenendo però un esame integrativo: infatti tra il corso Igea e gli altri esistono alcune differenze di materie studiate ed è quindi necessario verificare la preparazione di ogni singolo studente. Inoltre si renderà necessaria una riduzione degli insegnanti e salterà la cattedra di economia aziendale. Purtroppo questi sono i rischi che si corrono ad avere una classe sola per anno: infatti in caso di molte bocciature o di ritiri ci si può trovare a non avere abbastanza studenti per aprire la classe. Siamo comunque fiduciosi, in quanto gli iscritti alle classi prime sono numerosi e speriamo che in futuro non si manifesti più una situazione del genere».</p>
<p class=“second”>Forte preoccupazione anche da parte di Marco Armand Hugon, dirigente scolastico a Luserna: «La chiusura di alcune classi all’Alberti è sicuramente un grosso problema. Oltretutto il rischio maggiore è quello che in futuro i genitori decidano di non iscrivere più i loro figli all’Itis di Luserna per paura che la loro classe vanga chiusa dopo alcuni anni. I ragazzi verrebbero così dirottati verso altri istituti superiori di Pinerolo e circondario, in questo modo i numeri sarebbero sempre più piccoli e sempre più difficile risulterebbe aprire le classi». L’istituto Alberti è, insieme al Collegio valdese di Torre Pellice, l’unico istituto di istruzione superiore presente nella val Pellice. La speranza è che negli anni prossimi aumentino le iscrizioni: in questo modo non sarà più necessario chiudere delle classi, cosa che risulta spiacevole e crea non pochi problemi agli studenti, alle famiglie e agli insegnanti stessi.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Eco delle Valli/article20100901092304</link></item><item><title><![CDATA[Momenti di pausa ]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«Poi, chiuso il libro e resolo all’inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui» (Luca 4, 20). Gesù ha appena finito di leggere il famoso passo di Isaia «Lo Spirito del Signore è sopra di me… », e ora tace, come tacciono gli astanti. Ma in questo momento di pausa e di silenzio la tensione si è fatta altissima. Coloro che hanno udito, sentono evidentemente vibrare ancora nelle orecchie, nella mente e nel cuore le parole appena pronunciate da Gesù. Quel testo di Isaia, certo a tutti ben noto, sembra avere assunto ora un peso e un senso nuovi, inaspettati, misteriosamente connessi alla figura stessa di Gesù. Tanto che i presenti, muti, persistono nel guardarlo, carichi di inquietudine e di stupore. Si aspettano infatti che di lì a poco lui riprenda la parola, per sciogliere la tensione o forse per innalzarla a un livello ancor più alto. Dunque in quel momento di pausa, venutosi a creare in sinagoga, non continua soltanto a echeggiare silenziosa la parola di Isaia appena udita, ma si sente al tempo stesso aleggiare la presenza di una parola nuova, che già si annuncia, che da un momento all’altro sta per essere pronunciata. Ed ecco infatti che dopo poco Gesù riprende a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». La meraviglia allora raggiunge il culmine e «tutti gli rendevano testimonianza» per le sue «parole di grazia».</p>
<p class=“second”>Quando noi leggiamo un testo, e a maggior ragione il testo biblico, ci capita facilmente di fare delle pause. Con la mente e il cuore pervasi dalle parole che ci sono appena giunte, lo sguardo si solleva dalla pagina, gli occhi si chiudono per un momento, oppure vagano per la stanza o anche si fissano su un oggetto qualunque. Poi la pausa finisce e noi riprendiamo a leggere, come se niente fosse stato. Ma che mai accade durante simili momenti di sospensione? Qual è il senso profondo di tali interruzioni? L’episodio di Gesù nella sinagoga di Nazaret ci aiuta a capirlo. La Parola del Signore – chiarisce questo passo di Luca – non si fa presente solo nel momento in cui viene letta o pronunciata. Continua a incombere, sia pure muta, anche negli intervalli di silenzio fra una lettura e l’altra. In questi periodi di pausa – se ci si fa attenzione – la Parola riecheggia, entra in uno stato di silenziosa risonanza: un po’ come si sente ancora persistere nella nostra stanza la presenza di un caro amico che ci ha appena salutato. Al tempo stesso, però, ci possiamo pure accorgere che quella Parola, svanita da un istante, è lì lì per farsi udire un’altra volta ancora, addirittura sembra di avvertirne i primi accenti: un po’ come quando si sente già fra noi la figura di un caro amico in procinto di tornare. Il Signore, che ci ha appena parlato, sta per parlare di nuovo. Il Signore, che è appena andato via, di nuovo arriva. Anzi, non se n’è mai andato. Tanto che se ne può percepire ovunque la presenza silenziosa.</p>
<p class=“second”>Mentre infatti noi interrompiamo la lettura, il nostro occhio vaga per la stanza. Non può fissarsi sulla figura di Gesù, ovviamente, come facevano invece i nazareni. Ma proprio perché non può farlo, ecco che l’occhio va a posarsi su quanto gli si dispiega intorno, sui muti, semplici oggetti del nostro tavolo, della nostra stanza: una mela, un bicchiere, una penna, un libro… Ebbene, tali umili, usuali cose di ogni giorno, brillano ora di una nuova, più brillante luce: sembrano pure loro in qualche modo impregnate dalle parole di grazia appena udite, sembrano anche loro sfiorate, carezzate, sostenute da quello «Spirito del Signore», che era «sopra» Isaia e «sopra» Gesù. Si rivelano infatti nella loro più vera identità di cose create, non in nostro possesso: cose donate, redente, portate all’esistenza da quello Spirito che, dopo aver parlato attraverso il testo, continua ora ad aleggiare accanto a noi e sugli oggetti della stanza, in attesa di parlare un’altra volta ancora…</p>
<p class=“second”> Tutto questo dunque, e molto altro ancora, può accadere durante quei momenti di pausa nella lettura, tanto usuali che spesso non vi facciamo neanche caso. Non ce ne occupiamo perché la nostra abitudine ci spinge a concentrarci sul contenuto della Scrittura, su quel che il testo biblico dichiara, enuncia. Ma la Parola di Dio non è fatta solo di frasi, di enunciati. Essa infatti sussiste, persiste anche negli intervalli di silenzio fra un enunciato e l’altro, anche nello spazio bianco e muto che separa un vocabolo dall’altro, anche nel vuoto taciturno che sempre s’insinua di frase in frase. Proviamo a far più attenzione a tali momenti di pausa. Proviamo addirittura a prolungarli, ad ampliarli. Perché a volte è proprio in essi che si può avvertire, come non mai vicina, la presenza del «Dio nascosto» (Isaia 45, 15): quel Dio che «nessuno ha mai visto» (Giovanni 1, 18), e che tuttavia ci si dona, e viene in mezzo a noi, attraverso la grazia della sua Parola. Una Parola che è fatta pure di silenzio e che proprio per questo permane vicina e viva anche quando tace, anche nel tempo benedetto della pausa.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Fede e Spiritualit&#xE0;/article20100720181957</link></item><item><title><![CDATA[Niente acqua del Giordano per i Palestinesi]]></title><description><![CDATA[<p class=“second”>Alcuni giorni fa, stavo distribuendo bottiglie d’acqua a qualche chilometro dal Giordano, unico fiume di una certa importanza in Israele-Palestina. Il villaggio di Al Fasayel è situato in un paesaggio desertico che contrasta con le colonie israeliane molto vicine che dispongono di acqua in quantità quasi illimitata. Al Fasayel invece non ha più acqua corrente da oltre dodici settimane.</p>
<p class=“second”>La Valle del Giordano è una zona di una bellezza naturale e selvatica stupefacente. Le colline sono aride mentre le colonie illegali, in fondo alla valle, sono di un verde scuro, fertile. Ma la dicriminazione e una miseria nera imperversano anche nella valle.</p>
<p class=“second”>La prima volta che visitai Al Fasayel insieme ad altri partecipanti al Programma ecumenico di accompagnamentro in Palestina e in Israele (Eappi), ci offrirono bicchieri di té zuccherato. Soltanto dopo che fummo usciti per parlare con i bambini, ci fecero vedere che il rubinetto era all’asciutto da circa due mesi.</p>
<p class=“second”>Eappi fa venire volontari internazionali perché si rendano conto di come è la vita sotto l’occupazione. Gli accompagnatori ecumenici, con la loro presenza, offrono un protezione; essi sorvegliano e denunciano le violazioni dei diritti della persona e sostengono i Palestinesi e gli Isrealiani che operano insieme a favore della pace. Eravamo venuti nella Valle del Giordano per visitare alcune delle comunità più vulnerabili della zona.</p>
<p class=“second”>L’assenza di accesso all’acqua è da tempo un problema per i Palestinesi della Valle del Giordano. Dal 1967, anno in cui è iniziata l’occupazione della Cisgiordania, lo Stato di Israele nega agli abitanti l’accesso al Giordano e limita strettamente l’accesso ad altre risorse acquifere locali. Gli accordi di Oslo del 1993 non hanno fatto altro che rinforzare il controllo di Israele sulle risorse di acqua della Cisgiordania. Questo Stato restringe severamente oggi il loro uso da parte dei Palestinesi.</p>
<p class=“second”>Nei Territori palestinesi occupati, il consumo di acqua è di circa 70 litri a persona e al giorno, mentre quello degli Israeliani è di circa 300 litri, secondo un rapporto di Amnesty International. Certi Palestinesi sopravvivono con appena 20 litri al giorno, quantità che, secondo i calcoli della Organizzazione mondiale della sanità, permette la sopravvivenza a breve termine in situazione di emergenza. I 450. 000 Israeliani delle colonie in Cisgiordania utilizzano una quantità di acqua uguale o superiore a quella di cui dispongono i 2, 3 milioni di Palestinesi che vivono nella stessa regione. La Banca mondiale segnalava, nel 2009, che l’accesso all’acqua dei Palestinesi è in regresso.</p>
<p class=“second”>L’accampamento beduino di Ein Al Hilweh è situato vicino a Al Fasayel. Le 25 famiglie che vivono in quelle tende modeste devono andare a cercare la loro acqua a un pozzo che si trova a un’ora di cammino. Capita che l’esercito impedisca loro di andare sulla strada e se ci provano, possono essere condannati a pagare una multa di varie centinaia di shekel. Inoltre, i coloni, che vivono in case ben costruite con l’acqua corrente, molestano regolarmente questi beduini.</p>
<p class=“second”>Circa 9. 600 Israeliani vivono oggi nelle colonie illegali che coprono gran parte della Valle del Giordano. Essi coltivano una grande varietà di frutti e di verdura destinati all’esportazione verso l’Europa, in particolare attraverso la compagnia israeliana Agrexco. Alcuni esperti ritengono che queste colonie, con i loro sistemi di irrigazione artificale, usano più della metà dell’acqua consumata in Cisgiordania. Questo sottopone le magre risorse di acqua a un’intensa pressione, dichiara George Rishmawi del Consiglio delle chiese del Medio Oriente. «Israele cerca di isolare la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania e di cacciarne via gli abitanti palestinesi vietando loro l’accesso all’acqua», dice.</p>
<p class=“second”>La maggior parte delle acque usate non vengono trattate perché Israele non permette all’autorità palestinese di costruire nuovi impianti di depurazione. Secondo un recente rapporto di Amnesty International, l’esercito israeliano distrugge spesso le infrastrutture, anche quelle per la raccolta delle acque piovane, costruite dai Palestinesi.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">I doveri dell’occupante</p></p>
<p class=“second”>Che cosa possiamo fare dunque? Abbiamo contattato un uomo d’affari locale, Arab Al-Shorafa, che dirige la compagnia Yanabee che vende acqua in bottiglie. Egli è anche sindaco della città palestinese di Beita. Lo avevamo chiamato al numero di telefono indicato sull’etichetta di una delle bottiglie della compagnia e gli abbiamo parlato della situazione ad Al Fasayel. Ha immediatamente offerto di donare 700 litri d’acqua in bottiglie, a condizione che andassimo a prenderle in fabbrica la stessa sera. Successivamente, ci ha richiamato, offrendo di quadruplicare il numero di litri.</p>
<p class=“second”>Ci siamo detti pronti ad andare a prendere e a consegnare un primo lotto quella sera. Siamo andati alla fabbrica e abbiamo caricato un furgone. Al-Shorafa ci è venuto incontro e ha promesso di fornire più acqua, nonché un camion per un’altra consegna l’indomani.</p>
<p class=“second”>Siamo tornati a Fasayel. Giunta la sera, abbiamo distribuito l’acqua alle famiglie che si avvicinavano nella notte con i bambini. L’indomani mattina, mentre la temperatura era di oltre 30 gradi, abbiamo fatto un’altra distribuzione.</p>
<p class=“second”>Tony Blair, inviato del Quartetto per il Medio Oriente, ha di recente visitato Fasayel. È riuscito a persuadere gli Israeliani ad annullare l’ordine di demolizione della scuola locale. Ma i rubinetti del villaggio rimangono all’asciutto.</p>
<p class=“second”>Le nostre consegne a Fasayel hanno fornito abbastanza acqua a ogni famiglia del villaggio per una settimana. Ma l’atto di carità di Al-Shorafa non fa che sottolineare il fatto che è compito della potenza occupante dare accesso al nutrimento e all’acqua in quantità sufficiente.</p>
<p class=“second”>Molti abitanti pensano che il fatto che Israele non adempia questo compito faccia parte di una strategia mirante a cacciarli via dalle loro terre ancestrali. Nel consegnare le bottiglie con un caldo soffocante, abbiamo capito il loro punto di vista. <i>(cec media)</i></p><br />
<p class=“second”><DIV align="right">(Traduzione dal francese di Jean-Jacques Peyronel)</DIV><br /></p><br />
<p class=“second”>*Accompagnatrice ecumenica a Yanun</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Ecumene/article20100831093912</link></item><item><title><![CDATA[Il rigore, la passione… e la fede]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Quello del libro postumo, sotto forma il più delle volte di raccolte di scritti vari non organicamente riuniti dall’autore, è un genere editoriale che presenta dei rischi (arbitrarietà delle scelte, fraintendimenti, offesa alla volontà di chi non avesse mai voluto pubblicare dei testi di propria iniziativa), ma che offre al tempo stesso un di più di contenuto e di significati; e questo è tanto più vero se parliamo non di romanzi o racconti, ma di saggi, articoli, interventi, come nel caso della raccolta di scritti di Francesca Spano*, uscita da poche settimane a tre anni dalla prematura scomparsa.</p>
<p class=“second”>Molti di questi testi sono già stati letti singolarmente, essendo apparsi su questo settimanale, ma soprattutto su Gioventù evangelica, che l’autrice diresse dal 1988 al 1995; poi vi sono relazioni, interventi ad Agape, al Forum della cultura e altri più occasionali ma non meno significativi. Il relativo assemblaggio non riflette tuttavia la loro collocazione originale, bensì si organizza in sei aree tematiche, i cui soli titoli sono di per sé parlanti: Mondo protestante e società italiana; Fede e politica; Libertà femminile; Ricerca teologica e psicanalisi; Ebraismo, radici e diramazioni; e in ultimo «Parole per… »: una curiosa silloge di ricordi e commemorazioni di personalità che sono state punti di riferimento per Francesca Spano: persone collocate nell’ambito del protestantesimo italiano (Vittorio Subilia, Neri Giampiccoli, Carlo Gay), oppure situate al crocevia tra fede e politica (Sandro Sarti, Franca Bezzi, Saverio Merlo), e poi ancora personalità della politica e della militanza come Laura Ingrao e Luigi Pintor, o della cultura popolare come Lucio Battisti.</p>
<p class=“second”>Balza agli occhi quindi che il lavoro dei curatori (Vincenzo Baraldi, Annalisa Bosio, Mauro Ughetto, Graziella Tron) non è stato indifferente, e riflette, anzi, una comprensione collettiva di vicende, anni, battaglie, discussioni teologiche: insomma, un pezzo di storia del protestantesimo italiano, valdese in particolare, un materiale in parte condiviso da tanti e tante, pronti a seguire il ragionamento dell’autrice o a mettersi in dialettica con il medesimo.</p>
<p class=“second”>Troviamo dunque, nelle varie sezioni, il popolo-chiesa (si veda il bell’intervento per il bicentenario del tempio di Luserna San Giovanni – 2006) con le sue abitudini al limite della mania, ma che in fondo sono espressione di una forza secolare: e qui incontriamo anche, per esempio, questioni di stringente attualità ecclesiastica, come la richiesta di benedizioni per diversi motivi, con i conseguenti rischi di clericalizzazione; poi troviamo il nodo del rapporto fede-politica, affrontato il più delle volte – come era lecito attendersi da Francesca Spano – con l’occhio rivolto alle persone più che all’astrattezza delle ideologie e delle appartenenze; e ancora la «crisi del soggetto» e la situazione di incertezza che contraddistingue i nostri e le nostre contemporanee; e c’è l’intreccio tra cultura protestante e eredità ebraica, in una visione che – anche questo prevedibile – contempla più domande che risposte.</p>
<p class=“second”>Alla base di tutto questo ragionare troviamo – credo – una consapevolezza che è della militante in politica, della credente protestante, della donna radicatasi negli anni nell’ambiente valligiano valdese, della donna che si confronta con il pensiero della differenza, che in tutte queste situazioni e contesti non cessa di rivendicare di essere – come noi – discendente della modernità (sì, proprio quella che cominciò con Lutero e forse non è ancora finita), con tutti i drammi e i limiti e le contraddizioni che la modernità ha comportato: non per caso «il pensiero della differenza sessuale, che segna la possibilità della fondazione del soggetto-donna, ha potuto fiorire solo dopo che la fondazione della autonomia del soggetto era stata pensata a livello generale» (p. 114). Se ora siamo nel «post-moderno», bisognerà pure prenderne atto, ma non è detto che lo dobbiamo riconoscere come il migliore degli ambienti possibili. Sarà a livello teologico che dovremo cercare di dire una parola originale, provando a uscire dall’alternativa tra «nuove ortodossie» da una parte, e sincretismi» e «relativismi vari» dall’altra (p. 184). Soprattutto Francesca Spano individuava come massimo rischio quello di finire, per incapacità di scegliere o titubanza, risucchiati nelle varie «zone grigie», nella collusione con il potere a dispetto della solidarietà con gli oppressi. Il vostro sì sia sì: l’autrice non lo dice in forma esplicita, ma questa convinzione attraversa tutte le sue pagine con rigore e passione. Costante nel riferimento alla Parola (una guida che salvò molti militanti evangelici della sua generazione dagli eccessi della politicizzazione1), spesso e volentieri aggiunge forza alle proprie argomentazioni utilizzando belle ed evocative immagini (e anche questa, in fondo, è una modalità biblica), e non esita a ricorrere al paradosso (e questo ricorso sembra provenire dall’ascendenza ebraica): come quando afferma che la memoria (si parla degli anni di Lotta Continua, ma il discorso può essere esteso alla Shoah come ad altri contesti) ogni tanto ha bisogno del silenzio per mantenersi viva (p. 85).</p>
<p class=“second”>Questo è un libro che ci lasci sereni e ottimisti: ci mostra delle radici solide, ci dice che nel Comandamento di Dio, il primo, «io sono il Signore Dio tuo», sta una saldezza secolare, ci dice che non dobbiamo cercare da altri una spiritualità che abbiamo in casa bella forte; ci voleva una persona votata rigorosamente all’autoanalisi e all’autocritica puntigliosa e rigorosa, che come il suo primo pastore, Carlo Gay, non ha lasciato dei libri sistematici in vita2, per scoprire l’attualità delle nostre prerogative.</p>
<p class=“second”>* F. Spano, Con rigore e passione. Torino, Claudiana, 2010, pp. 276, euro 20, 00.</p>
<p class=“second”>1. Se ne trova conferma nel racconto autobiografico di Marco Rostan Tutto ciò che la tua mano trova da fare (Claudiana – Centro culturale valdese, 2008).</p>
<p class=“second”>2. Di Carlo Gay la Claudiana ha pubblicato l’antologia di sermoni, a cura della moglie Emma Rochat, Il canto della fede.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Cultura/article20100824192636</link></item><item><title><![CDATA[«Rallegratevi ed esultate...»]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei Cieli» (Matteo 5, 12). Con questo celebre versetto che conclude il capitolo evangelico sulle Beatitudini, si è voluto guidare il Forum Europeo dei Gruppi Lgbt Cristiani, tenutosi quest’anno dal 23 al 27 giugno a Barcellona. Rappresentanti di gruppi e associazioni di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali cristiani da ogni parte d’Europa, sia occidentale che orientale, ma anche dagli Stati Uniti, si sono ritrovati nella soleggiata città catalana per prendere parte all’Assemblea annuale, che caratterizza, in una assise annuale, il lavoro che la Tavola (organo rappresentativo) del Forum coordina annualmente. La delegazione italiana era composta da Fabio Regis per il progetto Gionata, con cui già condivisi nel 2009 l’esperienza del Forum a Helsinki, e da chi scrive.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Il «Pre-Forum»</p>
<p class=“second”>Il secondo giorno è stato caratterizzato dal «Pre-Forum», incontri e dibattiti sia in gruppi che in assemblea plenaria, uomini e donne divisi, presso il centro congressi «La Farinera». Tema dominante è stato il rapporto tra pedofilia e potere, in ambito sociale e religioso, sull’onda degli scandali sugli abusi balzati agli onori della cronaca negli ultimi mesi, indirizzando il pensiero verso i modelli di chiese gerarchiche che talvolta sostituiscono l’idea di un ministero di servizio con uno di potere, che tra l’altro è il centro nevralgico della discriminazione a carico delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali ma anche delle donne ministre di culto, in quanto dà alle gerarchie il diritto di decidere chi è «dentro» e chi è «fuori» dalla comunione con la chiesa stessa.</p>
<p class=“second”>La cerimonia di apertura dei lavori nel centro congressi «Orfeò Martinenc» è stata guidata dalla pastora belga Nathalie Reverdin, attualmente in servizio presso la Chiesa evangelica di Catalogna. Si è voluto usare come emblema dell’evento la Sagrada Familia, un luogo di culto progettato da Gaudì ancora incompiuto, su cui simbolicamente tutte e tutti noi siamo chiamati a porre una pietra, per completare la Chiesa con la nostra testimonianza, con gioia, nonostante le sofferenze, accompagnati dalla meditazione sul brano evangelico delle Beatitudini, con l’ausilio dei commentari biblici a opera di Suzanne de Dietrich e del Card. Carlo Maria Martini. Il testo, riproposto anche durante il culto ecumenico tenutosi nella chiesa Mare de Deu de l’Ajuda di Barcellona, concelebrato da sacerdoti cattolici, pastori protestanti e da un religioso ortodosso, ci richiama a rinnovare la nostra fede e ci incoraggia a lavorare per i diritti di tutti coloro che sono perseguitati nel mondo.</p>
<p class=“second”> <p class="chaptitle">La «Destituzione del Patriarcato»</p>
<p class=“second”>Molto toccante è stata la tavola rotonda sulla «Destituzione del Patriarcato», tenuta da Rosa M. Playà, rappresentante dell’associazione delle famiglie omogenitoriali della catalogna, di Ramon M. Nogués, antropologo, e da Mercè Otero Vidal, esponente del movimento femminista, durante la quale è stato mostrato uno spaccato sociale della Spagna odierna, dove moltissimi diritti sono stati conquistati a livello civile e politico, ma dove occorre ancora un certo tipo di lavoro nel sentire comune della società.</p>
<p class=“second”>Diverse sono state le tematiche affrontate durante i gruppi di lavoro: dalle letture femministe della Bibbia, al tema dell’Hiv, dai modelli di ministero cattolico, al tema dell’immigrazione in relazione con l’omosessualità, dal-l’evoluzione della legislazione spagnola nell’ambito dei diritti civili, al tema dell’intersessualità e del rapporto tra anima e corpo. Personalmente ho partecipato a due gruppi. Il primo ha interessato un brillante percorso di esegesi e di lettura biblica in un ottica femminista, analizzando i personaggi di Marta e Maria, con l’aiuto di Neus Forcano, filologa e studiosa della teologia femminista. Il secondo, a cura dell’avvocato Ricardo de la Rosa, verteva sulla storia della legislazione spagnola e catalana, a partire dal regime repressivo del franchismo fino alle conquiste democratiche dei giorni nostri. Ciò che più mi ha colpito è l’assenza del concetto di un matrimonio eterosessuale e di un matrimonio equipollente per coppie omosessuali (come accade già in molti Paesi europei come nel Regno Unito ad esempio): il matrimonio è uno e uno soltanto, e vale per tutti a prescindere dal sesso dei nubendi.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Gli incontri con protestanti europei</p>
<p class=“second”>Molte sono le aperture che le chiese protestanti hanno adottato nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali: non è infatti atipica la presenza di pastori protestanti omosessuali legittimamente sposati nella propria chiesa, e riconosciuti anche dallo Stato come coppia (Norvegia, Svezia). La mia speranza è che le coppie omosessuali in un futuro possano sposarsi civilmente e religiosamente, laddove possibile, anche nel nostro Paese. Importanti aperture, sebbene meno eclatanti rispetto a quelle legate al protestantesimo nordeuropeo, a differenza di quanto accade in Italia, provengono anche da realtà legate al cattolicesimo romano, specialmente in Germania.</p>
<p class=“second”>Tra i compiti futuri del Forum europeo nel suo lavoro contro le discriminazioni ai danni di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, specialmente nei Paesi del-l’Est europeo e del Sud Europa, si collocano la partecipazione all’incontro ecumenico di Kingston (Giamaica) nel 2011, la partecipazione all’incontro del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) in Corea del Sud nel 2013 e l’importante richiesta, presentata dal rappresentante dell’Armenia, Karen Badalyan, di adesione del Forum al Consiglio d’Europa di Strasburgo come organizzazione non governativa e approvata dai delegati all’unanimità. Con una mozione presentata dal rappresentante italiano del Progetto Gionata, Fabio Regis, l’Assemblea ha approvato al-l’unanimità la proposta di istituire un gruppo di lavoro internazionale sulle Veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Preghiera comunitaria</p>
<p class=“second”>I lavori dei delegati del Forum si sono conclusi con un suggestivo momento di preghiera comunitario. Gesti fraterni, come lo scambio ecumenico della Cena del Signore sotto entrambe le specie e l’imposizione dell’olio l’uno sulla fronte dell’altro, hanno cementificato legami di amicizia internazionali e interconfessionali e realizzato l’essere tutti chiesa insieme, uniti nella diversità, al di là delle diversità.</p>
<p class=“second”>Suggestivo è stato il Gay Pride di sabato 26 giugno, dove abbiamo sfilato lungo la Rambla fino al municipio di Barcellona con lo striscione del Forum. Emozionante vedere donne e uomini di diverse fasce d’età, nazionalità, orientamenti sessuali e identità di genere, che sventolavano ognuno la bandiera del proprio Paese, far festa tutti insieme, in un Paese che ha superato molti pregiudizi, rafforzato la laicità dello Stato su diversi temi, e garantito diritti civili a persone che altrove sono ancora cittadini di serie B.</p>
<p class=“second”>Il prossimo appuntamento del Forum europeo sarà dal 5 all’8 maggio 2011 a Berlino.</p>
<p class=“second”>*rappresentante del Gruppo Varco-Refo di Milano</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Villaggio Globale/article20100714115038</link></item><item><title><![CDATA[Amici di facebook?]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Quanti amici avete su Facebook? Io pochi, appena 367, mentre alcuni dei miei «amici» ne hanno più di mille. Inutile dire che buona parte dei miei «amici» di Facebook a rigore non sono neanche «conoscenti», nel senso che non li ho mai visti in faccia, né ci siamo mai scambiati messaggi. Ricevendo ogni giorno varie richieste di «amicizia», uno finisce per accettarle tutte o quasi, al massimo usando come «filtro» l’esistenza di amici in comune.</p>
<p class=“second”>Secondo un recente studio, l’Italia è terza nella classifica mondiale degli appassionati di Facebook: 26 milioni di visitatori al mese, contro i 130 milioni degli Stati Uniti e i 28 della Gran Bretagna. È fin troppo facile criticare questa passione: c’è chi vede Facebook come una vera e propria droga, chi sottolinea la superficialità delle amicizie on-line, chi il narcisismo di molti utenti che si manifesta attraverso foto ammiccanti e citazioni altisonanti… Su La Stampa del 18 agosto Gianluca Nicoletti individua alcuni «tipi» di utenti, come lo «spacciatore d’immensità» la cui «riga di status» è «copia incollata da frammenti di alta letteratura o poesia (mai letti) ricercati su Google», oppure il «militante» che «segnala video di politici da cui dissente e cerca “indignati”», o ancora il «provola», «detto Wsl (Serial web lover)».</p>
<p class=“second”>Personalmente faccio un uso moderato di Facebook: ne vedo i limiti ma ne ho anche sperimentato le potenzialità. Per esempio per mantenere i contatti con amici e colleghi che non vedo più regolarmente oppure per ritrovare amici d’infanzia, o ancora per essere aggiornati sulle attività di gruppi, associazioni, persino della chiesa locale di cui faccio parte (il cui gruppo su Facebook ha più aderenti dei membri di chiesa effettivi!).</p>
<p class=“second”>Trovo comunque utile una messa in guardia sui possibili rischi di un uso eccessivo e distorto del social network (la rete sociale). Mi sembra perciò particolarmente pertinente la saggezza dei Proverbi: «Chi ha molti amici può esserne sopraffatto». Questo può accadere anche su Facebook: quando si alimentano polemiche senza fine, o quando la privacy va a farsi benedire, perché si è stati così ingenui da raccontare per filo e per segno i fatti propri. Addirittura, si parla di «amici» (si fa per dire) che avrebbero approfittato dei saluti inviati da località di villeggiatura per svaligiare l’abitazione cittadina dei malcapitati «navigatori».</p>
<p class=“second”>In realtà, il testo ebraico di Proverbi 18, 24 non è chiaro, e una possibile traduzione alternativa è: «C’è chi ha molti compagni per compagnia, ma un vero amico è più affezionato di un fratello». Il testo usa due diversi termini per indicare gli amici: nel primo caso re‛eh, che vuol dire compagno o conoscente; nel secondo ‘ohev, l’amico vero (dal verbo ‘ahav, amare). Di conoscenti, insomma, possiamo averne tanti, su Facebook e nella vita di tutti i giorni, ma la sapienza biblica ci invita a cercare l’amicizia autentica, l’amico o l’amica che vale come e più di un fratello o di una sorella.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=/www/MW_qnGGRPqnq/riforma.it/xml/Bibbia e Attualit&#xE0;/bibbiattualita20100831120747</link></item></channel></rss>
