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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[Libertà: ed è subito Sinodo]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«Il protestantesimo ha un grande futuro non solo in Europa. Suona anticattolico? Spero di no, secoli di storia illustrano come il nostro sia un modo specifico di vivere la fede cristiana. E la libertà alla quale ci sentiamo chiamati dall’evangelo continua ad affascinarci e mobilitarci». Thomas Wipf ,energico presidente delle Comunione di Chiese protestanti in Europa (Ccpe), chiude i lavori, dopo tre intense giornate, visibilmente soddisfatto. Wipf non ha tutti i torti a entusiasmarsi. E perché lo faccia uno svizzero zurighese ci vogliono ragioni convincenti. Eccone una: è la prima volta, nella storia, che si sono incontrati membri di sinodi protestanti europei (presidenti, segretari esecutivi, responsabili di settori specifici: legali, diaconali, ecclesiologici...) per rinsaldare legami e riflettere su temi comuni. Nell’elenco degli argomenti la prima questione è stata quella della libertà. Declinata sui versanti: biblico, culturale e politico. Una volta conclusi i lavori ti rendi conto, qualora avessi avuto inizialmente dei dubbi, che per i protestanti (che siano danesi o ungheresi, olandesi o italiani o rumeni...) il tema che afferra e smuove le coscienze più di ogni altro è quello della libertà. </p>
<p class=“second”>Tempo fa il Sinodo delle chiese evangeliche del Wuerttemberg rivolse un invito al confronto ai sinodi protestanti europei. E dal 20 al 22 Gennaio nei luminosi e funzionali ambienti dell’Accademia evangelica di Bad Boll (Stoccarda) questo desiderio si è realizzato. Atmosfera luterana e stile calvinista. Impossibile stabilire dove finiva l’una e iniziava l’altro. È dal 1973 (prossimo anno ricorre il quarantennale !) che la Concordia di Leuenberg ha azzerato gli ostacoli tra riformati e luterani. Il cammino comune è una realtà consolidata. Ottanta delegati di cinquantuno chiese protestanti di diciassette paesi europei diversi hanno ragionato a lungo, in plenaria e in gruppi di approfondimento sul tema del rafforzamento del lavoro tra le chiese evangeliche. Il testo biblico di riferimento era quello dell’apostolo Paolo sull’essere stati chiamati a libertà ( Galati 5: 13-15). Liberati sì ma in vista di un compito. Le riflessioni si sono svolte in plenaria e in gruppi tematici. Nessun ostacolo per le lingue: un’équipe di traduttori simultanei (francese, inglese, tedesco) ha permesso ai partecipanti di esprimersi a 360 gradi. Sono state affrontate sei questioni di carattere generale: la responsabilità dei membri delle chiese protestanti in Europa (non solo i pastori) nella società; la celebrazione del culto domenicale in una società in rapida trasformazione; i giovani e le chiese; Giustizia e diritti umani in Europa. Infine: chiese protestanti come luogo d’incontro con i migranti. Dall’insieme delle riflessioni (significativamente riassunte in 90 tesi) si è elaborato un documento d’indirizzo collettivo. Che è stato approvato in puro stile sinodale: emendamenti, precisazioni, discussioni. Alla fine, con alcune astensioni, il documento è stato approvato a larga maggioranza. Le linee portanti del testo (reperibile con altro materiale del convegno sul sito www.leuenberg.eu) ripercorrono cinque questioni. Le indico nello stesso ordine di priorità emerso dal dibattito. 1) La volontà di rafforzare il confronto tra i sinodi protestanti europei; 2) Valorizzare il metodo democratico nella vita delle nostre chiese di cui il Sinodo è espressione irrinunciabile aumentando occasioni d’incontro e confronto europei tra membri dei diversi Sinodi nazionali e regionali; 3) Partecipare responsabilmente alla costruzione dell’Europa , tanto più oggi che viviamo la sua crisi. Facendo risuonare la voce del protestantesimo in un’Europa che sappia essere vicina alle persone; 4) «Liberi per il futuro» motto della prossima assemblea della Comunione di chiese protestanti in Europa che si terrà a Firenze nel mese di settembre di quest’anno dovrà essere una tappa importante sul cammino comune verso il 2017 quando si celebrerà il 500 anniversario della Riforma protestante (1517-2017). Che questo cammino sia un cammino comune delle chiese cristiane in Europa. Nel dibattito è emersa, più volte, la dimensione ecumenica. Il riferimento era soprattutto alla Charta Oecumenica (approvata a Strasburgo nel 2001) che rischia di rimanere chiusa nei cassetti delle chiese. Lo stesso anniversario della Riforma non dovrà essere una stagione d’orgoglio del protestantesimo europeo ma una riflessione su temi fondativi per tutte le chiese. Il taglio insomma di questo processo che sta crescendo verso il 2017 non sarà l’issare lo stendardo sugli spalti della cittadella protestante ma ritrovare il gusto di un cristianesimo autentico che desidera misurarsi con la modernità nella costruzione di una società plurale in cui giustizia e rispetto dei diritti umani non siano parole vuote. Il «question time» durante i lavori a Bad Boll con Rainer Weiland, vicepresidente del Parlamento europeo, ha evidenziato come il ruolo del protestantesimo non è solo atteso ma è già stato fondamentale nel processo di crescita democratica dell’Europa. L’assemblea ha inoltre inviato un messaggio alle chiese evangeliche in Medio oriente che a Beirut dal 13 al 15 febbraio terranno la loro conferenza per incoraggiarle nella loro difficile e rischiosa testimonianza. Rappresentanti delle chiese protestanti in Medio Oriente saranno presenti ai lavori della prossima assemblea generale della Ccpe a Firenze. Tornando a casa da Bad Boll con la pastora Eliana Briante – dall’Italia era anche presente la signora Christiane Groeben del sinodo luterano della Celi – confrontavamo le nostre impressioni. Decisamente positive su questo primo incontro di sinodi protestanti europei che si è anche caratterizzato per una spiccata attesa nei confronti dell’Assemblea generale della Ccpe, a Firenze. Insomma non si può mai stare tranquilli. Il piccolo mondo protestante italiano è posto di nuovo davanti a una grande sfida. Bello che avvenga a Firenze in questa nostra «capitale» evangelica e grande città d’arte. Tra Riforma e Rinascimento non ci sarà che l’imbarazzo della scelta.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Home/article20120201164203</link></item><item><title><![CDATA[Italia, una lunga spada]]></title><description><![CDATA[<p class="first">I recenti scioperi degli autotrasportatori italiani e i conseguenti gravi inconvenienti sull’intero sistema produttivo nazionale non stupiscono sotto nessun punto di vista. La spiegazione di questi eventi va ricercata in due elementi: uno fisico e l’altro politico. La nostra penisola, che si voglia o non si voglia, è come una lunga spada con l’elsa appoggiata nell’Europa alpino-germanica e la lama puntata verso l’Africa, lama che divide il Mediterraneo occidentale in due parti nettamente distinte. Lunga oltre mille chilometri, è morfologicamente tormentata essendo costituita da rilievi disordinati e incoerenti che separano nettamente i due bordi marini e, nel suo interno, le differenti porzioni. Questo «curioso» lembo di terra sembra «naturalmente» non predisposto a facili e comode relazioni tra le sue differenti porzioni ma, qualora la natura non avesse agito in maniera sufficientemente decisa, sarebbero massicciamente intervenute le comunità ivi stanziate con una storia che ha visto frazionarsi in una miriade di unità politiche, sovente contrapposte, le sue differenti porzioni.</p>
<p class=“second”>Quando la storia ha portato la penisola alla sua unità politica, la classe dirigente del tempo non ha avuto la lungimiranza (o forse non sono state disponibili risorse sufficienti) di fare scelte interconnettive dei differenti gangli urbano-territoriali idonee a porre le basi di un nuovo unitario aggregato territoriale. Questa mancanza di visuale unitaria ha gravato su tutta la storia successiva agli anni dell’unità nazionale e ancora ai giorni nostri fa sentire il suo peso. Solo dopo l’ultimo conflitto mondiale si è sentita la necessità di porre in primo piano l’esigenza di strutture connettive tra la parte settentrionale e meridionale del paese con la costruzione di un asse autostradale Nord-Sud tirrenico – unito a un altro molto più tardivo adriatico – ancora oggi approssimativo e incompleto.</p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”>Ma l’elemento che emerge, a mio parere in maniera indiscutibile, è l’assoluta mancanza da parte delle classi dirigenti nazionali, attuali e precedenti, di una visuale strategica che identificasse nella rete delle comunicazioni, sia ferroviarie sia stradali, il momento unificante politico e incentivante sotto l’aspetto economico. A onor del vero, a cavallo del XIX e XX secolo, vennero impostate le linee portanti della rete ferroviaria nazionale che rimasero però incomplete e via via devalorizzate. Nel secondo dopoguerra poi venne definitivamente scartata l’ipotesi di creare un solido reticolo ferroviario pubblico quale fondamentale asse portante della mobilità delle merci e delle persone, puntando invece sul trasporto privato su gomma, purtroppo sovente facile preda di interessi settoriali non limpidi. Si è poi del tutto ignorato un tipo di trasporto interconnesso terrestre-marittimo, che poteva essere una nostra vera specificità e potenzialità nazionale.</p>
<p class=“second”>Le conseguenze di una mancata strategia nel sistema infrastrutturale dei trasporti si fa sentire in ogni settore produttivo. Si è a esempio favorito uno sviluppo industriale meridionale senza prevedere sicure possibilità di relazioni con i poli settentrionali, delegando questo aspetto nodale del processo produttivo ad attori privati, lungo direttrici di incerta funzionalità. Identicamente non si sono previste strutture protette, o modalità di trasporto particolari, per la movimentazione e l’approvvigionamento energetico indispensabile al sistema produttivo nazionale. Pensiamo all’importanza strategica che la penisola potrebbe avere, stante la sua ubicazione mediana tra l’Africa settentrionale e l’Europa occidentale. Ancora, pensiamo al turismo che si potrebbe giovare di una rete di linee ferroviarie minori distribuite in aree ad alto valore ambientale e di sicuro interesse paesaggistico. E oggi, in questa mancata preveggenza di una strategia del sistema dei trasporti, ci troviamo di fronte a una fase congiunturale con forti esigenze finanziarie da destinare all’innovazione con l’impossibilità di intervenire su un sistema di infrastrutture di trasporto incompleto e in parte obsoleto, che avrebbe bisogno di una radicale riconversione.</p>
<p class=“second”>Va tuttavia sottolineato con energia come, nell’attuale fase dello sviluppo economico, un paese che non disponga di reti di trasporto relative a ogni tipologia di elementi conoscitivi o produttivi corra lo stesso rischio di un corpo umano avente organi perfettamente funzionanti ma con un sistema vascolare ammalato, destinato quindi a subire, prima o poi, un evento traumatico più o meno letale.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/editoriale.php?id=Editoriale/editoriale20120201164334</link></item><item><title><![CDATA[Una tradizione multietnica]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Prendendo spunto da un recente viaggio compiuto con la chiesa valdese di Pinerolo in Croazia e Slovenia, ci è sembrato importante capire che cosa sia successo in quelle terre di frontiera alle chiese protestanti, e in particolare a quelle di Fiume ed Abbazia: in questo ci ha guidati il libro di Sauro Gottardi*, recentemente scomparso e ricordato sulle colonne del nostro giornale. Abbiamo visitato quei luoghi con particolare attenzione, con un pizzico di commozione e con viva preoccupazione per la sorte difficile e incerta che il nostro splendido tempio di Abbazia sta vivendo.</p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”>Nel XVI secolo la Riforma raggiunse anche questa regione, diffondendosi tra le popolazioni di lingua tedesca, ma anche slava e italiana. La Controriforma arrivò a Fiume con l’apertura nel 1627 della prima scuola dei Gesuiti, che doveva educare gli studenti a contrastare le infiltrazioni protestanti. Dopo più di un secolo in cui, per statuto, tutti dovevano professare la religione cattolica nel 1773 la Compagnia di Gesù fu soppressa. In seguito all’Editto di tolleranza (1781) emesso da Giuseppe II, che consentì a molti immigrati di aprire i loro luoghi di culto nella città, affluirono a Fiume evangelici della Chiesa unita d’Ungheria, luterani di confessione augustana provenienti da Austria e Germania, riformati originari dei Grigioni. Si insediarono in città anche ebrei, ebrei ortodossi, greci ortodossi, serbi ortodossi, che nel corso del XVIII secolo ottennero il riconoscimento giuridico.</p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”>La Comunità evangelica di Fiume si affiliò alla Chiesa valdese nel 1921 in seguito alla prima guerra mondiale. In precedenza faceva parte della Chiesa evangelica unita d’Ungheria, con pastori di madrelingua ungherese e raccoglieva evangelici di varie denominazioni e etnie. Le differenze linguistiche, come quelle liturgiche, in questa città interetnica e «autonoma», non furono mai d’ostacolo, anzi, dopo l’annessione con l’Italia, la comunità di Fiume si unì con quella di Abbazia, austriaca e in prevalenza luterana e di lingua tedesca. Questa comunità possedeva una bella cappella, costruita tra il 1902 e il 1904 dalla Chiesa evangelica austriaca, accanto alla quale nel 1911 fu costruita una casa residenziale a due piani dove poi abitarono i pastori valdesi.</p>
<p class=“second”>La Chiesa valdese nel 1935 acquistò quella che era stata fin dal 1848 la sala di culto della comunità di Fiume, al n. 6 di via Pascoli, una porzione della casa appartenente alla famiglia Meynier. Questa famiglia ugonotta, originaria della Lorena, per prima si prese cura degli evangelici dispersi sul territorio. Luigi Meynier, insieme al socio inglese Walter Smith, fondò nel 1880 la cartiera di Fiume, la più importante dell’Impero austro-ungarico (ora la macina della vecchia cartiera è stata trasformata in una bella fontana in una piazza del centro storico di Fiume). </p>
<p class=“second”>La Tavola valdese inviò a Fiume pastori con una solida preparazione culturale e teologica, capaci di predicare anche in lingua tedesca nella chiesa di Abbazia. Essi furono: Arnaldo Comba (1920-1926), Corrado Jalla (1926-1932), Valdo Vinay (1932-1940), Carlo Gay (1940-1947). In questo periodo i membri comunicanti andarono sempre più aumentando: dai circa 300 dei primi anni ai 700 degli ultimi. Ma la composizione della comunità fu sempre piuttosto fluida, molte furono le persone che partirono per essere rimpiazzate da altre di nazionalità italiana; inoltre transitavano ad Abbazia molti evangelici di lingua tedesca, per turismo o villeggiatura. Gli avvenimenti storici di quegli anni, soprattutto sotto il regime fascista e la chiesa di stato, non consentirono di farsi conoscere pubblicamente con dibattiti, conferenze, o con la diffusione dei sermoni. Ma la vita della comunità era viva e attiva. Non mancarono le difficoltà per i quattro pastori che si succedettero. </p>
<p class=“second”> Arnaldo Comba dovette affrontare il periodo di passaggio dalla chiesa d’Ungheria a quella valdese,  e organizzare la predicazione in ungherese, tedesco e italiano. Durante il suo mandato ci fu l’occupazione dannunziana e il blocco navale e terrestre di Fiume: il pastore seguì in città la sua comunità, mentre la famiglia rimase ad Abbazia. Corrado Jalla mise in atto tutte le sue doti diplomatiche per concludere le operazioni di assestamento tra le autorità italiane e le chiese tedesche, nei primi anni del dopoguerra a Fiume. Nel 1927, tramite la Tavola valdese, definì il passaggio dalla chiesa ungherese a quella valdese, riconoscendo la chiesa di Fiume come continuatrice legittima della chiesa evangelica d’Ungheria; infine ottenne la restituzione dell’archivio ecclesiastico che da Budapest era passato al Comune. Egli inoltre si adoperò perché le comunità di Fiume e Abbazia rimanessero una sola chiesa, con un’unica amministrazione.</p>
<p class=“second”>Valdo Vinay arrivò a Fiume nel 1932, quando non era ancora consacrato, e in quell’anno seguì a Bonn le lezioni di Karl Barth, mentre la comunità fu curata da Roberto Comba, figlio di Arnaldo, e da un pastore luterano per la predicazione in tedesco ad Abbazia. Vinay diede un contributo decisivo alla diffusione del pensiero teologico dei Riformatori e una informazione tempestiva sulla resistenza che prendeva corpo in quegli anni in Germania di fronte al nazismo. Molto intensa fu la cura pastorale rivolta alla sua comunità, soprattutto ai giovani. Nel 1938 cominciò a diffondere copie delle predicazioni domenicali da distribuire a militari, ammalati e alla diaspora del Quarnaro: questa attività fu interrotta nel ’42 dalla polizia politica. Fu durante il suo ministero che la Tavola valdese poté acquistare sia la cappella di Abbazia sia la sala di culto a Fiume.</p>
<p class=“second”>Carlo Gay dovette affrontare gli anni più tragici della storia italiana in una comunità nuova per lui e in situazioni di continuo cambiamento: i giovani chiamati alle armi, la pressione sempre maggiore della polizia fascista che non solo impedì la diffusione dei fogli con i suoi sermoni, ma segnalava in un comunicato «riservatissimo» della polizia politica di Roma la predicazione del 16 febbraio 1941 per sospetto antifascismo. Sempre più tragica la situazione dopo l’8 settembre ’43, con le truppe italiane in ritirata disordinata dai Balcani, l’infiltrazione dei partigiani slavi e la città e l’Istria sotto il diretto controllo tedesco. In quel periodo vennero a cercar conforto nella chiesa di Abbazia ufficiali e sottufficiali della Wehrmacht: in quella sede incontravano l’unico pastore evangelico tra Trieste e Zagabria. Poi arrivarono i bombardamenti degli anglo-americani che colpirono i cantieri navali, molte scuole e abitazioni, tra le quali quelle di fronte alla sala di culto che fu pure danneggiata e mai più ripristinata.</p>
<p class=“second”>Dopo l’occupazione croata di Fiume, ai primi di giugno del 1947 il pastore Gay si recò a Zagabria per le trattative finali relative alle consegne alla Chiesa evangelica di Croazia. Con il passaggio di Fiume alla Jugoslavia la comunità comincerà a disperdersi e molti partiranno come esuli. L’edificio della Chiesa di Abbazia venne di nuovo affidato alla Chiesa luterana e utilizzato fino a oggi soprattutto nel periodo estivo per i villeggianti tedeschi. La Comunità rimasta a Fiume riceve dal Comune un nuovo locale.</p>
<p class=“second”>Nel 1991, dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la guerra civile, che ancora una volta ha sconvolto questa regione, una piccola comunità si è ritrovata a Fiume con il pastore Lino Lubiana, venuto dalla Norvegia come missionario. I problemi che ha dovuto affrontare erano soprattutto di tipo materiale: l’Istria infatti ha accolto migliaia di profughi della guerra civile essendo stata risparmiata dalla distruzione della guerra. </p>
<p class=“second”>Negli anni ’90, anche la chiesa valdese ha contribuito a inviare aiuti di ogni tipo: generi alimentari, vestiario, materiale scolastico… Da allora le condizioni economiche e sociali della popolazione si sono lentamente riprese mentre la presenza della Chiesa valdese è andata sempre più calando.</p>
<p class=“second”>E ora? Alcuni anni fa la Tavola valdese riuscì a recuperare la piena proprietà del tempio di Abbazia, che gode di una posizione invidiabile a pochi passi dal mare in una delle cittadine più belle dell’Adriatico. Nel corso del nostro viaggio abbiamo però appreso della situazione di nuova incertezza in cui versa la questione della proprietà del tempio. Speriamo di cuore che tutto possa essere chiarito in tempi brevi e che in quel luogo di culto e di incontro, che ha conosciuto momenti di grande entusiasmo e altrettanti di dolore e di divisione, persone di origini e di background diversi possano continuare a rendere una testimonianza al Signore.</p>
<p class=“second”></p>
<p class=“second”>* S. Gottardi, L’evangelo tra le frontiere. Note sugli evangelici di Fiume, Abbazia e Pola, Torre Pellice, Centro Culturale Valdese, 1993.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Home/article20120201162643</link></item><item><title><![CDATA[Settimane decisive per il futuro]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Sono settimane decisive per il futuro delle Comunità montane, e gli scenari che si stanno delineando non sono al momento chiarissimi. Benché la «legge Maccanti» in Regione sembri individuare chiaramente un percorso che dovrebbe portare alla sparizione delle Comunità montane, non è altrettanto chiaro che cosa avverrà dopo. I Comuni potrebbero costituirsi in Unioni o consorziarsi. Alcuni «montani» potrebbero non esserlo più e i servizi (dalla scuola ai trasporti a quelli sociali) dipendono molto dal tipo di scelte che verranno fatte in questo periodo.</p>
<p class=“second”>Mentre sul piatto ci sono tutte queste questioni ,il Partito democratico del Piemonte, all’opposizione in Consiglio regionale, ha chiesto ai propri parlamentari di impegnarsi per ottenere, «a monte», l’abrogazione dell’articolo 16 del Dl 138/2011 «le cui rigidità, anziché riorganizzare gli enti locali in modo più efficiente, comportano di fatto la cancellazione dei piccoli Comuni». E le Commissioni parlamentari Affari costituzionali e Bilancio hanno approvato in questi giorni un emendamento che di fatto proroga di 9 mesi le disposizioni previste dall’articolo 16.</p>
<p class=“second”>«Siamo consapevoli della necessità di una profonda riorganizzazione del nostro sistema istituzionale – dicono dal Pd piemontese –, ma questo deve avvenire all’interno di un percorso parlamentare, a cominciare dalla Carta delle Autonomie tuttora in discussione al Senato. È quella la sede dove varare un riordino del governo del territorio secondo criteri di razionalizzazione ed efficienza, senza però compromettere la capacità degli enti locali di rappresentanza plurale delle comunità». </p>
<p class=“second”>La proroga dovrebbe indurre l’amministrazione regionale «a fermare la “legge Maccanti”» – si augurano le opposizioni in Consiglio regionale «per evitare ulteriori improvvisazioni e accelerazioni su una materia, come quella degli enti locali, che necessita di un quadro di certezze utile non solo per gli amministratori, ma per tutti i cittadini e per lo sviluppo economico e sociale dei territori».</p>
<p class=“second”>Intanto però il tutto è ancora molto in divenire. «La situazione – dice Bruna Frache, vicepresidente della Comunità montana del Pinerolese – è molto fluida ancora in questi giorni il presidente della nostra Comunità Andrea Coucourde è spesso in Regione per capire cosa si sta decidendo. Le varie opzioni che si stanno delineando però sono più o meno queste. La prima prevede una cancellazione totale delle varie Comunità montane e una creazione di un unione di Comuni che dovrebbero rispecchiarsi nel territorio delle attuali comunità. Questa è la linea dell’assessore regionale competente Elena Maccanti, che da marzo prevedrebbe un commissariamento di alcune funzioni. Altre rimarrebbero come per esempio i servizi sociali. La seconda opzione, non avendo ancora la Regione stabilito il suo bilancio, è quella di lasciare la situazione così com’è fino alla fine del primo semestre del 2012. Noi al momento andiamo avanti con l’ordinario, con il pagamento dei mutui, del personale e via dicendo: non possiamo però permetterci di progettare nulla».</p>
<p class=“second”>Lascia un po’ di perplessità l’eventuale opzione dell’unione di Comuni montani perché secondo la legge Comuni come Luserna San Giovanni non verrebbero inglobati, non avendo le caratteristiche di montanità, nonostante Luserna abbia sempre lavorato in sinergia con gli altri Comuni su diversi progetti. Di questo si è parlato, come abbiamo dato conto sul numero 3 del nostro settimanale, in un incontro tenutosi a Bibiana in cui oltre ai rappresentanti lusernesi e bibianesi dei comuni erano presenti anche quelli di Bricherasio, terzo Comune «non montano» della val Pellice. Sul tavolo in questo caso anche molta parte dell’economia agricola del fondovalle, che «diventerebbe» non più montana ma collinare. All’inverso i Comuni «che rimarrebbero montani» sono alle prese per esempio con «il fare tornare altri conti»: per esempio quelli sulle scuole e le dirigenze didattiche e amministrative di queste.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Eco delle Valli/article20120201110935</link></item><item><title><![CDATA[In missione per conto di Dio]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Cara Teofila,</p>
<p class="second">è un grande onore assistere al tuo progredire nella conoscenza delle Scritture e nell’amore per Dio. Una cosa sola ti manca, condividere con altre persone la gioia della rinascita e della vita nuova in Cristo.</p>
<p class="second">Sono certa che anche a te è capitato di recuperare il buon umore in una giornata iniziata male per il semplice fatto di avere ricevuto un gesto di cortesia da un estraneo o avere scambiato poche parole con una signora alla fermata dell’autobus. Un attimo di vero incontro umano, un gesto di solidarietà, ci strappa alla routine, alla tirannia del tempo, alla monotonia degli spostamenti giornalieri, alla lotta per la conquista del nostro spazio. Sono certa che anche a te è capitato di stupirti di quanto la gente sia disposta a raccontare ad un’estranea incontrata al supermercato. Immagina allora di prenderti una mezza giornata, o alcune ore, per riappropriarti del tuo tempo, degli spazi della tua città, per regalare momenti di solidarietà, di cortesia. Immagina di andare in missione segreta per conto Dio. La segretezza della tua missione ti proteggerà dalla paura di sentirti giudicata dalle persone che conosci e dalla paura di non essere all’altezza. Gli obiettivi della tua missione saranno progressivi, non devi raggiungerli tutti subito, ma è bene averli presenti sin dall’inizio. Primo obiettivo: benedire; secondo obiettivo: pregare; terzo obiettivo: testimoniare; quarto obiettivo: invitare.</p>
<p class="second">Prima di uscire fai ciò che solitamente ti mette di buon umore, ascolta una musica particolare, fai un po’ di ginnastica o compra un gelato appena fuori, ricorda che devi sapere amare te stessa prima di potere amare il prossimo. Non essere sciatta nel vestire, assicurati di non emanare cattivi odori, sono cose secondarie agli occhi di Dio, ma potrebbero allontanare le persone alle quali ti avvicinerai. Chiedi a Dio di accompagnarti e di guidarti. Puoi farlo ritagliandoti un tempo di meditazione e di preghiera preliminare, puoi anche farlo indossando il cappotto o scendendo le scale. Una volta fuori, scegli dei posti dove è più probabile trovarsi a contatto con qualcuno per un tempo ragionevole, il mercato rionale o il parco dove si portano i bimbi a giocare e i cani passeggiare. Sii ricettiva alle possibilità di contatto con le persone, vedrai ne avrai a volontà. Ricorda, sei padrona del tempo, non devi correre da nessuna parte, e padrona dello spazio, sei esattamente dove vuoi essere, non puoi fallire.</p>
<p class="second">Il primo obiettivo è molto facile, basta reagire alla gentilezza di un sconosciuto invece che con un «grazie» con un bel «Dio la benedica». Non solo avrai adempiuto il comandamento che ci esorta a benedire, restituendo del bene a chi ti ha fatto del bene, avrai anche spezzato il tabù del nostro tempo, nominare Dio, senza sentirti una sciocca.</p>
<p class="second">Il secondo obiettivo richiede maggiore coinvolgimento, starà a te sapere cogliere le possibilità. Ricorda la gente parla di sé più di quanto ci accorgiamo quando siamo distratte. Se sei sull’autobus e una signora si lamenta del traffico o dell’inefficienza dei mezzi di trasporto, mostra empatia e inizia una conversazione con un’affermazione aperta che rinforzi il suo stato di frustrazione: «È molto stressante viaggiare così» o poni una domanda diretta: «È stanca vero?». Potrai sapere se questo tragitto è per lei un calvario giornaliero, se lavora, se abita lontano, dove lavora. Tutto questo, se ascolterai bene, ti farà intravedere quali sono le reali paure e le reali preoccupazioni della tua interlocutrice. Quando è giunto il momento di salutarvi benedicila e promettile che pregherai per lei, puoi anche fare riferimento ad un problema emerso come oggetto della tua preghiera. Tieni presente fin da subito: la signora potrebbe dire qualcosa che ti infastidisce, ad esempio sugli stranieri che ci tolgono il lavoro. Non reagire, al momento di salutarvi formula la promessa di preghiera integrando in maniera positiva quanto da lei affermato in negativo. Potrai dire: «Pregherò per lei, per… (motivo) e per tutte le persone di buona volontà, italiane e straniere, che lavorano onestamente per garantire ai loro figli un futuro migliore». Quando torni a casa non dimenticare di scrivere il nome della signora e il motivo per cui dovrai pregare. Mantieni la promessa!</p>
<p class="second">Quando ti sentirai a tuo agio con i primi due obiettivi potrai muovere verso il terzo. Ricorda che sei lì perché chiamata ad offrire il meglio di te, a raccontare di come Dio opera e trasforma la tua vita. Se la situazione lo permette puoi anche fare riferimento a testi biblici di edificazione per l’argomento che state affrontando. In questo caso è utile che tu abbia una Bibbia nella borsa e che permetta alla persona interessata di leggere con i suoi occhi il testo che hai citato. Questo sarà più facile se vi trovate al parco piuttosto che sull’autobus, saprai come e quando farlo. Tieni presente fin da subito: non sei lì per fare l’apologia della tua confessione religiosa, evita di parlare male delle altre chiese cristiane, presenta la tua testimonianza in positivo, non in contrapposizione ad altri percorsi di fede, ricorda che la tua missione è benedire ed infondere speranza. Una volta raggiunto il terzo obiettivo sarà molto probabile che esso includa il primo e il secondo.</p>
<p class="second">Per raggiungere l’ultimo obiettivo è necessario che la tua missione sia condivisa. Avendo raggiunto i primi tre obiettivi sono certa sarai pronta a parlarne con alcuni fratelli e sorelle, se non con tutta la comunità. Prima di invitare qualcuno in chiesa è essenziale che questa sia pronta e consacrata all’accoglienza. Una mancata accoglienza potrebbe vanificare il buon esito della tua semina. Racconta delle tue passeggiate, dei tre obiettivi raggiunti e della gioia che ti hanno dato, sono certa te la daranno. Informa del fatto che è arrivato il tempo di raggiungere il quarto obiettivo e che per fare questo hai bisogno del loro aiuto. Chiedi loro di pregare per te e perché Dio predisponga i cuori di chi incontrerai. Quando avrai invitato qualcuno a venire in chiesa farai loro conoscere il suo nome, di modo che anche loro possano pregare per questa persona e che, qualora dovesse venire in chiesa una domenica in cui tu non ci sei, sappiano individuarla ed accoglierla nel migliore dei modi, spiegando che tu sei stata impossibilitata a venire quel giorno, che avevi parlato loro di lei, invitandola a tornare la domenica dopo e a lasciare il suo numero di telefono affinché tu possa chiamarla. Non trascurare di telefonarle, esprimi la tua gioia poiché ha accettato il tuo invito. Chiedile come è andata, avrete modo di parlare della sua esperienza, tornerai ad invitarla. In ogni caso da ora in poi avrai cura di lei. Ma facciamo un passo indietro, devi ancora raggiungere il quarto obiettivo. Per raggiungerlo avrai bisogno di portare con te dei biglietti da visita con l’indirizzo della chiesa, le attività e gli orari, il numero di telefono del pastore. Su questo biglietto, quando avrai formulato l’invito, potrai scrivere a penna il tuo numero di telefono invitando a chiamare il pastore o te per informazioni o domande. Non dimenticare di avvisare il pastore, la telefonata non dovrà arrivare inaspettata. L’invito in chiesa lo formulerai alla fine della conversazione, descrivendo le varie attività e il valore positivo che hanno nella tua vita, dando maggiore enfasi all’attività di chiesa che ti sembra più appropriata ai bisogni del tuo interlocutore. Non chiedere il numero di telefono, potrebbe essere troppo presto. Se invece la persona te lo offre proponile di chiamarla qualche giorno prima dell’attività di suo interesse, in modo da ricordargliela e sapere se potrà partecipare. In ogni caso da ora in poi avrai cura di lei.</p>
<p class="second">Cara Teofila, man mano che familiarizzi con gli obiettivi da raggiungere noterai che questi diverranno parte del tuo modo di relazionarti con il mondo che ti circonda. Avrai raggiunto una fede adulta in cui la testimonianza non è un compito o un dovere tra tanti, ma il tuo habitus, la tua nuova natura. E la tua gioia sarà perfetta. La pace sia con te.</p>
<p class="second">Filantropa</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Fede e Spiritualit&#xE0;/article20120201142500</link></item><item><title><![CDATA[Israele. Quegli ebrei che credono in Gesù]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Riconoscono Gesù di Nazareth come loro Messia, ma senza per questo dirsi cristiani né abbandonare nulla della loro identità ebraica. Chi sono questi ebrei messianici le cui comunità guadagnano in importanza negli Stati Uniti, ma anche in Israele e in Europa?</p><br />
<p class=“second”>Jaffa, Tel Aviv. All’ombra dei baobab, la comunità ebrea messianica Beit Immanuel ha messo radici dal 19­70. Le correnti sioniste, ebree e cristiane vi hanno lasciato le loro tracce. La chiesa gotica è stata edificata all’inizio del secolo scorso da un gruppo di luterani tedeschi. E le case di legno che la circondano riflettono lo stile coloniale americano e risalgono alle prime ondate di migrazione dell’800. In quanto agli e­difici che ospitano la comunità e il suo albergo, essi portano il marchio del barone Platon von Ustinov – nonno dell’attore venuto dalla Russia nel 1882 – che li trasformò in albergo di lusso russo abbellito da un giardino esotico. Oggi, la comunità Beit Immanuel conta una maggioranza di cittadini israeliani tra i suoi membri, fra cui molte famiglie e giovani. Ma essa riceve regolarmente la visita di cittadini del mondo intero che vengono a lavorare come volontari o a soggiornare nel suo albergo, segnalato da molte guide turisti­che. Nel mondo, gli ebrei messianici sarebbero fra i 300. 000 e i 500. 000, secondo alcuni siti messianici e certi portali di informazione1. Una grande maggioranza risiederebbe sul continente americano e più di 10. 000 in Israele.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Comunità disperse.</p> Il responsabile di Beit Immanuel, Pietro, è cresciuto in Brasile in una famiglia «mista», tra un padre ebreo messianico e una madre protestante. Come molti altri fedeli che condividono la sua fede, celebra le feste ebraiche, ma senza dimostrarsi eccessivamente rigoroso nell’osservanza delle regole e degli usi rituali. «Credo che Dio ha creato il Sabato per me e non mi ha creato per il Sabato», dice con un sorriso. La battuta illustra uno stato d’animo. I messianici diffidano delle costrizioni e degli automatismi. Ciò spiega in parte la seduzio­ne che il movimen­to esercita su alcuni ebrei, che respingono gli obblighi della loro tradizione. Per altri, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, il fatto di aderire al movimen­to messianico è un modo di integrarsi nel contesto culturale e spiritua­le in cui vivono, senza doversi allontanare totalmente dalle loro radici. Molto influenzati dalle correnti evangelicali anglosassoni, i messianici si riuniscono in piccole comunità disperse ma molto unite. Esse hanno il sentimento di rivivere i primi tempi del cristianesimo: un’epoca in cui la Chiesa non era ancora diventata un’istitu­zione e in cui l’antisemitismo non esisteva. Alcuni condividono anche con gli evangelicali un profondo attaccamento verso lo Stato ebraico e le correnti sioniste. Tendenze molto diverse coesistono però in questo fenomeno, il cui punto comune è la fede in Gesù Cristo, considerato come il Messia e di cui si tratta di preparare il ritorno.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Proselitismo sgradito.</p> Agli occhi degli ebrei però, il fatto di credere nella messianità di Gesù basta a privare quei credenti della loro identità ebraica, anche se la loro nascita, la loro educazione e l’osservanza dei riti li legano a questa tradizione. In una presa di posizione pubblicata sul suo sito, il rabbino Pauline Bebe, responsabile della comunità ebraica liberale dell’Île-de-France, afferma che «le credenze profonde degli ebrei messianici li escludono dall’ebraismo2». Ma c’è più che distanza nel modo in cui gli ebrei considerano questa corrente messianica. «Essi vi vedono una vera minaccia ed è particolarmente vero per gli ebrei della diaspora» spiega Antoine Lévy, teologo domenicano specialista dell’ecumeni­smo. Certe comunità messianiche esercitano infatti un proselitismo che è molto mal percepito, specialmente in Israele e in Germania, dove si trovano comunità molto attive. Ma questo zelo missionario non è rappresentativo dell’insieme degli ebrei messianici, assicura Lévy. Solo una frangia del movimento chiamata «Ebrei per Gesù», che si fonda su una comprensione specifica delle profezie bibliche e che vede nella conversione degli ebrei il compimento di un piano divino3, è attivo in questo senso. Con Mark Kinzer, presidente del Messianic Jewish Theological Institute, questo domenicano di origine ebraica organizza un congresso annuale «per riflettere su questa questione di essere al tempo stesso ebrei e cristiani». Per Lévy, non si tratta «affatto di fare del proselitismo cristiano presso ebrei non messianici» ma di conoscerli meglio e di permettere a queste comunità di uscire dal loro isolamento. Perché anche se il loro movimento è chiaramente in aumento secondo lui, «si tratta di una realtà molto frammentata e nessuno può dire con certezza quanti sono». <i>(Protestinfo)</p><br />
<p class=“second”><i><DIV align="right">(Traduzione dal francese di Lucilla Tron)</DIV><br /></i></p></(i><br />
<p class=“second”>1 www. lavie. fr (22/2/2007)</p>
<p class=“second”>2 www. cjl-paris. org (20/5/2011)</p>
<p class=“second”>3 Corrente sviluppata da alcuni movimenti evangelicali americani</p>

]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Ecumene/article20120131122129</link></item><item><title><![CDATA[Cristianesimo, una storia scientifica]]></title><description><![CDATA[<p class="first">È ancora possibile scrivere un sommario di storia del cristianesimo senza scadere in banalità e triti luoghi comuni (oltreché imbattersi in pregiudiziali confessionali), senza «offrire» un lavoro di collage e, in più, con la precisazione che essa non va punto a coincidere con la «storia della Chiesa». Lo sta a dimostrare un serio manuale redatto a quattro mani, da uno storico del Cristianesimo (Gian Luca Potestà, Università Cattolica di Milano) e da uno storico delle Chiese cristiane (Giovanni Vian, Università Cà Foscari di Venezia), edito da il Mulino*. Punto di partenza, la predicazione escatologica di Gesù, per poi proseguire: la comunità delle origini con i suoi conflitti (Pietro e Paolo, il confronto con la tradizione ebraica...), l’età sub-apostolica, gli Apologeti, i Padri della Chiesa, la formazione del Nuovo Testamento...; insomma, «i principali artefici e percorsi della diffusione del messaggio evangelico intorno al bacino del Mediterraneo e oltre, fino alle regioni caucasiche, alla Persia, all’India e all’Etiopia». Il volume offre «i profili delle Chiese, dalle prime assemblee all’affermarsi della religione cristiana nell’Impero romano e al progressivo differenziarsi e divaricarsi fra istituzioni e culture dell’Occidente invaso dai barbari e dell’Oriente bizantino; fino ai nuovi rapporti giuridici e alle condizioni di vita cui, fra VII e VIII secolo, i cristiani cominciano ad essere sottoposti nei territori conquistati da musulmani». Sino a giungere ai giorni nostri, privilegiando uno sguardo sull’Occidente, al fine di andare al meglio incontro ai lettori.</p>
<p class=“second”>In un lavoro contrassegnato dalla volontà di comprendere il cristianesimo storicamente, emerge con estrema evidenza la capacità di evitare il pericolo «dell’appiattimento del profilo storico del cristianesimo, nella cui determinazione ha invece avuto un rilievo decisivo la storia intellettuale, nel senso più ampio del termine: storia non solo di dottrine, ma soprattutto delle forme e dei modi in cui si sono costituiti universi simbolici e convinzioni valoriali e morali». Un’ottica, dunque, che rende possibile vedere lo stretto intreccio, nei secoli, fra storia istituzionale e storia intellettuale.</p>
<p class=“second”>Il «viaggio a tappe» proposto dal presente manuale permette, nonostante una contingente sinteticità, di liberarsi di tanti e tanti luoghi comuni. A esempio, la conversione di Costantino con quanto ne conseguì. Con Diocleziano si ha l’ultima grande persecuzione anti-cristiana (dal 303), mentre con il suo successore Costantino (306-337) il cristianesimo diventa «religione permessa» (editto di Milano, 313). La questione non sta nell’interrogarsi sull’autenticità o meno di quella conversione alla fede cristiana, bensì nel «capire come e perché Costantino sia giunto alla svolta, e che cosa essa abbia significato per lui e per i destini dell’Impero e del cristianesimo». Sullo sfondo, il conflitto fra Costantino e Massenzio durato sei anni (306-312); per competere con quest’ultimo, al primo si rendeva necessario il «sostegno di un dio più potente e universale. Lo incontrò nel Dio dei cristiani», senza mai abbandonare (almeno fino al 320) il culto del dio Sole (Elio). A partire da tale momento in avanti, «sarebbe stato il cristianesimo a fornire all’Impero il nucleo identitario che le tradizioni di Roma non erano più in grado di garantire». L’imperatore, in ogni caso, continuava a rimanere il «pontefice massimo» e, quindi, il «supremo rappresentante terreno dell’unico Dio, ultimo responsabile dei destini della fede e massima istanza di riferimento per gli apparati ecclesiastici». Fu egli, del resto, a convocare il Concilio di Nicea (325), a lui guardava come «vicario di Dio» Eusebio di Cesarea, con ciò «precursore» di una «teologia politica».</p>
<p class=“second”>Adesso, la Riforma, iniziata sì con Martin Lutero (1517), ma preparata dai fermenti in atto nel basso Medioevo. «La Riforma costituì un vasto e articolato movimento di rinnovamento del cristianesimo e della Chiesa […]. Il rapporto tra processi in germe alla fine del Medioevo e Riforma dev’essere declinato nei termini della continuità piuttosto che in quelli della rottura: la Riforma accolse molti aspetti propri dell’epoca precedente, ma rivisitandoli profondamente». Suo concetto-chiave è il sacerdozio universale dei credenti: con esso si minava alla base «la dimensione gerarchica della Chiesa». Con l’Inquisizione controriformistica, soprattutto in Italia, il papato ingaggiò una dura lotta contro il luteranesimo «come potere centrale a livello politico».</p>
<p class=“second”>Sul contemporaneo, vengono prese in esame – fra l’altro – le posizioni delle chiese cristiane negli anni Dieci e Venti del Novecento. Nella Penisola, l’orientamento conservatore del Magistero portato avanti da metà Ottocento non è senza riflessi nel secolo successivo. La Chiesa vede complotti orditi contro di essa: «A partire dal 1920 la stampa cattolica, compreso “L’Osservatore Romano”, si impegnò a fondo nella diffusione in Europa occidentale delle tesi riportate nei falsi Protocolli dei Savi di Sion sulla presunta cospirazione ebraico-bolscevica». Siamo nei 17 anni del pontificato di Pio XI (1922-1939): l’appoggio ai regimi autoritari e fascisti, nella convinzione che essi «potessero diventare strumenti efficaci per la realizzazione di società cristiane o caratterizzate almeno in parte dal riferimento sul piano legislativo ai principi del cattolicesimo»; il Concordato con Mussolini (11 febbraio 1929), soluzione definitiva della «Questione romana»; un concordato con Hitler (20 luglio 1933), nella speranza che il nazionalsocialismo potesse «garantire l’ordine pubblico contro ogni possibile esito rivoluzionario».</p>
<p class=“second”>E l’«altra» Chiesa? In Germania, al Sinodo di Barmen (1934), il protestantesimo tedesco, in parte, sotto la guida del teologo riformato svizzero Karl Barth, redige una Dichiarazione teologica «anche se tacque completamente sulla questione dell’antisemitismo». «Comunque essa permise la formazione della Bekennende Kirche (“Chiesa confessante”) e, tra non poche oscillazioni interne, la successiva scomunica dei cristiano-tedeschi».</p>
<p class=“second”>Un paragrafo è dedicato alle «Chiese e l’antisemitismo dal secondo Ottocento alla Shoah». Verso la fine del suo pontificato, dato il radicalizzarsi dell’antisemitismo in Germania e in Italia, Pio XI si rende conto di dover procedere con estrema urgenza a «una revisione critica dell’antisemitismo, senza peraltro trovare il sostegno di gran parte dei suoi collaboratori di curia». Le leggi razziali del 1938 videro una sostanziale indifferenza da parte della maggior parte dei vescovi e della stampa cattolica. «Ben altro fu l’atteggiamento di alcuni pastori e periodici evangelici, che denunciarono con toni più o meno netti l’iniquità dei provvedimenti fascisti, mentre una parte non trascurabile delle piccole minoranze protestanti si mobilitarono tempestivamente con discrezione a favore degli ebrei».</p>
<p class=“second”>Per quanto attiene alle «Chiese cristiane negli ultimi trent’anni, tra secolarizzazione e “globalizzazione”», per Italia si possono citare il nuovo Codice di diritto canonico – promulgato da Giovanni Paolo II (1983) – che, pur esprimendo il nuovo spirito collegiale del Vaticano II, si muove all’interno di una cornice ancora intrisa di «spirito tridentino»; e il «quadro ecumenico» che, se da un lato registra progressi circa le relazioni inter-evangeliche (la nascita della Federazione delle chiese evangeliche in Italia [1967]), dall’altro, su quello con il cattolicesimo romano, con l’enciclica Ut unum sint (1995), segna il passo sul primato romano come definito dal Vaticano I (1870), «rendendo di fatto impossibile la prosecuzione del dialogo ecumenico su questo aspetto cruciale».</p>
<p class=“second”>*</p>
<p class=“second”>G. L. Potestà – G. Vian: Storia del cristianesimo, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 476, euro 28, 00.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Cultura/article20120124180426</link></item><item><title><![CDATA[Michele Serveto: una fede nell’umanità]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«Michele Serveto ebbe la singolare sfortuna di essere stato bruciato due vol­te: in effigie dai cattolici, e dai protestanti in carne e ossa (…) Il suo dibattito con Calvino (…) è in realtà il conflitto interiore tra la destra e la sinistra della Riforma». È con queste parole che si apre la biografia di Michele Serveto, pubblicata circa 60 anni fa per il 400º anniversario del suo supplizio, scrit­ta da Roland Bainton, grande specialista delle origini del protestantesimo dell’Università di Yale.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Nato nel 1511 a Villanueva, una piccola borgata di Aragona,</p> Serveto è di origine marrana da parte di sua madre, nata da una famiglia di ebrei convertiti. La sua coscienza si risveglia nel corso del breve periodo di tolleranza religiosa che conosce la Spagna del primo terzo del XVI secolo. L’edizione poliglotta completa dell’Antico e del Nuovo Testamento in ebraico e in Greco, è sta­ta appena ultimata. Il movimento degli Alumbrados – degli illuminati (...) – chiama a una «riforma della Chiesa da parte degli uomini dello Spirito», e la Corte del re Carlo, da poco eletto imperatore, si entusiasma per il pensiero umanistico di Erasmo. Dall’età di 14 anni, Serveto è al servizio del fran­cescano Juan de Quintana, un saggio umanista vicino alla Cor­te, prima di studiare diritto a Tolosa. Là, scopre che nulla nelle Scritture sostiene il dogma della Trinità, ammesso per la prima volta, così come il potere temporale del papato, dal Concilio di Nicea, nel 325. È noto che ebrei e musulmani, di cui Serveto conosceva le credenze, percepivano questo dogma come una concessione al politeismo. Nel suo schierarsi con loro su questo punto, Serveto aboliva uno dei principali confini tra le religioni del Libro. Un approccio politicamente esplosivo, soltanto una generazione dopo la vittoria definitiva dei Re Cattolici sui Mori e dopo l’espulsione degli ebrei dalla Penisola iberica, al tempo del primo assedio di Vienna da parte dei Turchi.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Indignazione luterana davanti al papa.</p> Nel 1529 egli accompagna l’imperatore al Vaticano. Del suo incontro con papa Clemente VII, lascerà una testimonianza piena di una indignazione tutta luterana: «l’abbiamo visto, portato nel fasto, sulle spalle dei principi (…) facendosi adorare dal popolo in ginocchio lungo le strade, tanto che tutti quelli che erano riusciti a bacia­re i suoi piedi o le sue pantofole si stimavano più fortunati degli altri, e proclamavano di aver ottenuto numerose indulgenze, grazie alle qua­li gli sarebbero rimessi anni di sofferenze infernali. Oh la più vile delle bestie! Oh la più sfrontata delle sgualdrine!». Nel 1530, lo ritroviamo a Basilea, da poco acquisita alla Riforma. Lì esprime chiaramente il suo rigetto della Trinità: per lui Gesù è un uomo, è Dio solo nella misura in cui l’uomo è anche capace di essere Dio; egli è figlio del Dio e­terno, e non figlio eterno di Dio. Una distinzione alla quale non rinuncerà mai, neanche ai piedi del rogo. Per quanto riguarda lo Spirito Santo, esso non è che lo spirito di Dio in noi. (...)</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Teologo, geografo e medico.</p> Quando pubblica le sue tesi, Serveto vede, una dopo l’altra, le autorità politiche e religiose ergersi contro di lui. Troverà rifugio a Lione, sotto il nome di Michele di Villeneu­ve, dove commenta la geogra­fia di Tolomeo con una sensibilità sociale acuta che lo avvicina ancora a Müntzer: «La condizione dei contadini tedeschi è spaventosa – scrive. Le autorità di ogni territorio li spogliano e li sfruttano, questo è il motivo delle recenti rivolte dei contadini e del loro sollevamento contro i nobili». Studia anche medicina a Pari­gi, questo lo porta a scoprire, a seguito del saggio arabo del 13º secolo Al-Nafis, la piccola circolazione del sangue, tra il cuore e i polmoni.</p>
<p class=“second”>Stabilitosi a Vienne, nel Delfinato, a partire dal 1540, vi eser­cita la medicina e si occupa di editoria. Lavora soprattutto alla sua summa teologica: La Restitution chrétienne. Se ne trae la sua visione di un Dio nascosto, che abita o­gni essere, in particolare l’uomo, e tutte le cose. Da cui la sua difesa del battesimo in età adulta, in quanto atto cosciente e volontario, che lo avvicina, una volta di più a Müntzer e agli anabattisti. Sappiamo che questa sfida all’autorità delle chiese e dei principi sarà oggetto di una sanguinosa repressione nei secoli XVI e XVII.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Uccidere un uomo, non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo.</p> (…) Inizia una corrispondenza con Calvino, mandandogli imprudentemente il manoscritto della sua opera. Il riformatore confida allora a Farel: «Se verrà qui (…) non lo lascerò più ripartire vivo». Il libro di Serveto è pubblicato clandestinamente in gennaio 1553, prima di cadere tra le mani di un amico di Calvino, Guglielmo di Tries, che rivela il nome del suo autore a suo cugino di Vienne affinché lo denunci all’inquisizione. Al delatore però viene chiesto di ottene­re prove da Ginevra, che soltanto Calvino può fornire. (...) Serveto viene arrestato il 4 aprile, ma riesce a evadere tre giorni dopo. È quindi condannato a essere bruciato in effigie, insieme ai suoi libri. Il 13 agosto, di passaggio a Ginevra per ragioni che non è stato possibile stabilire con certezza, viene riconosciuto e arrestato, su espressa richiesta di Calvino. Interrogato dal Piccolo Consiglio, e in seguito dal procuratore generale Rigot, vicino ai Vecchi Ginevrini, si difende con le unghie e con i denti. Ne segue una disputa teologica per i­scritto con Calvino, comunicata alle altre città svizzere per pareri, che lo dichiarano colpe­vole. Il 27 ottobre, è condannato a essere arso vivo per le sue opinioni sulla Trinità e sul battesimo, prima di essere condotto al supplizio da Farel, senza abiurare.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Questa crudele messa a morte di un «eretico» fu pienamente sostenuta dalla Signoria ginevrina</p>, ivi compresi gli avversari di Calvino, e non suscitò alcuna opposizione tra le autorità delle città svizzere. In compenso, fu contestata da più di una voce tra gli amici della Riforma. La più no­ta fu quella di Sébastien Castellion, che si indignerà per l’uso della violenza per far trionfare un’idea: «Uccidere un uomo, non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. (…) Dato che Serveto ha combattuto con degli scritti e delle ragioni, bisognava respingerlo con delle ragioni e degli scritti», scriverà nel 1554, nel suo Contra libellum Calvini. (...)</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Statua concepita prima del Muro dei Riformatori.</p> Era ora che inaugurassimo a Ginevra questa statua di Michele Serveto, opera di Clotilde Roch, scultrice ginevrina e discepola di Rodin. Concepita più di cento anni fa, prima ancora del Muro dei Riformatori, su richiesta di un comitato internazionale di liberi pensatori, essa era stata rifiutata dalle autorità municipali di allora. Nel 1908 il comitato di sostegno si era quindi rassegnato a offrirla ad Annemasse, che l’accolse a braccia aperte. Ma la sua storia non si ferma lì: quel bronzo è stato distrutto nel 1942, su ordine del governo di Vichy, e probabilmente riciclato dall’industria bellica tedesca. Per questo, sotto l’occupazione nazista, la resistenza renderà omaggio a questa effigie come a una delle prime «vittime del fascismo» in Francia. Dopo la Guerra, sarà ricostruita identica e inaugurata per la seconda volta, nella stessa città, nel 1960.</p>
<p class=“second”>In occasione del 500º anniversario della nascita di questo umanista coerente, appena due anni dopo il voto degli Svizzeri per il divieto di costruzione dei minareti, dobbiamo sapere dare oggi il posto che merita nel cuore dei ginevrini a quell’ini­ziatore del riavvicinamento tra cristiani, ebrei e musulmani; a quel traghettatore ai confini di diverse culture; a quel difensore dei deboli e degli oppressi; a quell’intellettuale esigente e coraggioso; infine, a quel contemporaneo delle spedizioni coloniali di Her-­ nán Costés e di Francisco Pizzaro, che probabilmente ha ancora molte cose da dirci sulle grandezze e le miserie della globalizzazione del primo XVI secolo, come su quelle del secolo che sta iniziando. <i>(Protestinfo/tratto dal blog di Jean Batou su «La Tribune de Genève»)</i></p><br /><br /
<p class=“second”><i><DIV align="right">(Traduzione dal francese di Lucilla Tron)</DIV><br /></i></p>

]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Villaggio Globale/article20120131124339</link></item><item><title><![CDATA[L’attaccamento agli idoli d’oro]]></title><description><![CDATA[<p class="first">L’episodio del giovane ricco è la storia triste di uno che avrebbe potuto essere un discepolo, e non ha saputo dire «Sì». È un giovane pio, osservante, pieno di buone intenzioni: quando vede Gesù che «usciva per la via» gli corre dietro, si inginocchia davanti a lui, lo chiama umilmente «maestro buono», gli chiede di essere la sua guida spirituale. E Gesù, che qui rifiuta polemicamente l’appellativo di «buono» («nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio»), gli fa un gelido elenco dei comandamenti, che ciascun buon ebreo doveva applicare, e che il giovane osservava fin da ragazzo, come umilmente ancora gli risponde. Gesù quindi, che finora è sembrato come indifferente, distratto, cambia impercettibilmente atteggiamento: «riguardatolo in viso, l’amò». Vede nel cuore di questo giovane, vede lo sforzo di coerenza, il desiderio di quella «perfezione» del credente che egli stesso predica, nell’essere «perfetti come il Padre», e quindi lo ama, lo sceglie, e gli rivolge la chiamata al discepolato, invitandolo a vendere tutti i suoi beni e darli ai poveri: «poi vieni e seguimi».</p>
<p class=“second”>E qui la situazione si capovolge, la corrente d’amore, di umiltà, di preghiera si spezza: il giovane non parla più, non risponde a quella richiesta integrale di amore, non sta più in ginocchio: si alza rattristato, e se ne va via tutto pieno di dolore «perché aveva molti beni». Il tema della ricchezza, in quanto attaccamento ai propri beni, è qui delineato con chiarezza: il giovane ricco sembra impersonare il monito di Gesù nel sermone sul monte: «Non fatevi tesori sulla terra (…) Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore» (Mt. 6, 19-21). Ecco, è il cuore del giovane che non è aperto all’amore di Gesù: è innamorato del proprio benessere, di tutti i vantaggi che la ricchezza può procurare, e anche si deve occupare del business da mattina a sera. Gesù stesso poi preciserà ai suoi discepoli: «Figlioli, quanto è difficile per quelli che confidano nelle ricchezze entrare nel regno di Dio!».</p>
<p class=“second”>Mentre la chiamata ai discepoli, povera gente, ha un effetto immediato, chi ha il cuore nei tesori è impastoiato, e non può seguirlo. La vocazione alla totale povertà, nei secoli, ha dato origine a vite eroiche di testimoni dell’Evangelo, a «regole» e istituzioni nelle varie confessioni cristiane. E di certo non tutti i credenti hanno avuto e hanno una tale impegnativa chiamata. Ma per ogni credente anche piccolo, in ogni tempo c’è comunque il monito verso l’ «attaccamento» agli idoli d’argento e d’oro contro i quali già Mosè e i profeti mettevano in guardia. In tempi difficili come il nostro, il tema della generosità, oltre che un dovere civico, ridiventa guida centrale per noi singoli e per le nostre comunità.</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=/www/MW_qnGGRPqnq/riforma.it/xml/Bibbia e Attualit&#xE0;/bibbiattualita20120201164840</link></item></channel></rss>

