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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[«Rallegratevi ed esultate...»]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei Cieli» (Matteo 5, 12). Con questo celebre versetto che conclude il capitolo evangelico sulle Beatitudini, si è voluto guidare il Forum Europeo dei Gruppi Lgbt Cristiani, tenutosi quest’anno dal 23 al 27 giugno a Barcellona. Rappresentanti di gruppi e associazioni di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali cristiani da ogni parte d’Europa, sia occidentale che orientale, ma anche dagli Stati Uniti, si sono ritrovati nella soleggiata città catalana per prendere parte all’Assemblea annuale, che caratterizza, in una assise annuale, il lavoro che la Tavola (organo rappresentativo) del Forum coordina annualmente. La delegazione italiana era composta da Fabio Regis per il progetto Gionata, con cui già condivisi nel 2009 l’esperienza del Forum a Helsinki, e da chi scrive.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Il «Pre-Forum»</p>
<p class=“second”>Il secondo giorno è stato caratterizzato dal «Pre-Forum», incontri e dibattiti sia in gruppi che in assemblea plenaria, uomini e donne divisi, presso il centro congressi «La Farinera». Tema dominante è stato il rapporto tra pedofilia e potere, in ambito sociale e religioso, sull’onda degli scandali sugli abusi balzati agli onori della cronaca negli ultimi mesi, indirizzando il pensiero verso i modelli di chiese gerarchiche che talvolta sostituiscono l’idea di un ministero di servizio con uno di potere, che tra l’altro è il centro nevralgico della discriminazione a carico delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali ma anche delle donne ministre di culto, in quanto dà alle gerarchie il diritto di decidere chi è «dentro» e chi è «fuori» dalla comunione con la chiesa stessa.</p>
<p class=“second”>La cerimonia di apertura dei lavori nel centro congressi «Orfeò Martinenc» è stata guidata dalla pastora belga Nathalie Reverdin, attualmente in servizio presso la Chiesa evangelica di Catalogna. Si è voluto usare come emblema dell’evento la Sagrada Familia, un luogo di culto progettato da Gaudì ancora incompiuto, su cui simbolicamente tutte e tutti noi siamo chiamati a porre una pietra, per completare la Chiesa con la nostra testimonianza, con gioia, nonostante le sofferenze, accompagnati dalla meditazione sul brano evangelico delle Beatitudini, con l’ausilio dei commentari biblici a opera di Suzanne de Dietrich e del Card. Carlo Maria Martini. Il testo, riproposto anche durante il culto ecumenico tenutosi nella chiesa Mare de Deu de l’Ajuda di Barcellona, concelebrato da sacerdoti cattolici, pastori protestanti e da un religioso ortodosso, ci richiama a rinnovare la nostra fede e ci incoraggia a lavorare per i diritti di tutti coloro che sono perseguitati nel mondo.</p>
<p class=“second”> <p class="chaptitle">La «Destituzione del Patriarcato»</p>
<p class=“second”>Molto toccante è stata la tavola rotonda sulla «Destituzione del Patriarcato», tenuta da Rosa M. Playà, rappresentante dell’associazione delle famiglie omogenitoriali della catalogna, di Ramon M. Nogués, antropologo, e da Mercè Otero Vidal, esponente del movimento femminista, durante la quale è stato mostrato uno spaccato sociale della Spagna odierna, dove moltissimi diritti sono stati conquistati a livello civile e politico, ma dove occorre ancora un certo tipo di lavoro nel sentire comune della società.</p>
<p class=“second”>Diverse sono state le tematiche affrontate durante i gruppi di lavoro: dalle letture femministe della Bibbia, al tema dell’Hiv, dai modelli di ministero cattolico, al tema dell’immigrazione in relazione con l’omosessualità, dal-l’evoluzione della legislazione spagnola nell’ambito dei diritti civili, al tema dell’intersessualità e del rapporto tra anima e corpo. Personalmente ho partecipato a due gruppi. Il primo ha interessato un brillante percorso di esegesi e di lettura biblica in un ottica femminista, analizzando i personaggi di Marta e Maria, con l’aiuto di Neus Forcano, filologa e studiosa della teologia femminista. Il secondo, a cura dell’avvocato Ricardo de la Rosa, verteva sulla storia della legislazione spagnola e catalana, a partire dal regime repressivo del franchismo fino alle conquiste democratiche dei giorni nostri. Ciò che più mi ha colpito è l’assenza del concetto di un matrimonio eterosessuale e di un matrimonio equipollente per coppie omosessuali (come accade già in molti Paesi europei come nel Regno Unito ad esempio): il matrimonio è uno e uno soltanto, e vale per tutti a prescindere dal sesso dei nubendi.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Gli incontri con protestanti europei</p>
<p class=“second”>Molte sono le aperture che le chiese protestanti hanno adottato nei confronti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali: non è infatti atipica la presenza di pastori protestanti omosessuali legittimamente sposati nella propria chiesa, e riconosciuti anche dallo Stato come coppia (Norvegia, Svezia). La mia speranza è che le coppie omosessuali in un futuro possano sposarsi civilmente e religiosamente, laddove possibile, anche nel nostro Paese. Importanti aperture, sebbene meno eclatanti rispetto a quelle legate al protestantesimo nordeuropeo, a differenza di quanto accade in Italia, provengono anche da realtà legate al cattolicesimo romano, specialmente in Germania.</p>
<p class=“second”>Tra i compiti futuri del Forum europeo nel suo lavoro contro le discriminazioni ai danni di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, specialmente nei Paesi del-l’Est europeo e del Sud Europa, si collocano la partecipazione all’incontro ecumenico di Kingston (Giamaica) nel 2011, la partecipazione all’incontro del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) in Corea del Sud nel 2013 e l’importante richiesta, presentata dal rappresentante dell’Armenia, Karen Badalyan, di adesione del Forum al Consiglio d’Europa di Strasburgo come organizzazione non governativa e approvata dai delegati all’unanimità. Con una mozione presentata dal rappresentante italiano del Progetto Gionata, Fabio Regis, l’Assemblea ha approvato al-l’unanimità la proposta di istituire un gruppo di lavoro internazionale sulle Veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Preghiera comunitaria</p>
<p class=“second”>I lavori dei delegati del Forum si sono conclusi con un suggestivo momento di preghiera comunitario. Gesti fraterni, come lo scambio ecumenico della Cena del Signore sotto entrambe le specie e l’imposizione dell’olio l’uno sulla fronte dell’altro, hanno cementificato legami di amicizia internazionali e interconfessionali e realizzato l’essere tutti chiesa insieme, uniti nella diversità, al di là delle diversità.</p>
<p class=“second”>Suggestivo è stato il Gay Pride di sabato 26 giugno, dove abbiamo sfilato lungo la Rambla fino al municipio di Barcellona con lo striscione del Forum. Emozionante vedere donne e uomini di diverse fasce d’età, nazionalità, orientamenti sessuali e identità di genere, che sventolavano ognuno la bandiera del proprio Paese, far festa tutti insieme, in un Paese che ha superato molti pregiudizi, rafforzato la laicità dello Stato su diversi temi, e garantito diritti civili a persone che altrove sono ancora cittadini di serie B.</p>
<p class=“second”>Il prossimo appuntamento del Forum europeo sarà dal 5 all’8 maggio 2011 a Berlino.</p>
<p class=“second”>*rappresentante del Gruppo Varco-Refo di Milano</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Villaggio Globale/article20100714115038</link></item><item><title><![CDATA[Porre fine alla repressione contro le minoranze etniche]]></title><description><![CDATA[<p class="first">In un nuovo rapporto diffuso il 16 febbraio scorso, Amnesty International ha chiesto al governo di Myanmar di porre fine alla repressione contro le minoranze etniche prima dello svolgimento delle elezioni locali e nazionali. Il rapporto di 58 pagine, intitolato La repressione degli attivisti delle minoranze etniche in Myanmar, si basa sulle testimonianze raccolte tra agosto 2007 e agosto 2009 di oltre 700 attivisti che rappresentano le sette principali minoranze, tra cui i rakhine, gli shan, i kachin e i chin.</p>
<p class=“second”>Nel periodo preso in esame, gli attivisti che si battono per i diritti umani delle minoranze etniche sono stati arrestati, imprigionati e, in alcuni casi, torturati e uccisi. Nello svolgimento delle loro legittime attività, inoltre, sono stati sottoposti a invadenti forme di sorveglianza, a intimidazioni e a provvedimenti discriminatori.</p>
<p class=“second”>«Le minoranze etniche svolgono un ruolo importante, anche se raramente riconosciuto, nell’opposizione politica del Paese» – ha dichiarato Benjamin Zawacki, esperto di Amnesty su Myanmar. «La reazione del governo nei loro confronti è molto dura e temiamo che la situazione peggiori con l’approssimarsi delle elezioni».</p>
<p class=“second”>Molti attivisti hanno raccontato ad Amnesty di aver subito la repressione del governo quando hanno preso parte a un più ampio movimento di protesta, come avvenuto negli stati di Rakhine e Kachin nel corso della «rivoluzione zafferano» guidata dai monaci buddisti nel 2007. Altri sono stati presi di mira a seguito di iniziative specifiche, come la raccolta di firme contro la costruzione di una diga nello stato di Kachin.</p>
<p class=“second”>Anche un’espressione apparentemente innocua di dissenso politico viene punita duramente, come nel caso di un gruppo di giovani karenni arrestati per aver fatto navigare in un fiume piccole barche con su scritto «no» (alla bozza di Costituzione del 2008).</p>
<p class=“second”>«Gli attivisti di Myanmar non si trovano solo nelle regioni centrali e nei centri urbani. Per risolvere l’assai preoccupante crisi dei diritti umani del paese, occorre tenere in considerazione i diritti e le aspirazioni dell’ampia parte di popolazione composta da minoranze etniche» – ha sottolineato Zawacki.</p>
<p class=“second”>Oltre 2100 prigionieri politici, molti dei quali appartenenti a minoranze etniche, languono nelle prigioni di Myanmar in condizioni deplorevoli. Nella maggior parte dei casi, si tratta di prigionieri di coscienza, condannati solo per l’espressione pacifica delle proprie opinioni.</p>
<p class=“second”>Amnesty chiede al governo di Myanmar, in vista delle elezioni, di abolire tutte le limitazioni alla libertà di associazione, riunione e religione, rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i prigionieri di coscienza e consentire ai mezzi d’informazione indipendenti di seguire liberamente lo svolgimento della campagna elettorale e del processo elettorale.</p>
<p class=“second”>L’organizzazione per i diritti umani chiede anche ai governi dei Paesi confinanti con Myanmar, riuniti nel­l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico e alla Cina, il principale sponsor del Paese, di esercitare pressioni affinché il governo di Myanmar garantisca la piena partecipazione della popolazione al processo elettorale e assicuri libertà di espressione e di manifestazione pacifica.</p>
<p class=“second”>«Il governo di Myanmar dovrebbe guardare alle elezioni come a un’opportunità per migliorare la situazione dei diritti umani e non come a un pretesto per inasprire la repressione contro il dissenso, specialmente quello delle minoranze etniche» – ha concluso Zawacki.</p>
<p class=“second”>Prime elezioni dopo 20 anni</p>
<p class=“second”>Nel 2010 si svolgeranno le prime elezioni locali e nazionali dopo 20 anni. Le ultime si svolsero nel 1990 e in quel-l’occasione la maggioranza dei voti andò alla Lega nazionale per la democrazia e a una coalizione di partiti espressione delle minoranze etniche. I militari al potere, che due anni prima avevano stroncato le proteste uccidendo almeno 3000 dimostranti, ignorarono il risultato elettorale e continuarono a reprimere l’opposizione politica. La più nota rappresentante del movimento per i diritti umani, Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, ha trascorso in diverse forme di detenzione 15 degli ultimi 20 anni.</p>
<p class=“second”>Nel 2007 i monaci dello stato di Rakhine diedero vita a un movimento di protesta contro le scelte politiche ed economiche del governo. Le manifestazioni di quella che venne chiamata la «rivoluzione zafferano» si estesero a tutto il paese.</p>
<p class=“second”>Nel maggio 2008, una settimana dopo che il ciclone Nargis aveva devastato il Paese, il governo celebrò un referendum su una bozza di Costituzione. Secondo i risultati ufficiali, il 99% degli aventi diritto si recò ai seggi e il 92, 4% dei votanti approvò il testo. La Costituzione, sebbene in teoria consenta una più ampia rappresentanza politica nei governi locali, garantisce ai militari di continuare a dominare il governo centrale.</p>
<p class=“second”>Le minoranze etniche costituiscono dal 35 al 40% della popolazione di Myanmar e sono la maggioranza nei sette stati etnici. Ognuno dei sette principali gruppi etnici ha lanciato una rivolta armata contro il governo e alcune di queste sono ancora in corso. In questo contesto, Amnesty ha documentato gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità commessi dal governo contro i ribelli e la popolazione civile. (ai)</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/newspage.php?id=news20100422091831</link></item><item><title><![CDATA[Colombia: sempre più sotto attacco i nativi ]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Secondo un rapporto presentato il 23 febbraio scorso da Amnesty International, nel corso del 2009 gli attacchi contro le popolazioni native della Colombia sono aumentati e hanno costretto molte comunità a lottare per la loro stessa sopravvivenza.</p>
<p class=“second”>Il rapporto di Amnesty, intitolato La lotta per la sopravvivenza e la dignità: le violazioni dei diritti umani contro le popolazioni native della Colombia, chiama in causa i gruppi della guerriglia, le forze di sicurezza e i paramilitari, responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, minacce, abusi sessuali contro le donne, arruolamento di bambini soldato, espulsioni dalle terre e persecuzione ai danni degli attivisti.</p>
<p class=“second”>«Le popolazioni native colombiane sono sempre più sotto attacco. Il governo deve agire immediatamente per proteggerle» – ha dichiarato Marcelo Pollack, ricercatore di Amnesty sulla Colombia.</p>
<p class=“second”>Secondo i dati forniti dal-l’Organizzazione nazionale indigena della Colombia, solo nel 2009 almeno 114 nativi, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e migliaia costretti a lasciare le proprie terre. I crimini commessi nei loro confronti vengono raramente sottoposti a indagini da parte delle autorità.</p>
<p class=“second”>Le migliaia di nativi espulsi dalle terre vivevano spesso in aree dove erano in corso violenti scontri militari o su terre ricche dal punto di vista della biodiversità e delle riserve minerarie e petrolifere. Molti altri nativi sono stati costretti a rimanere perché i gruppi armati hanno minato le zone circostanti.</p>
<p class=“second”>L’accesso al cibo e alle cure mediche essenziali è stato a sua volta bloccato dalle forze in conflitto, con l’argomento che altrimenti sarebbero stati consegnati al «nemico». Tutti i protagonisti di questo scontro hanno occupato scuole usandole come basi militari, negando l’accesso all’istruzione alle comunità native e mettendo in pericolo l’incolumità degli insegnanti. «Se le autorità non si muovono rapidamente per proteggere le comunità native, molte di esse rischiano di sparire» – ha commentato Pollack.</p>
<p class=“second”>Oltre la metà dei nativi uccisi nel 2009 apparteneva alla comunità awá. Questa comunità possiede collettivamente il terreno e i fiumi del «resguardo» (riserva indigena) di El Gran Rosario, situato nella municipalità di Tumaco, nel dipartimento sudoccidentale di Nariño. La zona riveste un’importanza strategica per le parti in conflitto e vede l’attiva presenza dei guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Farc) e dell’Esercito di liberazione nazionale, delle forze di sicurezza e dei narcotrafficanti.</p>
<p class=“second”>Il 26 agosto 2009, 12 awá, compresi sei bambini e un neonato di otto mesi, sono stati uccisi e molti altri sono stati feriti da uomini incappucciati che indossavano uniformi militari. Tra le vittime, Tullia García, assassinata insieme ai figli, aveva assistito all’omicidio del marito Gonzalo Rodríguez, ucciso dai militari il 23 maggio dello stesso anno, e da allora aveva ricevuto minacce di morte. Dopo il massacro, 300 awá, tra cui 100 bambini, sono fuggiti verso Tumaco, lasciando case, beni personali e bestiame alle loro spalle. Settimane dopo l’arrivo in città, vivevano ancora in luoghi di fortuna o dormivano all’aperto, con poco cibo, acqua scarsa e senza servizi igienici. Il 4 febbraio 2009, 15 awá, tra cui due donne incinte, erano stati assassinati dalle Farc nella municipalità di Barbacoas, dipartimento di Nariño.</p>
<p class=“second”>Amnesty International chiede a tutte le parti attive nel conflitto di rispettare il diritto delle comunità native a non essere coinvolte e trascinate nelle ostilità e di tutelare i territori in cui esse vivono e da cui dipendono per il loro sostentamento.</p>
<p class=“second”>Il conflitto armato che va avanti da 40 anni ha coinvolto milioni di persone in tutto il paese provocando decine di migliaia di uccisioni, torture e sparizioni. La maggior parte delle vittime sono civili. <i>(ai)</i></p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/newspage.php?id=news20100422091613</link></item><item><title><![CDATA[Appello del Cec per una risoluzione pacifica del conflitto]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Il Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) ha chiesto alle proprie chiese membro di agire a favore di una risoluzione del conflitto in Colombia, del rispetto integrale dei diritti della persona e dell’abbandono del «Piano Colombia». «Il violento conflitto in Colombia potrà cessare soltanto per mezzo del dialogo e di negoziati politici», ha affermato il Comitato esecutivo del Cec in una nota adottata al termine della sua riunione svoltasi dal 23 al 26 febbraio scorso a Bossey, vicino a Ginevra.</p>
<p class=“second”>La nota del Cec chiede alle chiese degli Stati Uniti «di esortare il proprio governo a mettere immediatamente termine» al «Piano Colombia», programma di aiuto finanziario e militare degli Usa teso a soffocare la produzione di droga e a formare l’esercito colombiano alla lotta contro i gruppi ribelli.</p>
<p class=“second”>Il Comitato esecutivo del Cec chiede inoltre che ogni aiuto straniero alla Colombia «venga riassegnato a fini umanitari abbandonando gli obiettivi militari, e che un accento venga posto su un maggiore rispetto dei diritti della persona nel Paese». La nota del Cec «chiama i responsabili religiosi della Colombia a proseguire i loro sforzi di promozione di una risoluzione pacifica del conflitto, del disarmo dei paramilitari e del ripristino dello Stato di diritto».</p>
<p class=“second”>La Colombia sta attraversando «una delle crisi umanitarie più gravi al mondo», ha affermato il Comitato esecutivo. Per via di un lunghissimo conflitto che dura da oltre cinque decenni, «migliaia di persone hanno perso la vita» e «milioni di individui sono stati dislocati con la forza, per lo più autoctoni, afro-colombiani e contadini».</p>
<p class=“second”>Nel ricordare la lunga storia del Cec in materia «di accompagnamento del popolo colombiano nella sua lotta affinché il conflitto armato prenda fine», il Comitato esecutivo del Cec chiede alle proprie chiese membro «preghiere e atti di solidarietà concreta». (cec media)</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/newspage.php?id=news20100422091432</link></item><item><title><![CDATA[La Nigeria denuncia l’appello scissionista di Gheddafi]]></title><description><![CDATA[<p class="first">I responsabili politici e religiosi della Nigeria sono rimasti indignati dall’appello lanciato dal presidente libico Gheddafi di spartire il Paese più popolato dell’Africa in due Stati, uno per i cristiani e l’altro per i musulmani. La Nigeria ha richiamato il proprio ambasciatore in Libia per consultazione, dicendo che le parole di Gheddafi erano insensibili e irresponsabili.</p>
<p class=“second”>Il 17 marzo Muammar Gheddafi ha dichiarato che la spartizione ha salvato molte vite in India e in Pakistan e ha affermato che la scissione in due della Nigeria «avrebbe posto fine ai massacri e agli incendi di luoghi di culto». È quanto ha detto il presidente libico in un discorso rivolto agli studenti, ripreso dall’agenzia di Stato libica Jana.</p>
<p class=“second”>«Le popolazioni musulmana e cristiana di questo Paese non hanno mostrato alcun segno che lasciasse pensare che non possano coesistere pacificamente», ha dichiarato il pastore Ola Makinde, della Chiesa metodista della Nigeria. Per il pastore John Hayab, portavoce dell’Associazione cristiana della Nigeria, nel Nord della Nigeria, non bisogna tener conto del suggerimento di Gheddafi. Ha sottolineato che l’ex presidente dell’Unione africana sostiene il terrorismo di Stato attraverso il mondo.</p>
<p class=“second”>L’Ahmadiyya Muslim Jamàat in Nigeria ha detto che le parole di Gheddafi sono fuori luogo, aggiungendo che la Nigeria ha bisogno di un vero federalismo.</p>
<p class=“second”>Il capo della corrente Ahmadista in Nigeria, Moshood Adenrele Fashola, ha dichiarato alla Convenzione annuale della Jamàat:  «Non dobbiamo essere divisi in due, perché siamo fratelli e sorelle. Ciò che succede a Jos è più una questione etnica che religiosa».</p>
<p class=“second”>Per Gheddafi invece, le violenze ricorrenti che si stanno verificando nella regione di Jos, nel centro della Nigeria, costituiscono «un profondo conflitto di natura religiosa», causato dallo Stato federale «che è stato costituito e imposto dai Britannici nonostante la resistenza oppostagli dal popolo». <i>(eni)</i></p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/newspage.php?id=news20100422091223</link></item><item><title><![CDATA[Per ottenere la tessera sanitaria, bisogna togliere il velo]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Secondo un decreto emesso dalla Commissione dei diritti della persona e dei diritti della gioventù del Québec (Cdpdj), le musulmane che indossano il velo devono scoprirsi il viso per fare una domanda di tessera sanitaria. Inoltre, in una decisione resa pubblica a metà marzo, la Cdpdj ha stabilito che negli uffici dell’assicurazione malattia le donne musulmane non possono esigere di essere servite da donne.</p>
<p class=“second”>Queste recenti decisioni rispecchiano gli sforzi fatti in Canada per tentare di trovare un equilibrio tra diritti delle minoranze e diritti religiosi da un lato e uguaglianza tra i sessi dall’altro. Esse hanno suscitato virulenti dibattiti in tutto il Paese.</p>
<p class=“second”>Nel 2008 e nel 2009, soltanto 10 persone sulle 146. 000 che avevano fatto domanda di tessera sanitaria hanno sollecitato una deroga per la foto perché indossavano il niqab o la burqa.</p>
<p class=“second”>La Cdpdj ha precisato che chiedere a una donna di togliersi il velo per confermare la propria identità non va contro la sua libertà di religione. E ha aggiunto che il servizio di assicurazione malattia non ha l’obbligo di presentare un’impiegata di sesso femminile per servire una donna che indossa il niqab o la burqa.</p>
<p class=“second”>All’inizio di marzo, una musulmana ha fatto querela inerente ai diritti della persona per essere stata espulsa da un collegio del Québec nel 2009 perché aveva rifiutato di togliere il velo. La donna, di origine egiziana, era iscritta a un corso di francese sovvenzionato dal governo per gli immigranti giunti di recente a Montréal. La scuola aveva affermato che il niqab interferiva con l’insegnamento della lingua. Il suo caso non è stato ancora esaminato dalla Cdpdj. <i>(eni)</i></p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/newspage.php?id=news20100422091018</link></item></channel></rss>
