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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[Michele Serveto: una fede nell’umanità]]></title><description><![CDATA[<p class="first">«Michele Serveto ebbe la singolare sfortuna di essere stato bruciato due vol­te: in effigie dai cattolici, e dai protestanti in carne e ossa (…) Il suo dibattito con Calvino (…) è in realtà il conflitto interiore tra la destra e la sinistra della Riforma». È con queste parole che si apre la biografia di Michele Serveto, pubblicata circa 60 anni fa per il 400º anniversario del suo supplizio, scrit­ta da Roland Bainton, grande specialista delle origini del protestantesimo dell’Università di Yale.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Nato nel 1511 a Villanueva, una piccola borgata di Aragona,</p> Serveto è di origine marrana da parte di sua madre, nata da una famiglia di ebrei convertiti. La sua coscienza si risveglia nel corso del breve periodo di tolleranza religiosa che conosce la Spagna del primo terzo del XVI secolo. L’edizione poliglotta completa dell’Antico e del Nuovo Testamento in ebraico e in Greco, è sta­ta appena ultimata. Il movimento degli Alumbrados – degli illuminati (...) – chiama a una «riforma della Chiesa da parte degli uomini dello Spirito», e la Corte del re Carlo, da poco eletto imperatore, si entusiasma per il pensiero umanistico di Erasmo. Dall’età di 14 anni, Serveto è al servizio del fran­cescano Juan de Quintana, un saggio umanista vicino alla Cor­te, prima di studiare diritto a Tolosa. Là, scopre che nulla nelle Scritture sostiene il dogma della Trinità, ammesso per la prima volta, così come il potere temporale del papato, dal Concilio di Nicea, nel 325. È noto che ebrei e musulmani, di cui Serveto conosceva le credenze, percepivano questo dogma come una concessione al politeismo. Nel suo schierarsi con loro su questo punto, Serveto aboliva uno dei principali confini tra le religioni del Libro. Un approccio politicamente esplosivo, soltanto una generazione dopo la vittoria definitiva dei Re Cattolici sui Mori e dopo l’espulsione degli ebrei dalla Penisola iberica, al tempo del primo assedio di Vienna da parte dei Turchi.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Indignazione luterana davanti al papa.</p> Nel 1529 egli accompagna l’imperatore al Vaticano. Del suo incontro con papa Clemente VII, lascerà una testimonianza piena di una indignazione tutta luterana: «l’abbiamo visto, portato nel fasto, sulle spalle dei principi (…) facendosi adorare dal popolo in ginocchio lungo le strade, tanto che tutti quelli che erano riusciti a bacia­re i suoi piedi o le sue pantofole si stimavano più fortunati degli altri, e proclamavano di aver ottenuto numerose indulgenze, grazie alle qua­li gli sarebbero rimessi anni di sofferenze infernali. Oh la più vile delle bestie! Oh la più sfrontata delle sgualdrine!». Nel 1530, lo ritroviamo a Basilea, da poco acquisita alla Riforma. Lì esprime chiaramente il suo rigetto della Trinità: per lui Gesù è un uomo, è Dio solo nella misura in cui l’uomo è anche capace di essere Dio; egli è figlio del Dio e­terno, e non figlio eterno di Dio. Una distinzione alla quale non rinuncerà mai, neanche ai piedi del rogo. Per quanto riguarda lo Spirito Santo, esso non è che lo spirito di Dio in noi. (...)</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Teologo, geografo e medico.</p> Quando pubblica le sue tesi, Serveto vede, una dopo l’altra, le autorità politiche e religiose ergersi contro di lui. Troverà rifugio a Lione, sotto il nome di Michele di Villeneu­ve, dove commenta la geogra­fia di Tolomeo con una sensibilità sociale acuta che lo avvicina ancora a Müntzer: «La condizione dei contadini tedeschi è spaventosa – scrive. Le autorità di ogni territorio li spogliano e li sfruttano, questo è il motivo delle recenti rivolte dei contadini e del loro sollevamento contro i nobili». Studia anche medicina a Pari­gi, questo lo porta a scoprire, a seguito del saggio arabo del 13º secolo Al-Nafis, la piccola circolazione del sangue, tra il cuore e i polmoni.</p>
<p class=“second”>Stabilitosi a Vienne, nel Delfinato, a partire dal 1540, vi eser­cita la medicina e si occupa di editoria. Lavora soprattutto alla sua summa teologica: La Restitution chrétienne. Se ne trae la sua visione di un Dio nascosto, che abita o­gni essere, in particolare l’uomo, e tutte le cose. Da cui la sua difesa del battesimo in età adulta, in quanto atto cosciente e volontario, che lo avvicina, una volta di più a Müntzer e agli anabattisti. Sappiamo che questa sfida all’autorità delle chiese e dei principi sarà oggetto di una sanguinosa repressione nei secoli XVI e XVII.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Uccidere un uomo, non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo.</p> (…) Inizia una corrispondenza con Calvino, mandandogli imprudentemente il manoscritto della sua opera. Il riformatore confida allora a Farel: «Se verrà qui (…) non lo lascerò più ripartire vivo». Il libro di Serveto è pubblicato clandestinamente in gennaio 1553, prima di cadere tra le mani di un amico di Calvino, Guglielmo di Tries, che rivela il nome del suo autore a suo cugino di Vienne affinché lo denunci all’inquisizione. Al delatore però viene chiesto di ottene­re prove da Ginevra, che soltanto Calvino può fornire. (...) Serveto viene arrestato il 4 aprile, ma riesce a evadere tre giorni dopo. È quindi condannato a essere bruciato in effigie, insieme ai suoi libri. Il 13 agosto, di passaggio a Ginevra per ragioni che non è stato possibile stabilire con certezza, viene riconosciuto e arrestato, su espressa richiesta di Calvino. Interrogato dal Piccolo Consiglio, e in seguito dal procuratore generale Rigot, vicino ai Vecchi Ginevrini, si difende con le unghie e con i denti. Ne segue una disputa teologica per i­scritto con Calvino, comunicata alle altre città svizzere per pareri, che lo dichiarano colpe­vole. Il 27 ottobre, è condannato a essere arso vivo per le sue opinioni sulla Trinità e sul battesimo, prima di essere condotto al supplizio da Farel, senza abiurare.</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Questa crudele messa a morte di un «eretico» fu pienamente sostenuta dalla Signoria ginevrina</p>, ivi compresi gli avversari di Calvino, e non suscitò alcuna opposizione tra le autorità delle città svizzere. In compenso, fu contestata da più di una voce tra gli amici della Riforma. La più no­ta fu quella di Sébastien Castellion, che si indignerà per l’uso della violenza per far trionfare un’idea: «Uccidere un uomo, non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. (…) Dato che Serveto ha combattuto con degli scritti e delle ragioni, bisognava respingerlo con delle ragioni e degli scritti», scriverà nel 1554, nel suo Contra libellum Calvini. (...)</p>
<p class=“second”><p class="chaptitle">Statua concepita prima del Muro dei Riformatori.</p> Era ora che inaugurassimo a Ginevra questa statua di Michele Serveto, opera di Clotilde Roch, scultrice ginevrina e discepola di Rodin. Concepita più di cento anni fa, prima ancora del Muro dei Riformatori, su richiesta di un comitato internazionale di liberi pensatori, essa era stata rifiutata dalle autorità municipali di allora. Nel 1908 il comitato di sostegno si era quindi rassegnato a offrirla ad Annemasse, che l’accolse a braccia aperte. Ma la sua storia non si ferma lì: quel bronzo è stato distrutto nel 1942, su ordine del governo di Vichy, e probabilmente riciclato dall’industria bellica tedesca. Per questo, sotto l’occupazione nazista, la resistenza renderà omaggio a questa effigie come a una delle prime «vittime del fascismo» in Francia. Dopo la Guerra, sarà ricostruita identica e inaugurata per la seconda volta, nella stessa città, nel 1960.</p>
<p class=“second”>In occasione del 500º anniversario della nascita di questo umanista coerente, appena due anni dopo il voto degli Svizzeri per il divieto di costruzione dei minareti, dobbiamo sapere dare oggi il posto che merita nel cuore dei ginevrini a quell’ini­ziatore del riavvicinamento tra cristiani, ebrei e musulmani; a quel traghettatore ai confini di diverse culture; a quel difensore dei deboli e degli oppressi; a quell’intellettuale esigente e coraggioso; infine, a quel contemporaneo delle spedizioni coloniali di Her-­ nán Costés e di Francisco Pizzaro, che probabilmente ha ancora molte cose da dirci sulle grandezze e le miserie della globalizzazione del primo XVI secolo, come su quelle del secolo che sta iniziando. <i>(Protestinfo/tratto dal blog di Jean Batou su «La Tribune de Genève»)</i></p><br /><br /
<p class=“second”><i><DIV align="right">(Traduzione dal francese di Lucilla Tron)</DIV><br /></i></p>

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