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<rss version="0.91"><channel><title>Articoli di Riforma</title><description>Articoli dal sito riforma.it</description><link>http://www.riforma.it/</link><item><title><![CDATA[Con Ettore Serafino scompare un uomo di fede che fu sempre uomo di chiesa]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Era l’ultimo e inquieto Natale di guerra (1944): il tempio valdese di Pomaretto era gremito di fedeli, ma nella prima fila c’era un bel gruppo di soldati tedeschi, evidentemente luterani; ma a fianco del capitano era rimasto un posto vuoto: nessuno voleva sedersi vicino a un ufficiale della Wehrmacht. Presiedeva il culto il pastore Guido Mathieu, noto per le sue attive simpatie nei confronti dei partigiani. Mentre il pastore annuncia il primo inno, la porta si apre e entra un giovane di 26 anni dal volto stanco e dalle spalle un po’ curve: indossa un normale abito da festa che gli è stato prestato dalla famiglia di Viola Lageard, la coraggiosa staffetta partigiana: in compenso, il giovane ha lasciato a casa loro i suoi logori abiti da combattimento e lo sten, lo snello mitragliatore che gli americani hanno donato ai partigiani.</p>
<p class=“second”>Questo giovane si chiama Ettore Serafino: figlio di un matrimonio misto, a Pinerolo ha ricevuto dal pastore Luigi Marauda una solida formazione biblica: a diciott’anni ha avuto la gioia di «fare la confermazione» insieme a suo padre e al fratello Adolfo. La sorellina Maria farà la confermazione pochi anni dopo.</p>
<p class=“second”>Ma quel momento di gioia e di pace è durato poco: arriva la Guerra e i due fratelli sono mobilitati: Ettore sarà brevemente impegnato nella triste guerra contro la Francia, ma poi verrà mandato con il grado di tenente nel lontano Montenegro: qui impara direttamente la dura arte della guerriglia; ma è proprio lì che per la prima volta il «Serafino evangelico» esce allo scoperto: durante un duro scontro con i partigiani di Tito, muoiono alcuni alpini valdesi, e bisogna provvedere al funerale: il cappellano militare Ermanno Rostan1 è trattenuto nella lontana Croazia per gli stessi motivi: per fortuna, Ettore ha assistito a molti funerali tenuti dal pastore Marauda, e ripensando a quei sobri riti, può così rendere il dovuto onore ai caduti, ma soprattutto all’immortale Parola che regge le nostre vite.</p>
<p class=“second”>L’8 settembre 1943 lo trova in servizio ad Aosta, ma il tenente Serafino non cede allo scoramento e non «smobilita»: accompagnato dall’indimenticabile attendente Gianutin (valdese di Bobbio Pellice), compie una faticosa marcia «ad alta quota» che in pochi giorni lo riporta nelle Valli del Pinerolese. Nel frattempo, semplice maestro di sci del Sestriere, Maggiornino Marcellin ha cominciato a mettere insieme quella che sarà la leggendaria«Divisione Autonoma Val Chisone – Adolfo Serafino»2. Come suo fratello, Ettore si avvicina gradualmente a questa formazione ma presto ne diviene ciò che potremmo chiamare il «comandante in seconda», l’uomo che terrà insieme i partigiani anche nei momenti più tragici.</p>
<p class=“second”>Ancora nei primi tempi Ettore viene arrestato ma riesce a evadere; più tardi, circondato proprio in casa Lageard, riesce a fuggire. Meno fortunato è suo fratello Adolfo: chiuso con altri quattro compagni in una casetta vicino a Cantalupa, soverchiati dalla potenza di fuoco d’un reparto tedesco, tentano una sortita armata, ma sono falciati dal fuoco dei Mauser, e poi impietosamente finiti. Adolfo riceverà la medaglia d’oro alla memoria, e il suo nome verrà dato alla Divisione autonoma «Val Chisone».</p>
<p class=“second”>Quando Cesare Gay3 e il pastore Marauda gli portano la notizia Ettore è affranto, ma trova il tempo per notare che i caduti di Cantalupa appartengono a cinque diverse regioni italiane, dal Piemonte alla Sicilia: dunque la Resistenza è davvero la culla d’un secondo Risorgimento, dirà più tardi nel corso di una intervista4. Ma trova anche l’energia per tornare a combattere: si sforza di rispettare le regole di guerra (compreso il rispetto per i nemici caduti), ma riesce a sgominare un plotone tedesco sfuggendo poi al fuoco delle mitragliatrici grazie alla sua agilità di alpinista provetto. Quando arriverà il giorno della Liberazione, Serafino condurrà le debite operazioni militari (intralciare la ritirata dei reparti tedeschi per indurli alla resa), ma si sforzerà di ridurre al minimo gli atti di «giustizia sommaria».</p>
<p class=“second”>Ma in quella mattina del Natale 1944 la Liberazione è ancora lontana, e il posto vicino all’ufficiale tedesco è ancora sempre vuoto. Tra gli sguardi attoniti dei presenti – che sanno chi è Serafino – un anziano di chiesa accompagna Ettore a sedersi proprio in quel posto di prima fila. Intanto il pastore ha annunciato l’inno classico di Natale: Notte benigna. Il tedesco dice a Serafino: «anche noi cantare questo inno, Stille Nacht, heilige Nacht» e canta con le lagrime agli occhi. Anche Serafino canta, ma non piange. Arriva però subito il momento della Santa Cena: a Pomaretto la si fa avvicinandosi a due a due al Tavolo della Comunione, e Serafino deve procedere avanti a fianco del tedesco. A questo punto, però, si commuove: questa Cena celebrata insieme al Nemico è per lui un segno dall’Alto, la promessa di un nuovo tempo, un tempo di riconciliazione e di speranza.</p>
<p class=“second”>A mio parere, Serafino ha condotto tutto il resto della propria vita sulla base di quella Cena del Signore. Finita la guerra si è laureato in Legge e tutta la vita ha fatto l’avvocato, diventando sicuramente una delle personalità più autorevoli della città di Pinerolo. Ha sposato una bella coetanea di Prali, Renata Garrou, e da questo amore sono nati Adolfo (i motivi del nome sono evidenti), Luigi e Andrea. E quando Luigi ha sofferto di gravi disturbi di mobilità, l’avvocato Serafino non ha avuto remore a portarlo a braccia su per le ripide scale del liceo «Porporato». La città vedeva, e capiva. Come tutti noi ha poi adorato i nipotini: per Alice ha scritto dei racconti, ma ha anche scritto delle poesie e dipinto bei quadri.</p>
<p class=“second”>Uomo di fede, Serafino è sempre stato uomo di chiesa: così, nel 1958, quando abbiamo eletto moderatore quell’Ermanno Rostan che era stato cappellano in Jugoslavia, è sembrato naturale eleggere come «membro laico» della Tavola valdese anche Ettore Serafino, e non ci siamo mai pentiti di quella decisione.</p>
<p class=“second”>Nel 2000, quando ormai si avvicinava il limite fissato dal Salmo 90, Serafino ha poi pubblicato una straordinaria autobiografia5: egli immagina di compiere la sua ultima ascensione in montagna: la vetta è là in fondo, il cammino duro e faticoso, ma bisogna arrivare alla vetta prima di sera, perché là c’è Qualcuno che lo aspetta: a questo Qualcuno egli sa di dover rendere conto degli errori, ma soprattutto di come ha saputo (o no) usare i doni che ha ricevuto dall’Alto. In questo dialogo con Dio (perché di questo si tratta) Ettore vede sfilare tutta la sua vita, e ne parla con umiltà e passione.</p>
<p class=“second”>1. v. S. Montalbano, Ermanno Rostan, cappellano militare valdese. Torino, Claudiana, 2005 (collana Società di studi valdesi).</p>
<p class=“second”>2. v. A. Trabucco, Resistenza in val Chisone e nel Pinerolese. Pinerolo, Arti grafiche, 1984.</p>
<p class=“second”>3. Cesare Gay, già segretario generale delle Unioni cristiane dei Giovani, padre della staffetta partigiana Marcella Gay.</p>
<p class=“second”>4. v. P. Egidi Bouchard, Eppur bisogna andar… Testimoni della Resistenza, Torino, Claudiana, 2005, pp. 81-89.</p>
<p class=“second”>5. E. Serafino, Quando il vento le pagine sfoglia. Collegno, ed. Roberto Chiaromonte, 2000.</p>
]]></description><link>http://www.riforma.it/innerpage.php?id=Vita delle chiese/article20120124181339</link></item><item><title><![CDATA[Rapina: in tre, armati di pistola]]></title><description><![CDATA[<p class="first">Lunedì 21 marzo ore 8,30. L’ospedale evangelico Villa Betania di Ponticelli (Napoli) è già in piena attività quando tre uomini, eludendo la sorveglianza, arrivano al quarto piano dove si trovano gli uffici dell’amministrazione. Armati di pistola i tre piombono nelle stanze, prendono in ostaggio il direttore generale, il presidente, il personale amministrativo e portano via 18 mila euro in contanti, tremila in valori bollati e i cellulari. </p>
<p class=“second”>«Una brutta esperienza», ha commentato Sergio Nitti, presidente della fondazione Betania, raggiunto al telefono il giorno dopo la rapina. «Erano nervosi, urlavano, probabilmente erano sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente. Ci hanno minacciato con le pistole, hanno spinto per terra il direttore generale Salvatore Accardo e non mi hanno permesso di dargli aiuto. Con la pistola puntata contro di me, hanno gridato “Vi spariamo, aprite la cassaforte”». I rapinatori, dopo aver strappato i fili della telefonia fissa e requisiti i cellulari dei presenti, sono scappati via scendendo lungo una scala di servizio da cui hanno raggiunto l’uscita secondaria. Fortunatamente i tre balordi non si sono accorti del cellulare di una dipendente che, appena possibile, ha chiamato i carabinieri che sono sopraggiunti immediatamente. </p>
<p class=“second”>Grazie alle telecamere a circuito chiuso è stato possibile ricostruire la dinamica. Nei filmati si vedono due uomini che, grazie a un complice, accedono all’ospedale da una uscita di sicurezza con porta antipanico dall’interno che era stata rotta due giorni prima e della quale si attendeva la riparazione. I tre (due di loro indossavano vestiti simili a quelli utilizzati da persone addette alla vigilanza, mentre il terzo aveva un occhio bendato) camminano tra medici, infermieri, malati e parenti di degenti. Da un camice bianco si fanno indicare il reparto di oculistica che si trova al quarto piano, proprio dove è ubicata l’amministrazione. Arrivati lì si consumano momenti di terrore che, per fortuna, si sono conclusi senza che ci siano stati feriti. I carabinieri hanno tempestivamente avviato le indagini. Grazie ai filmati delle telecamere è stata ricostruita la dinamica e, a partire dagli identikit forniti, è già stato arrestato il basista, persona con precedenti penali.</p>
<p class=“second”>«Questa terribile esperienza – ha commentato al telefono Luciano Cirica, vicepresidente di Villa Betania – conferma che l’ospedale evangelico vive e lavora in un territorio di frontiera, di degrado e di emergenza non solo sanitaria. I numerosi messaggi di solidarietà che l’ospedale ha ricevuto da parte di privati ed enti pubblici sono stati per noi segno di grande sostegno e di incoraggiamento a proseguire il nostro lavoro. Cogliamo l’occasione per esprimere un sentito ringraziamento all’Arma dei Carabinieri per l’efficienza, la tempestività e l’alta professionalità profuse in questa vicenda».</p>]]></description><link>http://www.riforma.it/newspage.php?id=news20110324123638</link></item></channel></rss>

