Il caso delle migranti rumene sfruttate nel Ragusano

Chi sono queste donne e cosa hanno in comune con le donne rumene che abbiamo imparato a conoscere in Italia?

Sono di questi giorni i nuovi articoli sulle donne rumene sfruttate, abusate, stuprate nelle serre del ragusano, tenute ad alimentare quel settore privo di tutele che è il sistema della produzione agricola.

Caporali italiani e tunisini senza scrupoli sfruttano a proprio vantaggio le immigrate di oggi, donne spesso giovanissime tenute in condizioni di schiavitù fisica e psicologica. Donne che lavorano in cambio di pochissimi euro, dieci o quindici al giorno, molti in meno rispetto alla paga data agli altri stranieri presenti sul territorio; tenute in costruzioni fatiscenti, lontane da ogni centro abitato, che non hanno la possibilità di spostarsi autonomamente e che dipendono totalmente dai “padroni” locali, che offrono loro lavoro, un posto senza dignità dove dormire, e che in cambio di passaggi in macchina, spostamenti o qualsiasi altra richiesta, pretendono favori sessuali o le obbligano a partecipare a festini agricoli.

Donne che hanno aumentato esponenzialmente il numero delle richieste di interruzioni volontarie di gravidanza presso gli ambulatori del territorio di Vittoria (Rg), spesso accompagnate dagli stessi caporali, in un clima omertoso e straziante che spesso non sono neanche in grado di raccontare.

Chi sono queste donne e cosa hanno in comune con le donne rumene che abbiamo imparato a conoscere in Italia, quando abbiamo affidato loro la cura delle nostre case e dei nostri cari, soprattutto anziani?

In Italia le donne sono il 53% degli oltre 4 milioni degli stranieri residenti nella penisola e di queste oltre cinquecentomila sono donne di nazionalità rumena.

Nel 2007 la Romania è entrata a far parte della Comunità Europea e l’Italia ha recepito le direttive introducendo inizialmente un regime transitorio con una procedura semplificata per l’assunzione dei cittadini rumeni prima della liberalizzazione completa come per gli altri stati membro della Comunità Europea di «prima classe».

Ad oggi, i cittadini rumeni, hanno diritti e doveri di ogni altro cittadino della Comunità Europea: possono trattenersi sul territorio italiano e stabilirsi definitivamente e regolarmente, ottenere un contratto regolare di lavoro e una residenza certificata.

Questa apertura ha da una parte sanato la situazione di molte lavoratrici domestiche in precedenza disposte ad accettare condizioni di lavoro paragonabili allo schiavismo, pur di lavorare, senza diritti e senza garanzie, introducendo la possibilità di contratti regolari e di assunzioni per lavori di cura e assistenza.

Il rovescio della medaglia sta, come nella peggiore tradizione italiana, in alcune lacune normative che sono utilizzate dagli sfruttatori come ad esempio nel caso dei “padroni” in Sicilia che hanno trovato il modo di impiegare a bassissimo costo queste donne spesso sole, con bambini piccolissimi al seguito o più spesso lasciati a casa nel paese di origine, senza incorrere nel rischio del reato di sfruttamento dell’immigrazione clandestina, previsto invece per chi impiega cittadini extracomunitari.

Le donne rumene sembrano condannate a vivere sulla propria pelle le nuove forme di sfruttamento che alcune categorie di italiani scoprono per poter ottenere sempre il massimo al minimo costo.

Spesso, sentiamo dire, con una spiegazione sommaria e subdolamente insinuante, che questo accade perché le donne rumene accettano tutto, si prestano a tutto, farebbero qualsiasi cosa per lavorare, nascondendo in queste parole il pregiudizio che non posseggano una valida morale, un’etica, un limite, un freno, un punto in cui fermarsi.

Una spiegazione banale e squalificante che non tiene conto di come lo sfruttamento e lo schiavismo siano psicologici prima ancora che fisici, si nutrano del terrore e delle speranze di queste donne che più che senza remore, sono donne senza alternative. Donne che, costrette a prendersi la responsabilità delle proprie vite e soprattutto di quelle dei propri cari, spesso lasciano un esercito di bambini soli a casa, i cosiddetti «orfani bianchi», che cadono in depressione o non superano, non riescono ad affrontare, un’interminabile attesa che non vede mai la fine.

Sono donne piene del coraggio di essere artefici del proprio futuro, non prive di moralità.

Donne che diventano il primo agente di sostentamento della propria famiglia, conquistando una dignità e un ruolo importante nella loro comunità di appartenenza. Donne che cercano e accettano promesse e speranze come unica alternativa, che vivono - una volta giunte in Italia - la realtà dell’isolamento alla quale spesso si aggiunge la separazione da altri membri della propria comunità d’origine: una sorta di doppio sfruttamento in quanto donne e migranti, costrette non solo al degrado fisico e soprattutto psicologico, ma anche a tacere tutto questo per l’ansia derivante dalla responsabilità di sapere che il carico di una intera famiglia dipende dalle proprie scelte.

Infine, donne vittime di una legislazione in materia di immigrazione ancora troppo sommaria, priva di pene certe e di controlli regolari per reati che non attengono soltanto allo sfruttamento del lavoro irregolare ma soprattutto lesivi della dignità umana.

Foto via Wikipedia