Il Brasile: un colosso in profondo cambiamento

La seconda vittoria della presidenta e le sfide di una democrazia in espansione

In una notte domenicale già estiva, i risultati elettorali hanno proclamato Dilma Rousseff presidente del Brasile con il 51,64% dei voti contro il 48,36 di Aécio Neves del Psdb (Partido da Social Democracia Brasileira). Dilma, con il suo secondo mandato, rappresenta la continuità dell’era Lula, al governo sin dal 2002 con la coalizione guidata dal Pt, lo storico Partido dos Trabalhadores, fondato al tramonto della dittatura dei generali nel 1980. Sono stati dodici anni in cui il Brasile, paese – continente, grande trenta volte l’Italia, con oltre 200 milioni di abitanti, ha cambiato volto. Il suo Pil è cresciuto di quasi quattro volte, pesando per oltre la metà su quello delle Americhe del sud.

I progetti d’inclusione sociale (Bolsa familha, per esempio, con un sostegno economico a chi mandava i figli a scuola) e i grandi progetti di infrastrutture (come le strade per far comunicare i 27 stati), senza contare i progetti di formazione per la Pubblica Sicurezza e il riordino dei ministeri (che prima lavoravano ognuno per conto proprio, favorendo reti di clientele ad essi legate), hanno ampliato la classe media nella quale sono entrati trenta milioni di poveri, di cui moltissimi neri. Certo, non tutto è stato risolto. Un colosso di questo genere richiede secoli per invertire un cammino che è stato storicamente fondato su privilegi di nascita coincidenti con il possesso di grandi risorse (miniere, banche, industrie e latifondi). Tuttavia, la strada dell’allargare le possibilità di emancipazione sociale ed economica è stata intrapresa. E proprio questa sarà un nodo per il prossimo mandato di Dilma. Da un lato, l’espansione democratica attrae, ma dall’altro incomoda. E questo vale per ricchi e poveri. In Brasile, un ricco ha dovuto accettare che altri lo raggiungessero nei suoi ambienti esclusivi, un povero ha dovuto imparare che il lavoro è più faticoso di una facile beneficenza. Tutto questo genera un grande travaglio che nell’ultima campagna elettorale si è rivelato con estrema durezza, con toni violenti fra candidati, diventati simbolo di una polarizzazione non solo politica ma culturale.

Qualcuno diceva: se vince Dilma vado a Miami (dove esiste la comunità brasiliana che ha votato al 91,79% Aécio), qualcun altro controbatteva: se vince Aécio vado a Cuba! Il Pt, vuole continuare i progetti di lotta alla povertà, stretto intorno all’origine umile di Lula (il piccolo “calamaro” nordestino emigrato a far fortuna a São Paulo), anche se Dilma ha dato una svolta più tecnica al suo agire, più da professionista, potremmo dire, lanciando collaborazioni industriali. Intorno ad Aécio si raccoglie chi è critico verso i troppi programmi sociali degli ultimi anni, specie la classe media. La cartina elettorale lo dimostra: il centro nord e nordest del Brasile, più povero e meno industrializzato ha votato per Dilma, il sud – sudest, più industrializzato e informatizzato, è stato invece compatto per Aécio. Quest’ultimo ha avuto l’appoggio di Marina Silva, la terza del primo turno elettorale. Personaggio controverso, da sempre in competizione con Dilma, pare rappresentare il suo contrario. Tanto Dilma è costante nel suo percorso politico, tanto Marina ha cambiato sigle. Prima nel Pt (anche come ministra dell’Ambiente del primo governo Lula), poi nel Partido Verde, infine nel Psb (Partido Socialista Brasileiro) che l’ha candidata dopo la morte improvvisa del suo leader Eduardo Campos. Marina, già militante nel sindacato dei seringueiros (raccoglitori di caucciù) di Chico Mendes, figlia di un seringueiro, ben si prestava a essere contrapposta a Lula come simbolo di povero che è riuscito ad arrivare a posti “alti” della politica.

Per di più, da tredici anni convertita alla potente chiesa Assemblea di Dio, con oltre dieci milioni di iscritti, pareva in grado di catalizzare 43 milioni di evangelici, sensibili alle tematiche di moralizzazione pubblica. Tuttavia, alla fine, il suo potenziale elettorato si è diviso e una parte è confluita su Dilma che, nel primo discorso dopo la vittoria, ha annunciato l’urgenza di una profonda riforma politica. A questo proposito, sarà indetta una Costituente, voluta dalla grande Consulta popolare dei mesi scorsi, formata da 477 organizzazioni, fra le quali sindacati di tutte le professioni, associazioni contadine, unioni studentesche, “pastorali” cattoliche ed evangeliche ecc. Dei sette milioni di votanti, per urna fisica e internet, pari al 5% dell’elettorato attivo in Brasile, il 95% ha detto sì alla Consulta, perché la parola più nel cuore dei brasiliani oggi è anche la più usata in campagna elettorale da Dilma, cioè mudança, mutamento: è la scommessa del suo secondo mandato, che si giocherà fra tenuta dell’economia (con nuovi posti di lavoro) e valori ormai imprescindibili per un grande paese, come la lotta alla corruzione e la trasparenza amministrativa.

Foto: "Dilma Lula Temer Convenção PT" di Valter Campanato/ABr - Agência Brasil. Con licenza CC-BY-3.0-br tramite Wikimedia Commons.