Senza virgolette e senza “mi piace”

Le foto post mortem di Stefano Cucchi condivise sui social banalizzano e riducono la violenza subita

L’assoluzione in appello degli imputati per l’omicidio di Stefano Cucchi — geometra 31enne morto in circostanze non del tutto chiarite mentre era agli arresti all’ospedale Pertini di Roma nel 2009 — ha scatenato le reazioni di molti ad ogni livello. 

Da decenni gli italiani sono abituati a uno Stato opaco, negligente e spesso colpevole — anche secondo la Corte di Strasburgo — sulle questioni di giustizia: ci si domanda sempre più spesso se i condannati fossero invece innocenti o se i prosciolti fossero colpevoli.

Lo Stato ha apportato poche e non risolutive — anche se importanti — migliorie al sistema giudiziario, tra cui l’abolizione dell’assoluzione “per insufficienza di prove”, che sottintendeva «l’imputato è colpevole, ma scusateci se non abbiamo trovato abbastanza prove per sbatterlo in galera».

Questa dizione ritorna in parte però con l’art. 530 del Codice di procedura penale, secondo comma: «Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l'imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile». Formula scelta per il processo Cucchi.

Se mancano le prove, allora sbattiamole su internet. Le foto del cadavere da giorni girano sui social network. Così però, all’ingiustizia si risponde col malcostume delle foto di morti su Facebook, postate tra un gattino che vola e la ricetta della polpetta vegana.

Chi ha visto dal vivo il corpo di persone morte da poche ore, sa quanto può essere veloce una prima fase di decomposizione. Mostrare le foto del cadavere di Stefano Cucchi può portare a elucubrazioni medico-legali da bar che distolgono l’attenzione da quanto è successo. Arrivare a discutere se un corpo post-mortem in queste condizioni sia normale, significa perdere il punto della situazione: una persona in “custodia” dello Stato non può morire in circostanze poco chiare.

Le foto su Facebook banalizzano e distraggono, esauriscono la violenza in uno scatto, indignano q.b. (quanto basta), per poi passare alla prossima questione, che sia «Devo fare gli auguri ai cinque amici Facebook che fanno oggi il compleanno» oppure il “mi piace” alla foto del bambino disabile — «Metti mi piace se pensi che sia bellissimo lo stesso» — o preoccuparsi delle bufaline “scie chimiche”.

Quale dovrebbe poi essere lo sbocco dell’indignazione? Sbattere in galera gli imputati della cui colpevolezza i giudici non hanno le prove? Qualunque cosa, perché la foto richiede “giustizia”!

C’è inoltre il pericolo di assuefazione: più siamo abituati a immagini violente più siamo anestetizzati. E c’è pure il rischio dell’emulazione e della creazione di foto falsificate, di casi inesistenti oppure — orrore! — veri, fatti apposta per godere della viralità sui social network.

Sarebbe sempre bene ricordare come il padre di Eluana Englaro abbia evitato di mostrare le foto di come la condizione vegetativa aveva ridotto la figlia. Avrebbe probabilmente spostato molte persone in favore della sua causa, ma la dignità della figlia evidentemente non aveva prezzo.

Soprattutto, però, la nostra società non deve rendere a Stefano Cucchi ulteriore notorietà o pietà, ma giustizia, senza virgolette.

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