Un incontro fraterno

L'invito a papa Francesco fa seguito a segnali ecumenici importanti. Il 22 giugno, al tempio valdese di Torino, una visita senza precedenti che non può che giovare al cammino comune

Per la prima volta un papa visiterà una chiesa valdese: accadrà lunedì 22 giugno a Torino, alle 9 di mattina nel tempio valdese di corso Vittorio Emanuele, il primo luogo di culto valdese costruito al di fuori delle Valli valdesi. La visita si colloca nel viaggio del papa a Torino in occasione della commemorazione dei 200 anni dalla nascita di san Giovanni Bosco e della ostensione straordinaria della «Sacra Sindone» organizzata nell’ambito del bicentenario di don Bosco. Riforma ha intervistato il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese.

Il papa visiterà la Chiesa valdese di Torino. È una «prima» che potremmo definire storica?

«In effetti è la prima volta che un papa entra in un tempio valdese in una visita ufficiale, in un incontro che segna una fraternità che ormai è riconosciuta e praticata, nonostante permangano differenze e a volte contrasti importanti sul piano teologico, come è ben noto. Dunque una prima assoluta, che è anche un impegno reciproco per far sì che questo non sia un episodio isolato ma sia parte di un cammino ecumenico nuovo in cui gli impegni che entrambi prendiamo si possano concretizzare».

Come si svolgerà la visita?

«Sarà una visita molto semplice: sobrietà e fraternità la dovranno caratterizzare. Sobrietà significa che andremo direttamente al punto delle questioni; ci sarà un breve saluto da parte del pastore della chiesa valdese di Torino, Paolo Ribet, per spiegare il luogo in cui ci si trova, un luogo importante perché il tempio valdese di Torino è stato inauurato nel 1853, cinque anni dopo l’emancipazione dei valdesi, nell’allora capitale del regno, in un luogo centrale e di grande visibilità, segnalando la rottura della “monoreligione” che c’era in quel momento nello stato sabaudo. La costruzione del tempio fu parecchio contrastata da don Bosco, di cui il papa viene a celebrare il bicentenario il giorno prima; è proprio il segno di un cambiamento epocale. Questa visita ufficiale, che è una visita fraterna fra cristiani, segna una svolta. Il passato resta passato e davanti abbiamo un presente di grande impegno per le nostre chiese. Seguirà un mio intervento, centrato sul significato della collaborazione ecumenica per il bene della società e anche per sviluppare la missione cristiana in questo paese, che ne ha grande bisogno. Poi ci sarà la risposta del papa e un piccolo rinfresco, in modo che si possa anche in modo informale parlarsi con i vari ospiti, e infine uno scambio di doni simbolici. Un incontro breve, fraterno, alla presenza del popolo evangelico; non solo quello valdese perché inviteremo anche i rappresentanti delle altre chiese evangeliche federate, perché vogliamo condividere un evento importante che ci dà gioia e responsabilità insieme».

Qualcuno in campo evangelico griderà al tradimento, anche per il contesto in cui avviene: le celebrazioni per don Bosco, l’ostensione della Sindone, l’imminenza dell’Anno Santo…

«Bisogna subito dire che l’invito è partito dalla Chiesa valdese, raccogliendo vari segnali che sono venuti da papa Francesco in questi due anni. La risposta di papa Francesco è stata quella di utilizzare esattamente l’occasione che si diceva. Sicuramente ci sarà chi griderà al tradimento, e non troverà opportuna la concomitanza. Ma noi abbiamo invitato papa Francesco a venirci a trovare, lui ha pensato che questa potesse essere l’opportunità, noi ci abbiamo riflettuto e abbiamo detto: benissimo, accogliamo questa opportunità. Nonostante le differenze che esistono fra noi, infatti, non cambia il fatto che oggi, insieme e diversi, possiamo e dobbiamo fare molto. È una richiesta che ci viene da moltissimi: non è necessario essere perfettamente in consonanza su tutto per svolgere una missione utile nella società di oggi. Noi non abbiamo mai temuto la pluralità, anzi abbiamo sempre detto che è una ricchezza e pensiamo che con questo papa si possa effettivamente dare fiducia».

Ci sono stati dei segnali positivi che vi hanno convinto che con papa Francesco sia possibile far avanzare il dialogo e la collaborazione ecumenica?

«Abbiamo avuto segnali di collaborazione importanti, per esempio il messaggio augurale del papa all’ultimo Sinodo valdese o il recente documento per contrastare la violenza contro le donne, che abbiamo scritto e presentato insieme. Ma anche in passato abbiamo fatto cose importanti, come la traduzione interconfessionale in lingua corrente della Bibbia, il documento sulla pastorale per i matrimoni tra cattolici e valdesi e metodisti (ce n’è uno anche tra cattolici e battisti), la collaborazione e lo scambio nel campo dell’esegesi e dello studio della teologia. Insomma abbiamo compiuto dei passi importanti in vari ambiti. Su altri temi i passi importanti non ci sono ancora stati: i cattolici restano cattolici e i protestanti restano protestanti…»

Ci sono dei temi su cui possiamo proporre al papa dei passi in avanti?

«È urgente fare insieme, come chiese cristiane, un servizio per la società ancora più forte per l’equità sociale, per riconoscere i diritti della parte più fragile della popolazione in Europa. Come cristiani abbiamo una grande responsabilità di trovare una voce comune per contrastare la violenza e la guerra e soprattutto l’uso strumentale della religione e del nome di Dio per fini che non sono religiosi. Questa è una responsabilità comune di tutti, a prescindere dalle differenze teologiche, anche importanti, che ci possono essere. C’è poi un secondo piano, altrettanto importante, che è quello della missione di evangelizzazione. L’Europa (e anche l’Italia che ne fa parte) è il continente più secolarizzato del mondo. Io credo che non faccia male all’evangelizzazione delle singole chiese presentarsi con una veste di dialogo, di fraterno riconoscimento delle differenze. Non c’è bisogno di essere l’uno contro l’altro per evangelizzare. Le persone sono diverse tra di loro e ciascuna può trovare una propria casa spirituale, ma insieme o comunque senza polemiche reciproche, rispettandoci a vicenda, possiamo rendere più incisiva la nostra missione in Italia. Un clima di rispetto, di fraternità, di visite e accoglienza reciproca non può che giovare all’evangelizzazione».  

Foto: P. Romeo/Riforma

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