A Timbuctù si riannodano i fili della storia

La visita della direttrice generale dell’Unesco nella “città dei 333 santi” sancisce il completamento di un percorso di ricostruzione avvenuto grazie alle comunità locali

A Timbuctù, la storica “capitale del deserto” nel cuore del Mali considerata dagli europei fino al diciannovesimo secolo un luogo più mitico che reale, la storia sta ripartendo.

Sabato 18 luglio, infatti, nella città sono stati riaperti al pubblico i primi mausolei distrutti dai gruppi jihadisti durante la guerra cominciata nel 2012 e che aveva portato all’occupazione dello storico centro nell’angolo sudoccidentale del Sahara.

Per la direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, che ha visitato Timbuctù in occasione dell’evento, la ricostruzione delle tombe rappresenta «una risposta agli estremisti la cui eco può essere udita ben oltre il confini del Mali».

I 16 mausolei dei santi sufi rappresentano per la città un simbolo sin dalla loro costruzione: la tradizione racconta infatti che le prime tombe, risalenti al tredicesimo secolo, proteggessero la città dal pericolo. Inoltre, questi santuari servono a ricordare un grande passato, quello della storia che passò da questo angolo di deserto sin dall’antichità. Timbuctù, infatti, rappresenta un luogo chiave nella storia sia per l’istruzione che per il commercio; basti pensare che nel dodicesimo secolo divenne la sede di una delle più antiche università del mondo, che al suo apice, nel quindicesimo secolo, era frequentata da più di 25.000 studenti. I santi, o “saggi” secondo altre tradizioni, erano conosciuti per la loro cultura e per la loro spiritualità, e contribuirono alla crescita e allo sviluppo di una tra le città maggiormente cariche di significato per il mondo touareg e allo stesso tempo per quello islamico.

La storia recente di Timbuctù e del Mali è però molto diversa, e ci riporta a una dimensione molto più terrena, con la desertificazione che ha quasi azzerato l’agricoltura e con un generale impoverimento della popolazione, nonostante una situazione politica più stabile rispetto a quella di alcuni paesi vicini. Nel 2012 la guerra fece precipitare gli eventi, e la città nel centro del deserto maliano finì prima in mano ai gruppi nazionalisti touareg come l’Mnla, che rivendicano l’indipendenza del nord del paese, e poi occupata dalla coalizione di gruppi jihadisti composta da Ansar al Dine, Mujao e al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Proprio durante questa fase, i mausolei della città, parte del World Heritage dell’Unesco, furono inseriti dall’agenzia delle Nazioni Unite nella lista dei beni a rischio, per cercare di stimolare l’attenzione internazionale e di impedire il temuto disastro.

Purtroppo questa strategia non pagò, al punto che quando le truppe maliane e i caschi blu dell’Onu riconquistarono la città, nel gennaio del 2013, la scena che si ritrovarono di fronte fu decisamente peggiore di quanto temuto: 14 di queste tombe erano state distrutte, lasciando al loro posto cumuli di pietre e fango, e allo stesso modo gran parte della famosa e antica libreria, restaurata nel 2009 e contenente alcuni tra i più importanti manoscritti della storia islamica e delle culture precedenti, era stata saccheggiata e bruciata.

In quel momento, in cui tutto sembrava perduto e nel paese la guerra civile era al suo culmine, furono i cittadini di Timbuctù a dare un segnale di speranza, rivelando di essere riusciti a nascondere una parte dei libri nelle proprie case e di averli sottratti ai miliziani di Al Qaeda portandoli in segreto fuori dalla città, e anche oggi, a due anni di distanza dalla fine dell’occupazione, sono stati ancora una volta loro i protagonisti della rinascita. Il lavoro di ricostruzione dei primi 14 mausolei è stato infatti portato avanti dai muratori locali, che hanno utilizzato le tecniche di costruzione tradizionale e, attraverso vecchie foto e frammenti delle mura sopravvissuti alla distruzione, hanno dato nuova vita a questi luoghi.

A dare ulteriore forza al progetto, anche un gesto simbolico avvenuto nella scelta dei primi tre mausolei ricostruiti, dedicati a santi di tre diverse regioni: uno di Timbuctù, uno dall’Algeria e uno dal delta del Niger. Anche per questo, Irina Bokova ha definito l’intero progetto «una lezione di tolleranza, dialogo e pace, segno della ripresa del Mali».

In realtà, il paese sembra ancora in grave difficoltà, perché gli importanti sforzi compiuti per arrivare a un’intesa tra le principali forze politiche hanno finora prodotto soltanto accordi parziali, che alcuni gruppi touareg non hanno sottoscritto e che soprattutto non tengono conto delle istanze che portarono al conflitto tre anni fa, mantenendo quindi quella situazione di instabilità che si teme possa diventare sistemica.

Mentre la politica internazionale fatica a compiere passi in avanti, le buone pratiche locali offrono una chiave di lettura importante per un ritorno alla normalità. Il Mali si rimette in moto dal basso, ed è pronto per ritrovare se stesso.

Foto "Donkeys, Timbuktu" di Flickr user: Emilio Labrador Santiago de Chile http://www.flickr.com/people/3059349393/ - Flickr: http://www.flickr.com/photos/3059349393/3331431933/. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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