Incontro interreligioso a Lampedusa per ricordare le vittime del mare

L’iniziativa è organizzata dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant’Egidio. Intervista alla pastora Gabriela Lio, vicepresidente della Fcei

Domani a Lampedusa si terrà un incontro interreligioso per tutte le vittime del mare in memoria del 3 ottobre del 2013 quando morirono in mare 368 migranti. L’incontro, promosso e organizzato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) insieme alla Comunità di Sant’Egidio, all’Arcidiocesi di Agrigento e alla locale parrocchia di San Gerlando, vedrà la partecipazione di esponenti di diverse comunità di fede.

Quale è il senso di questo incontro? Lo abbiamo chiesto alla pastora battista Gabriela Lio, vicepresidente della Fcei, che ha curato la liturgia dell’evento insieme a monsignor Marco Gnavi della comunità di Sant’Egidio.

«In primo luogo intendiamo fare memoria delle vittime che l’Italia e l’Europa preferiscono dimenticare in fretta. Il ricordo di quei corpi vicini alle spiagge di Lampedusa, ancora oggi, addolora e imbarazza perché quelle morti non furono accidentali, come non lo sono quelle delle tremila persone circa che ogni anno muoiono cercando di attraversare il Mediterraneo. Sono tutti morti “d’immigrazione”, e cioè a causa di politiche disumane e ingiuste che chiudono le porte in faccia a chi fugge da persecuzione e guerre, non lasciando loro alternative alla traversata con gli scafisti. Insomma, siamo a Lampedusa per ricordare ma anche per denunciare e chiedere una svolta europea nelle politiche migratorie. In particolare, la Fcei da oltre un anno sta dando il suo contributo con il progetto Mediteranean Hope, finanziato con l’8 per mille delle chiese metodiste e valdesi, che prevede: un “Osservatorio sulle migrazioni nel Mediterraneo”, la “Casa delle culture” a Scicli (RG), struttura di accoglienza e di incontro di culture diverse, e un relocation desk a Roma».

Hanno già confermato la loro presenza i rappresentanti delle comunità mormone, musulmane, sikh, induiste, buddiste, come pure diverse chiese ortodosse. Qual è il ruolo delle religioni in questo luogo simbolico che è Lampedusa, e più in generale nella gestione del complesso fenomeno migratorio?

«Le religioni devono essere sentinelle vigili e pronte a dire la verità, anche se questa è impopolare e contraria agli umori dell’opinione pubblica. Le comunità dei credenti non hanno una ragione di stato o un equilibro di potere da difendere. Almeno così dovrebbe essere. Qui a Lampedusa stanno dimostrando una grande capacità di servizio a favore dei migranti e dei loro diritti umani. Per questo, per il secondo anno consecutivo, ci incontriamo per ricordare e pregare insieme, nella nostra diversità ma anche nel comune impegno a stare dalla parte di chi soffre e ha perso tutto tranne la speranza di vivere».

Nell’ambito di Mediterranean Hope la Fcei e la Comunità di Sant’Egidio stanno istituendo corridoi umanitari tra il Marocco e l’Italia. A che punto è il progetto?

«Il progetto è in fase avanzata. Abbiamo già raggiunto un accordo fraterno con la chiesa evangelica del Marocco e con la Diocesi cattolica di Tangeri per la raccolta dei dati dei primi migranti ai quali l’ambasciata Italiana – e in futuro speriamo anche quelle di altri paesi – potrebbe riconoscere un visto umanitario, così da garantire un passaggio sicuro verso l’Europa. Con i ministeri italiani, degli Interni e degli Esteri, stiamo definendo gli ultimi dettagli tecnici, ma l’operazione è ormai varata. Nel frattempo stiamo lavorando per aprire un secondo “corridoio” dal Libano. Infine, lavoriamo con vari partner europei per estendere e replicare questa “buona pratica”».

A conclusione dell’incontro di preghiera interreligioso, i partecipanti aderiranno a una dichiarazione d’intenti stilata per l’occasione. Chi l’ha preparata? Ci può anticipare qualche idea contenuta nel documento?

«Il testo è frutto della collaborazione tra la Fcei e la Comunità di Sant’Egidio che sin dall’inizio hanno scelto di unire i loro sforzi in questo progetto. È un testo di impegno che ribadisce quello che già avevamo detto lo scorso anno: no all’Europa dei muri, dei fili spinati e dell’indifferenza per quanti muoiono in mare; sì all’Europa dei diritti umani e dell’accoglienza, quella che abbiamo visto nei giorni scorsi in Germania: un’Europa che sa cambiare idea e sa accogliere profughi e rifugiati, con una coperta e un bicchiere d’acqua ma anche con un sorriso di solidarietà e di speranza».

Foto Paolo Ciaberta

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