Tunisia: nuovo anno, vecchie tensioni

Le rivolte che stanno segnando il mese di gennaio possono portare verso una nuova rivoluzione?

 In Tunisia il 2016 si è aperto in modo molto simile al 2011. A cinque anni di distanza dalla rivoluzione che diede il via alla stagione delle “Primavere arabe”, una serie di proteste cominciate nella zona centrale del paese, a Kasserine, e poi diffusasi nel resto delle regioni tunisine, l’impressione è che ci si prepari a una nuova fase.

Tuttavia, più che di una nuova rivoluzione si potrebbe parlare di un percorso ancora incompiuto, che richiede quindi nuovi passi in avanti per il completamento della transizione. Alla fine della dittatura e al passaggio a un sistema pluralista e democratico, non è corrisposto un ripensamento del sistema economico, che vede ancora elevati livelli di disoccupazione, inflazione, corruzione ed emarginazione. La trasformazione del quadro istituzionale ha portato all’esclusione di gran parte della popolazione, proprio quella che ha portato avanti la rivoluzione nel 2011 e che oggi si sente fuori gioco.

Secondo Debora Del Pistoia, Responsabile in Tunisia per il Cospe, Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti, «le richieste principali che vengono dalle prime manifestazioni sorte nella città di Kasserine sono proprio quelle della lotta alla corruzione e al clientelismo che sta caratterizzando anche questa fase post rivoluzionaria».

Il tutto però parte dall’accesso al lavoro, giusto?

«Sì, la corruzione del sistema si innesta proprio sul diritto al lavoro. La rivolta, infatti, si è accesa proprio a partire da un suicidio a carattere politico, di fronte alla sede del governatorato di Kasserine, da parte di un giovane che era stato escluso da una lista per l'accesso alla funzione pubblica. Da quel momento la rivolta si è sviluppata in modi diversi. Principalmente si è trattato di manifestazioni pacifiche, che sono state in alcuni momenti represse in maniera piuttosto violenta dalla polizia, e poi sono stati in alcuni casi occupati i locali delle amministrazioni pubbliche. A Kasserine, in particolare, si è organizzato un sit-in permanente nella sede del governatorato ormai da più di dieci giorni, e qui affluiscono persone che arrivano da tutto il Governatorato chiedendo alle autorità più trasparenza nella composizione delle liste per le assunzioni pubbliche».

Il fatto che le proteste siano partite da una regione con così poco peso politico ed economico è causale?

«Niente affatto. Quella di Kasserine è una delle regioni con l'indice di sviluppo umano più basso di tutta la Tunisia. Qui il tasso di disoccupazione ufficiale è del 30%, ma in realtà è molto più alto. Bisogna tenere presente che il dato governativo non tiene conto delle persone inattive, che non sono iscritte alle liste di collocamento, né prende in considerazione l’esistenza di un sistema di disuguaglianze che promuove in modo sommerso il lavoro informale, che rappresenta più del 50% del lavoro in Tunisia».

Quindi, pur con un fuoco diverso, queste proteste vanno lette in continuità con quelle di cinque anni fa?

«In questi giorni le analisi politiche rispetto a quello che sta succedendo sono moltissime. Ci sono in effetti molti aspetti che ricordano la rivoluzione del 2011, e le richieste sono più o meno quelle che vennero già portate nelle piazze a partire dal dicembre del 2010 nelle regioni interne della Tunisia. A livello socioeconomico non è cambiato nulla da allora, perché il processo rivoluzionario è stato completamente focalizzato sulla transizione politica, ma ha lasciando indietro il tema delle disuguaglianze. C'è quindi continuità nelle rivendicazioni, perché i giovani che erano in piazza nel dicembre del 2010 e nel gennaio del 2011 sono ancora quelli che si ritrovano adesso a manifestare per richiedere il diritto al lavoro, alla dignità, alla partecipazione nella società. Dal 2011 ad oggi si sono susseguite migliaia di manifestazioni, soprattutto nelle regioni interne, quindi possiamo dire che il processo rivoluzionario che è ancora nella sua fase cruciale».

Queste debolezze rischiano di aprire la strada a un radicamento del terrorismo internazionale?

«La questione terrorismo è legata a un'evidente assenza dello Stato, un’assenza che finisce per favorire la crescita di un fenomeno terroristico che però, a differenza di quello libico o siriano, è molto caratterizzato a livello locale e legato a questioni socioeconomiche a cui la politica non è riuscita a rispondere. È un terrorismo politico che pone una grossa questione di legittimità per quanto riguarda il governo tunisino. Il problema è che a sua volta il governo ha reagito alle nuove proteste contestandone la legittimità, e questo ci ha ricordato che a distanza di cinque anni dalla rivoluzione non si è riusciti a costituire un soggetto politico civile in grado di costruire realmente delle alternative e che ora possa farsi carico delle tematiche di queste proteste per portarle avanti con una piattaforma. Cinque anni fa, invece, le organizzazioni sociali erano presenti e appoggiavano la rivoluzione. A livello politico si è cercato in qualche modo di sabotare le manifestazioni di questi giorni puntando il dito appunto sulle infiltrazioni da parte di vandali, addirittura di terroristi, e quindi con questo pretesto si sono represse sul nascere molte delle manifestazioni».

In un contesto come questo, quello di un paese in trasformazione, quale tipo di cooperazione è possibile portare avanti?

«Sono molti gli ambiti in cui lavorare, anche perché ci sono circa 60.000 organizzazioni nate dopo la rivoluzione. Come Cospe lavoriamo nelle regioni più interne del paese, come Sidi Bouzid, Kasserine e Jendouba, zone rimaste molto marginalizzate rispetto alle dinamiche nazionali. Uno degli elementi più importanti però è quello del pluralismo dei media, soprattutto di quelli comunitari o associativi che hanno cominciato a svilupparsi in tutto il paese dal 2012, dopo la fine del monopolio e della censura preventiva. Questo elemento si collega a quello del rafforzamento del ruolo delle donne, a cui vanno forniti spazi e strumenti d'espressione soprattutto in provincia, dove gli spazi pubblici sono riservati agli uomini».

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