2 anni fa il rapimento delle ragazze di Chibok

Un video diffuso pare confermare la presenza in vita delle giovani sequestrate dai terroristi di Boko Haram

Siamo al secondo anniversario. Speriamo sia l’ultimo. Il 14 aprile 2014 276 studentesse, tutte cristiane, di età compresa fra i 16 e i 18 anni, vengono rapite nella cittadina di Chibok, in Nigeria, per mano del gruppo terroristico fondamentalista Boko Haram. Da allora più nulla, silenzio, nonostante gli appelli internazionali si siano moltiplicati, grazie anche al fortunato hashtag #Bringbackourgirls divenuto virale e utilizzato da moltissime personalità del mondo religioso, politico, culturale e dello spettacolo.

E proprio nel giorno in cui il mondo torna a chiederne la liberazione spunta finalmente un video, pare sia registrato il dicembre scorso, in cui si vedono alcune delle fanciulle scomparse rassicurare sulle condizioni di salute di tutte le ragazze. Proprio la parola tutte accende la speranza dei parenti e dei genitori delle fanciulle, sempre sospese nell’incertezza se poter ancora o meno rivederle ancora in vita.

Boko Haram pare in questi mesi aver perso parte della spinta spavalda, rintuzzato nelle scorrerie dagli eserciti nigeriani, del Camerun e del Ciad che hanno intensificato i raid attorno ai propri confini, ricacciando in territori più limitati i guerriglieri.

Ieri i familiari e i conoscenti delle ragazze si riuniranno davanti alla scuola di Chibok per una preghiera collettiva. Da indiscrezioni di stampa sembra siano in corso trattative fra i terroristi e il governo del neo presidente della Nigeria Muhammadu Buhari proprio per il rilascio delle giovani dietro il pagamento di un riscatto, perché è racimolare denaro una delle attuali priorità del gruppo. Buhari ha vinto le ultime elezioni presidenziali anche grazie alle promesse di smantellare la rete terroristica interna; dalla speranza che voglia mantenere i patti elettorali dipende anche la sorte delle studentesse cristiane, e di tanti altri ancora nelle mani de fanatici del terrore.

Foto: By Michelle Obama, Office of the First Lady - First Lady of the United States Twitter account [1] (confirmed account), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32648874

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