Indicato da due precedenti assemblee come centrale per il confronto fraterno nelle chiese valdesi e metodiste (la Conferenza del I Distretto e l’Assemblea del XVI Circuito), il rapporto fra le chiese stesse e la diaconia (con particolare riferimento alle «opere», cioè gli istituti e le strutture negli ambiti sociale, dell’assistenza, istruzione, accoglienza) ha dato luogo a una discussione di spessore, aperta, franca (a volte sopra le righe) e necessaria. Difficile pensare che una sessione sinodale possa esaurire l’argomento: è a tutti i livelli, a partire dalle comunità locali, che il problema deve porsi, senza appoggiarsi a certezze acquisite. La scelta di affiancare le due Commissioni d’esame (quella sull’operato della Tavola valdese e quella sulla Commissione sinodale per la diaconia) ha permesso un lavoro coordinato fin dall’inizio.

L’atto approvato dalla Conferenza distrettuale (Torre Pellice, 4-5 giugno) richiede «a tutti i membri di Chiesa e a quanti di essi lavorano nelle opere di guardare alla diaconia della Chiesa come a qualcosa di indissolubilmente legato alla vita spirituale che si articola nel confronto biblico, nella preghiera, nella partecipazione ai culti e alle attività della comunità locale». E l’importante sta proprio nei destinatari: tutti e tutte, membri di chiesa e operatori della diaconia. Il semplice fatto di accomunarli rende manifesta la necessità di inquadrare le proprie esistenze e attività lavorative sotto uno sguardo comune, di risposta a una vocazione.

La relazione della Comm.ne d’esame Tv riprendeva l’argomento, entrando nel cuore di una «crisi spirituale» di cui si parla con accentuazioni diverse: un malessere, forse. È sempre stato difficile definire la spiritualità in ambito protestante e forse giustamente la relazione la individua nella «nostra cultura comunitaria». L’allentamento dei vincoli che strutturano questa cultura ha fra le sue manifestazioni l’allargamento della distanza fra la diaconia e le chiese. Un riferimento, per districarsi in questa dialettica, in realtà c’è, ed è la Carta della diaconia elaborata nel 2014, in cui si ribadisce la necessità di «crescere insieme, scambiarsi, chiamarsi a reciproche responsabilità, ritrovarsi a rispondere allo stesso Sinodo...»: un testo considerato imprescindibile.

Ma qual è il panorama che fa da sfondo a queste riflessioni? Quello che viene fuori, da alcuni anni, dai dati statistici, che parlano di un costante calo di membri attivi nelle comunità locali, per esempio: l’incremento delle nuove adesioni di adulti che si avvicinano alle nostre chiese, in sé un bel segnale, non riesce a contrastare il contemporaneo assottigliarsi della vena «familiare» e le famiglie da sempre partecipi non riescono a trasmettere ai propri figli la stessa volontà di crescere nella fede e partecipare alla vita delle comunità.

Forse, come ha sostenuto il presidente della Commissione esecutiva del I Distretto Gregorio Plescan, dobbiamo prendere atto che l’idea di «appartenenza» non corrisponde più a quella che viene identificata nelle Discipline della Chiesa. È così – aggiungiamo – anche nella politica. Altro problema, non inedito: la sempre più difficile reperibilità di «non-pastori» (nelle chiese protestanti tutti e tutte sono laici, indipendentemente dal possibile ruolo pastorale) disponibili ad assumersi incarichi direttivi (dai Comitati di opere ai ruoli di maggiore responsabilità), anche a causa dell’innalzamento progressivo dell’età pensionabile (P. Ciaccio). In questo quadro diventa difficile anche reperire i «formatori»: non può che conseguirne un sempre più difficile coinvolgimento dei giovani (R. Gay). Alcune situazioni di oggettiva difficoltà (per esempio un anno da passare senza copertura pastorale) si rivelano invece capaci di spingere i membri di chiesa a farsi carico in prima persona della conduzione di una comunità (S. Geymet).

Il tema dei rapporti fra chiese e attività della diaconia (che comprende entro di sé ovviamente anche il capitolo della formazione degli operatori negli ormai molti settori di attività diaconale) si è poi intrecciato con un altro discorso: quello della visibilità al grande pubblico di italiani e italiane che conoscono i valdesi attraverso l’intervento sociale (si vedano i corridoi umanitari) e attraverso il meccanismo dell’otto per mille. In questo senso un ruolo di grande impatto è rappresentato dalle strategie pubblicitarie con cui vengono veicolate le opzioni dell’«otto per mille valdese», su tutte la scelta di non destinare nessuna parte dei proventi di questo gettito alle attività di culto. A qualcuno pare che questa accentuazione suoni svalutativa della centralità del culto, e pare tralasciare l’esistenza di una realtà valdese in quanto chiesa: ci si è interrogati su quale corrispondenza vi sia tra i contenuti pubblicitari e i presupposti teologici che li dovrebbero informare. Altri ritengono che al nome di Dio o alla chiesa non si debbano accostare affermazioni troppo assolute (come non-mai-nessuno).

L’otto per mille è certo un meccanismo che, oltre a permettere di realizzare interventi umanitari e culturali nel nostro Paese e al di fuori, in prima persona da parte della Chiesa valdese o in appoggio a iniziative esterne, dà anche una immagine dei valdesi al pubblico: ma è vero anche che tanti nostri concittadini conoscono le chiese metodiste e valdesi anche prima di «firmare per loro», e le conoscono per alcune loro scelte, specialmente in campo etico e nell’accoglienza ai migranti. Stare nel mondo significa avere a che fare anche con tutte le sue debolezze e accettarne le difficoltà. Operare nella diaconia significa anche essere un forte datore di lavoro, e questo richiederà trasparenza. Nell’auspicio di tutti un maggior collegamento tra chiese, territorio e diaconia; tra predicazione e offerta di servizi al prossimo; formazione e vita della chiese: per questo un atto specifico rilancia il Convegno annuale delle opere.

Immagine di Pietro Romeo