All’interno della manovra economica, varata sabato 15 ottobre dal governo italiano, esiste una voce che riguarda i migranti e l’accoglienza. C’è una sorta di premio per i comuni che non si sono tirati indietro e che hanno accolto uomini, donne e bambini sbarcati sulle coste italiane. Un “bonus gratitudine”, così è stato definito dal Ministro Alfano, un fondo che ammonta a 100 milioni di euro. «Questo non è un incentivo – dice Matteo Biffoni, sindaco di Prato e responsabile Anci per l’immigrazione in seno anche al sistema Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) – ma è una “pacca sulle spalle” nei confronti di chi ha fatto lo sforzo in questi mesi per gestire una questione complicata e poco popolare come quella dei profughi».

Voi come Anci come giudicate questo provvedimento?

«Al di là dell’entità del riconoscimento, sono molto contento. Il riconoscimento economico servirà a noi amministratori comunali che abbiamo accolto i migranti per sistemare una scuola, mettere a posto un giardino, una palestra, una piscina, qualcosa che serva alla comunità; ma il vero punto è politico, ed è ciò che ci aspettavamo da tempo, cioè l’idea che il fronte che è più esposto, cioè i sindaci, con questo gesto abbia sentito accanto a sé il governo. È una sorta di rinforzo di un patto tra istituzioni, dove tutti giocano la stessa partita».

I comuni che al 15 ottobre hanno accolto avranno riconosciuto questo bonus: come si rifletterà questo meccanismo su chi decide adesso di entrare nel sistema?

«Noi, come sistema dei comuni, come Anci, abbiamo chiesto che si passasse a un sistema organizzato. Non ci possiamo più permettere di andare avanti con approssimazione, con il sistema emergenziale, perché questa non è un’emergenza, è un fenomeno che purtroppo durerà per alcuni anni. Dico “purtroppo” perché queste persone in fuga cercano di scappare da situazioni che sono di persecuzioni, di guerra, di morte, o anche di fame, di necessità di vivere in condizioni accettabili. In attesa dei ricollocamenti europei, degli interventi nei Paesi d'origine e quelli in Libia, noi dobbiamo organizzarci in un sistema strutturato. L’idea che abbiamo proposto è quella di passare da un sistema totalmente gestito dai prefetti a uno che coinvolga direttamente i sindaci».

Che cosa cambierebbe con un sistema del genere?

«Il problema è che oggi può arrivare in qualsiasi momento la telefonata del Prefetto che destina al territorio 20 o 30 persone nel giro di 36 o 48 ore, con la difficoltà di reperire posti e con tutte le tensioni che ne conseguono e che abbiamo visto di tanto in tanto sui nostri territori. Noi chiediamo ai sindaci che lo vorranno di entrare nel sistema Sprar, di organizzare l’accoglienza in un sistema che li coinvolga direttamente. Questa è un po’ la sfida che proviamo a lanciare: chi sta dentro quel percorso resta esente da tutta la parte emergenziale che invece gestisce in questo momento l’arrivo dei profughi, e sa fin dall’inizio dove e quando arriveranno le persone. Si può organizzare meglio sul proprio territorio, limitando le tensioni, e gestendo in modo strutturato l’arrivo dei profughi, sapendo chi li gestisce, dove vanno, quanti sono, definendo un percorso organizzato».

Di fronte a questa sfida, qual è il potere contrattuale di Anci e dei comuni?

«Nessuno più di noi è a contatto con le persone, con i territori e con le comunità, che fanno affidamento a noi nel bene e nel male, sia quando le cose funzionano sia quando invece non funzionano: siamo quelli che in un modo o nell’altro hanno anche la capacità e la forza di integrare questo tipo di percorso. Diciamo che, alla luce di quello che abbiamo ottenuto collaborando con gli altri livelli istituzionali, risultati che formano un elenco piuttosto lungo, il potere contrattuale dell’Anci oggi è davvero grande. Del resto, noi siamo i territori e dentro i territori».

Images ©iStockphoto.com/nyiragongo - Budapest, Hungary - September 1, 2015: War refugees gather in Budapest on their way to a new and safe life. Refugee crises increase in Europe as more and more people have to leave their Middle-eastern home because of the threat of the Islamic State.

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