Sono ancora una volta le immagini satellitari a denunciare non solo l’esistenza ma addirittura l’ampliamento dei famigerati campi di prigionia per i nemici politici in Corea del Nord.

Grazie alle fotografie ad alta definizione, fornite dalla AllSource Analysis, il Comitato per i diritti umani in Corea del Nord (Hrnk), con sede a Washington DC, ha denunciato che il Campo n. 25, tra i più disumani del paese, in soli cinque anni ha più che raddoppiato le sue dimensioni.

Il Campo n. 25, noto anche come Kwanliso (colonia penale lavorativa) n. 25, si trova sulla costa nord-orientale della Corea del Nord. Si stima che vi siano incarcerati circa 5.000 prigionieri politici e che sia uno dei quattro centri di detenzione più grandi del paese.

Il campo ha più di 75 ettari di coltivazioni, orti e serre che sono quotidianamente lavorati dai detenuti, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. Durante le ore di lavoro, gli ospiti del centro vengono vigilati da 41 posti di guardia. Già tra il 2009 e il 2010 la dimensione del campo era aumentata del 72%, da 565,424 metri quadrati a 972,270 metri quadrati.

La relazione del Comitato per i diritti umani in Corea del Nord conferma che una consistente attività economica è legata al lavoro carcerario incentrato sullo sfruttamento agricolo e minerario.

L’analisi compiuta sulle immagini satellitari del Campo n. 25 e di altre simili strutture di detenzione illegali, conferma l’uso del lavoro forzato sotto il regime del dittatore Kim Jong-un, che nega persino l’esistenza dei campi di prigionia, veri e propri lager.

Anche Amnesty International ha pubblicato il mese scorso una sua ricerca sul kwanliso n. 15 (anche conosciuto come Yodok, a sud del paese) e il kwanliso n. 25.

«Questi campi – ha dichiarato Amnesty – costituiscono la pietra angolare di grandi infrastrutture del paese volte alla repressione politica e al controllo sociale attraverso diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani. Le immagini satellitari, raccolte a maggio e ad agosto, documentano: l’aggiunta di nuovi posti di guardia, l’ampliamento di un forno crematorio (utilizzato per cremare i corpi dei detenuti morti), e diverse attività agricole in corso».

Amnesty, che in passato ha pubblicato rapporti sul lavoro forzato e sulle condizioni di detenzione nei kwanliso della Corea del Nord, stima che attualmente sono oltre 200mila le persone detenute nei campi di prigionia politica e in altri Centri di detenzione della Corea del Nord. I prigionieri, tra cui vi sono anche bambini, sono sottoposti a violazioni dei diritti umani, come l’obbligo di svolgere lavori pesanti, il diniego del cibo come forma di punizione, la tortura, lo stupro, e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Molti non hanno commesso alcun reato, e sono unicamente legati a persone ritenute infedeli al regime, dunque sottoposte a una sorta di «punizione collettiva».

La Corea del Nord continua ad essere considerato il peggior posto al mondo in cui essere cristiani. Christian Solidarity Worldwide (Csw) nel mese di settembre ha in un suo rapporto condannato le vessazioni subite dai cristiani a motivo della propria fede: stupro, tortura, riduzione in schiavitù e morte. Secondo Csw, la libertà di religione o di credo «è inesistente» sotto il regime del dittatore Kim Jong-un. «Le fedi religiose sono viste come una minaccia alla fedeltà richiesta dal leader supremo, e di conseguenza chiunque abbia queste credenze è gravemente perseguitato», prosegue il rapporto, che sottolinea: «I cristiani soffrono in maniera significativa a causa delle etichette di “anti-rivoluzionari” e “imperialiste” a loro attribuite dalla leadership del paese».

Immagine: via istockphoto.com

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