Definire Zygmunt Bauman come il sociologo (o il filosofo, o il teorico) della «società liquida», come è stato fatto e si sta facendo ora che è deceduto all’età di 91 anni, è forse riduttivo. Né gli rende giustizia limitare il suo pensiero agli ultimi anni, alla grande produzione di libri e articoli e soprattutto all’elevatissimo numero di interventi in congressi, dibattiti e convegni (molto volentieri, tra l’altro, in Italia). Bauman, polacco di origine ebraiche ma da molti anni residente in Inghilterra, prima di analizzare la società «postmoderna» a partire dagli anni 1990, ha offerto a tutti noi una interpretazione sconvolgente di Auschwitz e dello sterminio degli ebrei.

Modernità e olocausto (1989, ed. it. Il Mulino, 1992) suscitò scalpore perché considerava la Shoah non come un accidente della storia, ma come un esito della mentalità moderna; non una parentesi sciagurata e disumana, ma un effetto dell’inquadramento razionale dell’agire umano. Poi, certo, sono venute le opere più note: Il disagio della postmodernità (2000, ed. it. B. Mondadori, 2002), Modernità liquida (Laterza, 2002), Amore liquido e Vita liquida (Laterza, entrambi nel 2006), e ancora Communitas. Uguali e diversi nella società liquida (Aliberti, 2013) e Futuro liquido (Albo Versorio, 2014), a cui si inframmezzavano Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero (Il Mulino, 2009), L’arte della vita (id.) e molti altri. In tutte le sue opere lo studioso delineava lo sfondo, su cui ogni problema contemporaneo si annuncia: uno sfondo di individualismo, precarietà e allentamento dei legami sociali, ormai transitori, volubili e soggetti a mille variabili. La liquidità, sì, ma anche la necessità di reagire a essa.

Costante è stata negli ultimi vent’anni, l’attenzione del quotidiano della Cei Avvenire nei confronti di Bauman, e nelle chiese protestanti in molti sermoni sono echeggiati i concetti che lo hanno reso famoso; perché questo studioso laico ha interessato e coinvolto molto anche i credenti? «Pur dicendosi laico – dice Daniela Di Carlo, pastora alla chiesa valdese di Milano, che ha iniziato a leggere i suoi libri quando era direttora del centro ecumenico Agape (Prali, To) –, Bauman aveva il forte retroterra dell’ebraismo, che a volte emergeva. Dietro la descrizione della “società liquida” e le riflessioni più “politiche” ci sono le domande fondamentali intorno al senso della vita, alla fragilità dell’essere umano, alla necessità, da parte di quest’ultimo, di riconoscere la propria dipendenza dagli altri esseri umani. Di fronte alle cadute, di cui sono fatte le nostre vite, e che dobbiamo saper accettare, ha sempre opposto la speranza della risalita. Certamente egli, in quanto non credente, cercava le risposte nel ruolo dello Stato nei momenti di disgrazia dei cittadini e delle cittadini (da qui le sue riflessioni sul Welfare), ma aveva la speranza incondizionata nell’esercizio della razionalità e la consapevolezza che l’umanità non nasce predeterminata ma ha la capacità di decidere del proprio destino con le proprie scelte: una centralità, dunque, del soggetto pensante, chiamato all’esercizio della responsabilità individuale e alla valorizzazione delle differenze; e non è tutto: nel suo libro L’arte della vita ci parla dell’amore e della felicità come strumento di resistenza a quanto accade nella società, e dunque la riscoperta dell’etica come base dell’agire».

Molti temi, dunque, cari al protestantesimo. Ma in che modo le chiese possono portare la loro testimonianza in uno sfondo come quello descritto da Bauman? «Attraverso le sue analisi politiche – prosegue la pastora Di Carlo – Bauman ci offre una grande consapevolezza: il fatto che la società sia “liquida” non significa che le persone debbano essere sradicate né destrutturate; l’etica è la qualità su cui basare le proprie scelte e i rapporti di prossimità con gli altri e le altre, cercando di fare un bene che non è solo “il mio bene”, ma quello di tutti e tutte; si tratta di scoprire nelle altre e negli altri una risorsa per resistere a questa liquidità. In questo compito le chiese protestanti sono attrezzate, perché la nostra “solidità” non sta in noi stessi ma viene da Dio; non ci fa paura vivere in un mondo liquido, siamo dei soggetti solidi perché siamo radicati in Cristo».

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