Arrestato, picchiato a sangue dai carabinieri che lo fermarono e poi deceduto nel letto di un ospedale: secondo la Procura di Roma è questa la corretta ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, il giovane romano che morì il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini, una settimana dopo il suo arresto.

Per il procuratore Giuseppe Pignatone, che ha depositato ieri gli atti di chiusura della nuova inchiesta sul caso Cucchi, i carabinieri che lo arrestarono vanno ritenuti responsabili del pestaggio e anche di aver abusato della loro autorità, perché avrebbero «sottoposto Cucchi a misure di rigore non consentite dalla legge» in nome della «resistenza al momento del fotosegnalamento»: elementi che hanno portato la Procura a ritenere che i carabinieri siano colpevoli di omicidio preterintenzionale, eliminando quindi l’ipotesi della morte per epilessia, sostenuta invece alcuni mesi fa in seguito alla perizia disposta dal giudice in sede di incidente probatorio.

Si tratta di una svolta in un caso che in oltre sette anni aveva portato soltanto ad assoluzioni, ma che aveva dato l’impressione a molti di non essere mai andato abbastanza in profondità. Secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, osservatorio sulle condizioni di detenzione, «per la prima volta si chiamano le cose con il loro nome».

È questa la novità principale di questa richiesta della Procura?

«Certamente: tutti gli altri capi di imputazione che abbiamo sentito nel precedente processo, e che poi tra l’altro non hanno portato a nulla perché alla fine ci sono state solamente assoluzioni, non descrivono correttamente la vicenda Cucchi.

L’omicidio preterintenzionale è quell’omicidio che si compie quando non si ha l’intenzione esplicita di uccidere qualcuno, perché altrimenti sarebbe un omicidio doloso, però si mette in atto un comportamento che, da persone adulte come siamo e con una dose di razionalità che ci permette di valutare le catene causali di causa ed effetto, sappiamo che potrebbe portare alla morte di qualcuno.

Insomma, già allora era facile prevedere che picchiare in quel modo un ragazzo fragile fisicamente com’era Stefano avrebbe potuto portare alle tragiche conseguenze che abbiamo visto, anche senza l’esplicita intenzione di ucciderlo, e per questo riteniamo che la Procura abbia fatto bene a fare questa richiesta».

Ci sono altri elementi che escono trasformati da questa nuova inchiesta?

«Un’altra grande novità è che finalmente dentro questo processo sono entrati i Carabinieri che sono sempre stati i grandi assenti. I carabinieri sono stati i primi ad avere in custodia Stefano Cucchi: non è possibile che nell’altro processo ci fossero solo poliziotti penitenziari e medici, mancava un tassello. L’impressione è che i Carabinieri siano sempre stati i grandi intoccabili d’Italia, ma finalmente la richiesta della Procura è che tutti ci mettano la faccia, ognuno con le proprie responsabilità».

Che cosa abbiamo imparato in generale negli otto anni trascorsi dalla morte di Cucchi?

«Che in carcere purtroppo c’è ancora molta violenza. Sia chiaro, non è una condizione generalizzata perché ci sono bravissime persone in carcere e ottimi direttori che bandiscono la violenza, anche se poi ce ne sono altri che invece tollerano comportamenti inaccettabili.

Tuttavia, in questo caso non si tratta di una vicenda prettamente carceraria, perché ce ne sono altre molto più evidenti in questo senso. Pensiamo a un caso come quello di Asti, su cui siamo in attesa di una sentenza dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: ecco, lì c’è stata tortura in carcere per mesi di seguito nei confronti di due detenuti, mentre quella di Cucchi è una vicenda meno legata in al mondo penitenziario.

Diciamo che abbiamo sicuramente imparato, anche se in qualche modo lo sapevamo già, che davanti a reati commessi dalle forze dell’ordine c’è sempre uno spirito di corpo, un’omertà, un mancato desiderio di far venire alla luce la verità, come se non fossero cittadini come tutti gli altri, ma avessero un grado di intoccabilità, ma abbiamo anche imparato che quando ci si mette con determinazione, come ha fatto Ilaria Cucchi in questi anni con il suo avvocato Fabio Anselmo, un risultato si può raggiungere. Speriamo che da ora in avanti in Italia le cose vadano diversamente su questo fronte».

Abbiamo a disposizione tutte le leggi che servirebbero per evitare o almeno punire simili comportamenti?

«Ne manca una essenziale, che è quella sul reato di tortura. In Italia non abbiamo ancora un reato di tortura, siamo inadempienti da trent’anni nei confronti della comunità internazionale, pur avendo firmato e ratificato la convenzione delle Nazioni unite sulla tortura. L’assenza di quella legge rende più difficile, da un punto di vista normativo, punire certe azioni, perché proprio per la natura stessa di questo genere di eventi sono cose che tendono a venire fuori con molti anni di distanza: la persona torturata che è ancora in custodia dello Stato, pensiamo al caso di Asti, non denuncia perché ha paura di denunciare continuando ad essere in carcere, e allora magari denuncia quando esce, magari dopo dieci anni. Questo porta a gravi distorsioni: per esempio nel caso di Asti sono andati tutti prescritti, poi c’è voluto l’intervento dell’Unione europea per arrivare a una condanna».

Questa integrazione legislativa basterebbe?

«Niente affatto. La Spagna, che è stata tra i primi Paesi a introdurre il reato di tortura, con la Costituzione del 1978, in questi decenni l’ha utilizzata una volta sola perché manca la disposizione culturale. Tuttavia, penso veramente che la vicenda di Cucchi abbia spostato qualcosa dal punto di vista culturale: è stata capace di bucare l’opinione pubblica, di entrare nelle case di tutti. Ognuno di noi si è identificato con Stefano Cucchi, con sua madre, con suo padre, con un suo amico, perché Stefano era una persona come tutti e la sua storia poteva capitare a qualunque nostro amico, a qualunque nostro figlio o fratello. Per la prima volta si è sentito un sentimento di indignazione di massa, di indignazione popolare rispetto a quello che succedeva. Purtroppo il caso di Stefano non è stato il primo e noi che ci occupiamo di queste cose ne abbiamo seguiti altri in passato, ma in quel caso non avevano fatto breccia. Questo lo ha fatto, quindi speriamo che si possa andare in direzione di un profondo cambiamento culturale».

Immagine: Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, via liberties.eu

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