Sabato 28 gennaio Sarajevo ha aggiunto una nuova tessera al mosaico della memoria di un Paese e di una regione che da decenni fanno i conti con la necessità di elaborare i propri traumi e che hanno bisogno di non nascondere i propri fantasmi. Una storia, quella dei Balcani occidentali, che negli anni Novanta è stata trascinata in un conflitto troppo spesso definito “etnico” e che ha lasciato un segno su intere generazioni, tra cui quelle nate nel cuore della guerra o appena prima.

Il Museo dell’infanzia di guerra (War Childhood Museum), aperto sabato 28 gennaio a Sarajevo, raccoglie e custodisce ricordi lontani e vicini al tempo stesso, elementi di un momento cruciale della storia europea che oggi sono sbiaditi a livello collettivo, ma vivi e profondi per gli individui che l’hanno vissuto, in particolare per chi allora era bambino.

Si tratta di un luogo e di un progetto che servono a non dimenticare l’orrore vissuto in prima persona cercando di esporlo alla vista di tutti. L’ideatore e curatore del progetto, Jasminko Halilovic, oggi ha 28 anni, quindi era un bambino durante la guerra. Nel 2013 aveva pubblicato un libro di memorie intitolato War Childhood. Sarajevo 1992-1995, creato grazie al contributo di oltre 1.000 persone che hanno accettato di mettere insieme le voci e i ricordi della loro generazione, distrutta in modo non diverso da quella dei giovani siriani di oggi.

L’attualità dell’idea delle generazioni perdute ha fatto da “motore” alla creazione del libro e del museo, strumenti che vanno a costruire una memoria collettiva a partire dalle vicende individuali.

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Per Simone Benazzo, caporedattore Balcani per la rivista East Journal e studente al Collegio d’Europa di Varsavia, «il più delle volte le memorie individuali non riescono a emergere nel discorso pubblico».

Il Museo dell’infanzia di guerra serve proprio a favorire questa emersione?

«Esatto. Il motto implicito potrebbe essere “l’unione fa la forza”, l’idea di mettere insieme tutte le nostre piccole storie individuali per cercare di dare loro un senso e un messaggio collettivo. Molte volte, infatti, queste piccole storie vengono travolte dal discorso statale, che come sappiamo spesso ha altri interessi. L’idea è quella di riportare una dimensione individuale e umana della guerra e della sua memoria storica».

Questa non è un’esperienza isolata, nemmeno nei Balcani occidentali. Questo significa che la memoria individuale non si esaurisce mai?

«Credo che nella società, nella comunità nazionale e statale, rimangano sempre dei serbatoi di storia e di storie individuali. C’è una definizione dei Wu Ming che dice “quando qualcuno sta per morire tutte le storie devono uscire”, come se le storie fossero indipendenti dall’individuo. Mi piace pensarla così, credo che per i Balcani il senso di simili esperienze sia questo. Nel caso di Pristina, un’artista kosovara di base negli Stati Uniti aveva chiesto a tutte le donne dell’area, sia kosovare che serbe, di fornire un semplice capo d’abbigliamento, spesso addirittura uno straccio per i piatti o magari dei capi di biancheria intima, e li aveva appesi come si stendono solitamente i vestiti ad asciugare. Ma lei l’aveva fatto nello stadio principale di Pristina, costruendo un messaggio molto simile a quello del museo dell’infanzia: la mia storia, in quel caso per esempio le mie mutande, viene assorbita e fusa in una storia collettiva senza perdere però la potenza dell’individualità, ma anzi passando e sublimandosi a un livello superiore».

Il tema della memoria e della costruzione della memoria attraverso contributi individuali in realtà è trasversale all’Europa. Possiamo dire che l’incrocio tra le memorie individuali e collettive sia centrale ovunque ci sia stato un conflitto, un trauma da elaborare?

«Io sarei addirittura più espansivo: è chiaro che dove c’è stato un trauma queste memorie sono più forti, perché il trauma è più carico a livello di significato. Tuttavia, credo che sia un’operazione che viene fatta comunque, anche allargando la definizione di trauma. Per esempio nel caso dell’Ungheria il casus belli, la questione principale, è il caso degli ungheresi che si ritrovarono in Romania dopo il trattato del Trianon alla fine della Prima guerra mondiale: non è esattamente un trauma come siamo abituati a pensarlo, come può essere la guerra, ma sicuramente è sempre un discorso tra memoria individuale e memorie singole che deve trovare una sintesi e viene continuamente portato avanti. Siamo abituati a considerare la parola “revisionismo” con un certo terrore, giustamente, però credo che da un altro punto di vista siamo sempre in qualche modo impegnati, sia come individui che come società, a rivedere la storia, a ri-affinarla, a sistemarla, senza mai trovare una soluzione fissa e definitiva».

Lei attualmente si trova a Varsavia, in Polonia, un Paese di cui si parla ultimamente soprattutto per via di una leadership politica che spesso cerca di ridefinire la verità. Anche la storia viene messa al vaglio?

«La storia è la principale indiziata, un po’ come in Ungheria, dove c’è addirittura un istituto storico che si chiama Veritas. La Polonia è impegnata nella riscrittura persino della storia recente: il dominus del Paese, che si chiama Jarosław Kaczyński, sta cercando di dare un’altra interpretazione della Transizione cercando di delegittimare gli attori principali, in primis il famosissimo premio Nobel Lech Wałęsa, in modo tale da proporre l’idea che queste persone in realtà fossero dei collaborazionisti e di conseguenza che il “vero polacco nazionalista”, la persona che difende davvero l’orgoglio polacco, siano Kaczyński e i suoi sodali.

Questo discorso in Polonia è importante, perché a differenza che nei Balcani occidentali, dove spesso viene fatto in maniera un po’ confusa, nel caso di Kaczyński e dalla Polonia è incarnato in un progetto politico molto ben definito, che si chiama Quarta repubblica polacca. Ci sono delle caratteristiche e dei programmi molto chiari e una delle principali prerogative è quella di ribaltare completamente la storia. Per esempio, tra le prime azioni che vennero compiute quando divenne sindaco di Varsavia dal fratello di Jarosław Kaczyński, che si chiamava Lech e morì in un incidente aereo ancora controverso, ci fu l’apertura di un museo sull’insurrezione di Varsavia durante la Seconda guerra mondiale, dove non compariva nessun riferimento all’antisemitismo dei polacchi. Insomma, questa è una questione particolarmente delicata e attuale in Polonia».

Immagine: via Pixabay

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