Immigrazione e integrazione in Marocco

La Chiesa evangelica aiuta i migranti in otto presidi, finanziati anche dalla Cevaa, per assistere rifugiati ma anche studenti alla ricerca di nuove opportunità

Fonte: Cevaa

Ogni anno, il Marocco deve far fronte all’arrivo di migliaia di migranti provenienti da diversi stati africani, trasferitisi per motivi di studio, per ragioni economiche o politiche. Il lavoro con i migranti è quindi cruciale. In quest’ottica, la Chiesa evangelica del Marocco (Eeam) ha creato un Comitato di aiuto internazionale (Comité d’Entraide International – Cei), sostenuto finanziariamente dalla Cevaa: presente in otto città, accoglie e assiste quotidianamente queste persone.

Il Cei è una delle realtà diaconali della Chiesa evangelica del Marocco, che lavora direttamente con i migranti e i rifugiati subsahariani. I beneficiari di quest’opera provengono infatti da Nigeria, Camerun, Guinea, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana.

Nelle sue otto sedi locali, il Cei offre in primo luogo aiuto nelle situazioni più urgenti: ascolto, orientamento e accompagnamento verso le strutture partner. L’aiuto può essere costituito anche da cibo, vestiti, medicine. Ogni mese, ad esempio, la città di Oudja organizza una distribuzione di cibo per i migranti in difficoltà. Altrove (Casablanca, Rabat, Fès, Marrakech, Agadir e Tangeri) l’aiuto è sul piano alimentare e medico.

«Siamo una quarantina di persone a lavorare per il Cei», spiega Jean-Louis Ntumba, coordinatore dei progetti a Rabat. «Una volta a settimana, apriamo le porte delle nostre chiese ai migranti. Talvolta incontriamo delle difficoltà di comunicazione, ad esempio con i Nigeriani che parlano solo inglese».

Ntumba ha cominciato a lavorare qui otto anni fa come volontario: oggi coordina un programma di borse di studio e un progetto di formazione in laboratori nella chiesa locale. Il programma è rivolto a studenti dell’area subsahariana con difficoltà finanziarie.

Per Jean-Louis Ntumba, questa battaglia contro l’esclusione è una questione innanzitutto personale. Nel 2004, il giovane congolese era arrivato in Marocco con un visto per motivi di studio. «Per questo mi sento vicino ai nostri beneficiari», confida. «Avrei potuto essere al loro posto. Conosco molto bene le loro difficoltà, per me è normale aiutarli».

Anche se il Cei ha incontrato molte difficoltà, gli operatori e i volontari hanno ottenuto anche dei successi. Per il coordinatore del progetto, questo è il motore della sua missione. «Ricordo uno studente ivoriano, arrivato nel 2011», racconta ancora Ntumba. «È riuscito a trovare un’Università e a iscriversi. Ha potuto beneficiare delle nostre borse di studio e alla fine del corso di studi è rientrato in Costa d’Avorio con il nostro programma di sostegno al rientro. Oggi è professore nel suo paese: un esempio di successo di cui siamo fieri!».

Al di là della missione, l’impegno nel Cei è un autentico atto di fede: per Jean-Louis Ntumba non ci sono dubbi in proposito. «Mi sento realizzato in questo lavoro. La mia unica difficoltà è l’impotenza di fronte a situazioni che ci lasciano inermi. Ho accolto due volte migranti colpiti da tumore al cervello: soffrivano e non potevano ricevere le cure necessarie. L’impossibilità di fare qualcosa mi ha avvicinato a Dio. Se noi, operatori e volontari del Cei, siamo limitati nella nostra azione quotidiana, dobbiamo sempre conservare la speranza e guardare al Signore. Lui non lo è!».

Immagine: (al centro) Jean-Louis Ntumba con gli studenti borsisti del CEI nel dicembre 2014. (foto Cevaa)

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