Sull’isola Tiberina, in mezzo al Tevere, nel cuore di Roma, c’è una basilica intitolata a San Bartolomeo. Papa Giovanni Paolo II ha scelto di dedicarla alla memoria dei martiri e dei testimoni della fede del Novecento. La pala dell’altare maggiore è opera della pittrice Renata Schiachi e del laboratorio artistico della Comunità di sant’Egidio. Vi sono raffigurati monsignor Romero, padre Puglisi, il patriarca copto Abuna Petros e numerosi altri personaggi, vittime dei lager nazisti e di altre follie di regimi in ogni angolo del mondo. Nel terzo altare della navata sinistra c’è una lettera: è scritta alla moglie e ai figli da Paul Scnheider, pastore luterano, fra i primi ministri di culto a subire la persecuzione e a trovare la morte per mano dei nazisti, il 18 luglio 1939, nel campo di concentramento di Buchenwald. Fin dagli albori del nazionalsocialismo ne denuncia le violenze e le storture. Già dal 1933 fa parte della “Lega d’emergenza dei pastori” che in seguito darà vita alla Chiesa evangelica confessante, quella parte della Chiesa protestante tedesca che tentò di opporsi all’ascesa di Hitler, e non di trovare una giustificazione teologica alle sue follie.

Dal pulpito della sua chiesa a Dornholzhausen in Renania Schneider non risparmia critiche ai gerarchi che stanno prepotentemente salendo alla ribalta nel suo Paese, Goebbels in testa. Nel 1934 viene arrestato una prima volta per una lite con un ufficiale nazista durante un funerale, quando già è stato costretto a spostarsi in una parrocchia più piccola, a Womrath, tentativo da parte delle autorità ecclesiastiche di isolarlo. Finisce di nuovo in carcere un anno dopo per aver letto dal pulpito le lettere e le dichiarazioni della Chiesa confessante. Il terzo arresto, nel 1937, avviene per volontà diretta del Führer, cui sono arrivate alle orecchie le notizie di quel pastore che non piega la testa al nuovo corso della storia. Insieme arrivano l’espulsione dalla Renania e l’ordine di non predicare mai più. Schneider li ignora entrambi, da qui l’ultimo arresto il 3 ottobre 1937. Viene deportato a Buchenwald come prigioniero politico. Nel lager non smette mai di predicare, e saranno proprio le toccanti testimonianze dei sopravvissuti a trasmettere al mondo il coraggio e l’intransigenza di Paul Schneider. Senza cibo, bastonato, in isolamento, urla i versetti biblici agli altri detenuti al momento dell’adunata quotidiana nel cortile. Ogni volta sono botte e torture. Ma non si ferma mai, e saranno tutti concordi nel ricordare la forza che quest’uomo con il suo esempio riusciva a trasmettere agli altri miserabili che dividevano quella tragica sorte. Sarà proprio grazie a questi racconti che la vedova di Paul Schneider, Margarete Dieterich, potrà dare alle stampe il libro “Il predicatore di Buchenwald”, tradotto e pubblicato in italiano dall’Editrice Claudiana nel 1996. Schneider morirà prima ancora dell’inizio della Seconda guerra mondiale, il 18 luglio di 78 anni fa, a causa di una dose letale di strofantina, un cardiotonico, somministrata dal medico del campo. Quella voce libera dal fondo dell’inferno di Buchenwald era diventata un esempio per troppi e un fastidio nelle stanze di Berlino. Il suo esempio ispirerà altri dopo di lui, in primis Dietrich Bonhoeffer.

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