Un milione di minuti per ascoltare

Un’organizzazione metodista inglese partecipa alla campagna per combattere la solitudine con piccoli gesti quotidiani

 

Un giorno di un secolo e mezzo fa un pastore metodista inglese, Thomas Bowman Stephenson, rimase profondamente colpito alla vista dei bambini che vivevano miseramente tra le arcate di una stazione di Londra. Decise di fare qualcosa e cominciò, ancor prima di portare loro l’aiuto materiale di cui avevano bisogno, ad ascoltare le loro storie. Dimostrando quanto fosse importante che un rapporto, anche temporaneo e casuale come l’incontro in una stazione, fosse fondato sul rispetto e la dignità.

Nacque così Action for Children, che ancora oggi mantiene il medesimo spirito, occupandosi di più di 370.000 bambini, giovani e genitori: di fronte al dato preoccupante secondo cui più della metà dei genitori dichiara che la solitudine è un problema (il 68% ha affermato di sentirsi tagliato fuori dai rapporti con gli amici e i familiari dopo avere avuto dei figli), e alle affermazioni di giovani e bambini che confermano di sentirsi molto soli, l’organizzazione ha avuto la certezza che questo è un tema importante nella società inglese.

Ha quindi voluto prendere parte, insieme ad altre organizzazioni, a una campagna nata per combattere la solitudine, intitolata «1 milione di minuti» (1 Million Minutes). La campagna, promossa dal programma televisivo Good Morning Britain e rivolta quest’anno in particolare ai genitori, è stata lanciata il 27 novembre e durerà fino al 18 dicembre: il classico periodo prenatalizio in cui tutti si sentono “più buoni” e bendisposti verso gli altri, ma anche il periodo in cui è più forte il senso di solitudine.

La sfida di 1 Million Minutes è di coinvolgere più gente possibile a dare una piccola quantità del loro tempo per fare qualcosa di semplice ma davvero importante.

Action for Children propone tre modalità di aiuto a seconda del tempo che si vuole dedicare. 30 minuti sono l’impegno degli «Hello Volunteer», il cui scopo è rompere il ghiaccio con un «Ciao, come stai?», cominciando a dialogare, all’uscita da scuola, con un compagno di classe del proprio figlio, o con un altro genitore. Ma anche con un vicino di casa, una mamma sola, o che si è appena trasferita, o una persona che deve affrontare i problemi della disabilità, o della malattia, perché ne è colpita direttamente o lo è un suo familiare. «È dura crescere cinque figli da sola: quando il più piccolo aveva 2 anni e il più grande 12, potevo andare avanti per settimane senza parlare con un adulto. Andavo e tornavo da scuola ogni giorno, senza una parola, nemmeno al parco giochi», è una testimonianza riportata sul sito di Action for Children.

90 minuti costituiscono l’impegno degli «Swap ‘n’ Shopper» per organizzare un piccolo evento all’interno della propria comunità o nel proprio quartiere in cui le persone possano portare e scambiare oggetti inutilizzati (vestiti, accessori, giocattoli…), dando loro una nuova vita, ma soprattutto creando un’occasione di incontro fra le persone, per farle sentire meno isolate e sole attraverso uno dei «riti» più amati, quello dello shopping.

L’iniziativa ribadisce l’importanza di «cominciare una conversazione con qualcuno nel mondo reale», qualcosa di niente affatto banale, in un mondo sempre più concentrato sulle conversazioni virtuali dei social media. Ma siccome dai social non si può prescindere, Action for Children propone anche la modalità del «volontario digitale»: 120 minuti al mese per operare insieme al team di Action for Children utilizzando la forza dei social per aiutare ad affrontare la solitudine condividendo immagini e link e raggiungendo le persone nella loro solitudine.

A seconda della modalità scelta dal sito di Action for Children, vengono inviati via mail i suggerimenti su come approcciare le persone e avviare la conversazione, su come organizzare e pubblicizzare un evento, insieme a testimonianze di persone che hanno già partecipato come volontari.

Si potrà poi condividere la propria esperienza via Facebook, Twitter o Instagram attraverso l’hashtag #1millionminutes. Perché i social in fondo fanno parte delle nostre vite, e se non devono essere un sostituto dei rapporti umani, possono diventarne un supporto.

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